LYON.
Le temps de la transmission
La danse comme expérience de liberté, selon Marco Merenda. Ancien interprète du Ballet de l’Opéra de Lyon, il assure aujourd’hui le passage entre les chorégraphes et les danseurs.
Traduzione in italiano
Attraverso la voce di Marco Merenda
La danza come esperienza di libertà, nelle parole del maestro Marco Merenda. Già interprete del Ballet de l’Opéra de Lyon, oggi anello di congiunzione tra i coreografi e i danzatori.
Il mio primo incontro con Marco Merenda, maître de ballet dell’Opéra National de Lyon, è avvenuto al termine di una sessione di sbarra di danza classica tenuta sul parvis del teatro, durante una giornata Backstage: un’occasione in cui il pubblico è invitato a scoprire gli spazi e i dietro le quinte dell’Opéra, ma anche a partecipare alle lezioni del balletto, dei musicisti e del coro. È stato dunque con il fiato corto per l’allenamento alla sbarra, sotto un sole troppo pieno per il mese di maggio, che le parole in italiano hanno acceso il dialogo in maniera naturale. In un secondo momento, ci siamo ritrovati a chiacchierare più a lungo, in un entretien sulla sua esperienza all’interno della scena lionese.
Proveniente dal Béjart Ballet Lausanne, quindi da una compagnia segnata da una forte identità autoriale, e formatosi all’Accademia di danza del Teatro alla Scala di Milano, Merenda è arrivato a Lione nel 2014 come danzatore, alla ricerca di un teatro dove potersi confrontare con coreografi diversi. La relazione con estetiche distanti tra loro, da Forsythe a Tânia Carvalho, ha richiesto un tempo di adattamento che gli ha permesso di sviluppare una notevole souplesse nel passaggio dal repertorio neoclassico al dance theatre e alla ricerca contemporanea. Sotto la direzione di Yorgos Loukos, prima, e di Julie Guibert dal 2020, il Ballet de l’Opéra ha ottenuto visibilità, trasformandosi in una compagnia più versatile – segnata dall’ingresso in repertorio della scrittura di Pina Bausch – e più attenta alla ricerca e all’espressione personale degli interpreti. In questa fase si è sviluppato anche il ciclo Danser Encore, pensato per mettere in evidenza gli interpreti e sostenere la creazione durante i mesi della pandemia.
Con la direzione affidata a Cédric Andrieux, già danzatore della Merce Cunningham Dance Company, la linea della compagnia si conferma quella di un ensemble aperto alla ricerca e alle forme più avanzate della creazione coreografica. Secondo Marco Merenda, la cifra distintiva del Balletto di Lione risiede appunto nella sua natura poliedrica, aperta all’interpretazione di ogni tipo di linguaggio.
È in questo contesto che, nel settembre 2024, Marco compie il passaggio da danzatore a maître de ballet. In questo nuovo ruolo, si adopera per infondere nei ballerini la volontà di uscire dalla comfort zone – per usare le sue parole – coltivando una disponibilità di adattamento agli artisti che lo porta ad assumere, ogni giorno, una funzione di mediazione tra i coreografi e il corpo di ballo. In sala prove, nelle riprese di repertorio e nel passaggio tra le diverse scritture coreografiche, il suo è un lavoro di trasmissione, correzione e ascolto, che richiede concentrazione sulla preparazione fisica, sensibilità psicologica e attenzione formale. Per usare una sua espressione, è spesso necessario cogliere gli stati d’animo che attraversano il corpo di ballo: l’umore, la stanchezza, l’eccitazione. “A volte serve dire una parola, a volte serve anche non fare nulla. Body language.”
Nel raccontare poi il secondo anno di audizioni, Marco sottolinea come l’obiettivo della direzione artistica sia stato proprio quello di individuare artisti propensi a oltrepassare le proprie abitudini e le proprie paure. Il Ballet de l’Opéra seleziona infatti i propri danzatori non soltanto in base alla precisione del dettaglio neoclassico contemporaneo e del floor work, ma anche alla presenza e alla coordinazione richieste da un gesto minimalista, come quello che attraversa ad esempio Mycelium di Christos Papadoupulos. Oltre alla qualità del movimento, la compagnia predilige personalità nette, capaci di stare in un gruppo di trenta danzatori senza dissolversi nell’insieme.
L’ufficio di Marco Merenda, come lo chiama lui sorridendo, è il Grand Studio du Ballet de l’Opéra: uno spazio inondato di luce e posto subito sotto la grande cupola vetrata del teatro, che permette allo sguardo di espandersi verso il panorama esterno, mentre un lavoro rigoroso tende a ricondurlo al corpo. Pensato per la disciplina e per la ripetizione, questo ambiente riesce ad evocare quella rara sensazione di sospensione che appartiene agli ultimi piani del teatro, dove la mente può restare libera e leggera, mentre il corpo si ancora al gesto, incarnando di volta in volta le creazioni inserite nella programmazione. Nello Studio i danzatori ritrovano le dimensioni del palcoscenico e il pavimento tecnico, in legno rivestito, capace di assorbire l’impatto e preservare la precisione del movimento. Qui, il lavoro fisico appare al contempo protetto ed esposto, come se la sala trattenesse e amplificasse le potenzialità della pratica, che precede la forma scenica compiuta.
Il profilo di Marco Merenda all’interno della compagnia è rafforzato dalla lunga familiarità con questo luogo. Insieme a Raúl Serrano Núñez, contribuisce alle iniziative di approfondimento sul lavoro dei danzatori, segno di un ruolo che non è solo tecnico ma investe anche la mediazione artistica e la pianificazione. In questo senso, la direzione artistica può contare sul sostegno di figure capaci di concretizzare repertori e progetti coreografici coerenti.
Oggi il Ballet de l’Opéra de Lyon si presenta come una compagnia internazionale per vocazione, costruita sul confronto tra scritture coreografiche diverse e sulla singolarità dell’interprete, capace di rivolgersi a diverse tipologie di pubblico. Viene naturale apprezzare che ad accompagnarne il lavoro siano due maître de ballet di provenienza straniera, portatori di orizzonti culturali specifici e sensibilità plurali.
di Francesca Oddone
Ma première rencontre avec Marco Merenda, maître de ballet à l’Opéra national de Lyon, a eu lieu au terme d’une séance de barre classique donnée sur le parvis du théâtre, lors d’une journée Backstage : une occasion où le public est invité à découvrir les espaces et les coulisses de l’Opéra, mais aussi à assister aux cours du ballet, des musiciens et du chœur. Essoufflée après l’exercice à la barre, sous un soleil particulièrement vif pour le mois de mai, j’ai échangé quelques mots en italien avec Marco. Nous nous sommes ensuite donné rendez-vous pour reprendre la conversation et l’approfondir autour de son parcours lyonnais.
Issu du Béjart Ballet Lausanne, donc d’une compagnie portée par une forte identité, et formé à l’Académie de danse du Teatro alla Scala de Milan, Marco est arrivé à Lyon en 2014 comme danseur, avec le désir de se confronter à des chorégraphes différents. La rencontre avec des esthétiques très éloignées, de Forsythe à Tânia Carvalho, a exigé un temps d’adaptation qui lui a permis d’affiner une souplesse remarquable dans le passage du répertoire néoclassique au dance theatre et à la recherche contemporaine. Sous la direction de Yorgos Loukos d’abord, puis de Julie Guibert à partir de 2020, le Ballet de l’Opéra a gagné en visibilité, devenant une compagnie plus versatile et plus attentive à la recherche comme à la singularité des interprètes, notamment avec l’entrée au répertoire de Pina Bausch. C’est aussi dans cette période qu’a vu le jour Danser Encore, cycle conçu pour mettre les danseurs en avant et soutenir la création pendant la pandémie.
Avec Cédric Andrieux, ancien danseur de la Merce Cunningham Dance Company, à la tête de la compagnie, la ligne reste celle d’un ensemble ouvert à la recherche et aux formes les plus avancées de la création chorégraphique. Pour Marco Merenda, la spécificité du Ballet de Lyon tient précisément à cette plasticité collective, à cette capacité d’absorber des langages très différents sans perdre sa cohérence.
En septembre 2024, Marco passe du statut de danseur à celui de maître de ballet. Dans cette nouvelle fonction, il s’attache à faire sortir les interprètes de leur zone de confort, selon ses mots, en cultivant une capacité d’adaptation aux artistes qui l’amène à jouer, au quotidien, un rôle de passeur entre les chorégraphes et le corps de ballet. En studio, dans les reprises de répertoire comme dans le passage d’une écriture chorégraphique à l’autre, son travail relève de la transmission, de la correction et de l’écoute. Il exige à la fois de la concentration sur la préparation physique, une finesse d’attention à la forme et une véritable sensibilité psychologique. Il faut savoir capter les états d’âme qui traversent le groupe : l’humeur, la fatigue, l’excitation. « Parfois, il suffit de dire un mot, parfois il faut simplement ne rien faire. Body language. »
En racontant sa deuxième année d’auditions, Marco insiste sur la volonté de la direction artistique d’identifier des artistes capables de dépasser leurs habitudes et leurs peurs. Le Ballet de l’Opéra sélectionne en effet ses danseurs non seulement sur la précision du détail néoclassique contemporain et du floor work, mais aussi sur la présence et la coordination qu’exige un geste minimaliste, tel celui de Mycelium de Christos Papadopoulos. Au-delà de la qualité du mouvement, la compagnie privilégie des personnalités affirmées, capables de tenir leur place parmi trente danseurs sans se dissoudre dans l’ensemble.
Le bureau de Marco Merenda, comme il l’appelle en souriant, est le Grand Studio du Ballet de l’Opéra : un espace baigné de lumière, suspendu sous la grande coupole vitrée du théâtre, où le regard se déploie vers le paysage extérieur tandis que l’exigence du travail le ramène au corps. Pensé pour la discipline et la répétition, ce lieu évoque en même temps la sensation d’une échappée, propre aux derniers étages du théâtre, où l’esprit peut rester léger, pendant que le geste se fixe, se précise, se transmet. Les danseurs y retrouvent les dimensions du plateau et le plancher technique, capable d’absorber l’impact et de préserver la précision du mouvement. Ici, le travail physique apparaît à la fois protégé et exposé, comme si la salle retenait et amplifiait la pratique qui précède la forme scénique accomplie.
Le profil de Marco Merenda au sein de la compagnie s’est aussi renforcé par cette familiarité avec le lieu. Avec Raúl Serrano Núñez, il participe aux temps d’approfondissement consacrés au travail des danseurs, dans un rôle qui dépasse la seule technique pour investir la médiation artistique et la mise en relation des projets. En ce sens, la direction artistique peut s’appuyer sur une équipe resserrée, où les deux maîtres de ballet relaient avec cohérence l’impulsion de Cédric Andrieux.
Le Ballet de l’Opéra de Lyon demeure aujourd’hui une compagnie internationale par vocation, construite sur le dialogue entre des écritures chorégraphiques variées et capable de s’adresser à différents publics. Il n’est pas indifférent que ce travail soit accompagné par deux maîtres de ballet venus d’autres horizons, porteurs de cultures spécifiques et de sensibilités plurielles.
Par Francesca Oddone



