MAISON DE LA DANSE, LYON.
Construction collective d’un imaginaire muxe
Une partition chorégraphique intime et rigoureuse donne une forme scénique à l’expérience identitaire des muxes au sein de la culture zapotèque.
Traduzione in italiano
Costruzione collettiva di un immaginario muxe
Una partitura coreografica intima e rigorosa conferisce forma scenica all’esperienza identitaria dei muxe nella cultura zapoteca.
La scena è aperta e c’è ancora luce in sala. Un brano di musica tradizionale messicana trasporta il pubblico verso la creazione del coreografo Thomas Lebrun: Sous les fleurs (2023). Davanti agli occhi si apre un cortile interno, delimitato dai muri delle case, sui quali si posa una luce pittorica, tenue e colorata (Françoise Michel). È uno spazio circoscritto, al centro del quale si intravede una figura vestita con gli abiti del folklore. Una dopo l’altra, come in una scatola nera, quattro figure emergono dalle aperture e lentamente si radunano nella penombra fino a formare una composizione simile a un tableau vivant, che dà vita a uno spazio raccolto, eppure popolare.
Dalle case affiora un tessuto sonoro fatto di voci, suoni e risate, in netto contrasto con la calma e l’atmosfera rituale della scena. Una traccia in sottofondo introduce al mondo zapoteco e descrive, in lingua spagnola, «un ambiente protetto, emblematico per la comunità: lo spazio dei muxe». Si tratta di stralci di un’intervista con Felina Santiago Valdivieso, attivista originaria di Juchitán de Zaragoza (Oaxaca, Messico). Nella cultura zapoteca i muxe sono persone appartenenti a un terzo genere, distinto dal maschile e dal femminile della logica binaria occidentale. I giovani muxe vengono accompagnati dalle famiglie e dalla comunità nel loro percorso evolutivo e nella presa di consapevolezza della propria identità: «No soy la niña, no soy el niño: soy muxe».
I cinque interpreti restano a lungo sul fondo della scena, attraversati da movimenti rallentati e sospensioni. I costumi (Kite Vollard, Thomas Lebrun) – in particolare le gonne, ampie e ricamate – costituiscono un dispositivo di composizione scenica e coreografica, capace di espandere i gesti dei danzatori nello spazio e di amplificarne la drammaticità. Con il procedere lento della pièce, i danzatori abbandonano le gonne della festa, rivelando altri tessuti: balze lunghe e colorate che continuano ad attivare oscillazioni, prolungare i movimenti per inerzia, creare contatti e unire i corpi, costruendo relazioni e generando significato. Tra gli oggetti scenici, assumono particolare valore simbolico anche le ciotole con motivi floreali, dipinte a mano su fondo nero lucido, e realizzate con il guscio essiccato delle zucche jícaras. In questi contenitori, i danzatori lasciano cadere i fiori che si tolgono dal capo, sciogliendo le acconciature. Le ciotole divengono così oggetti abitati dai gesti morbidi dei performer e da una sensibilità associata al femminile, che sprigiona nell’ondulazione delle loro capigliature lucenti.
Le identità individuali si delineano con maggiore chiarezza nel secondo movimento: qui ciascun interprete incarna un mestiere d’artigianato locale, che si intreccia a esperienze legate alla violenza e al maltrattamento sessuale. Il paesaggio musicale (Maxime Fabre) evolve in elemento performativo: dalle sonorità popolari di La Llorona del Trio Monte Alban, attraverso La Bruja de Texcoco (arrangiamenti di Sébastien Martel), fino all’esecuzione vocale live di Nicolas Martel.
Con l’avanzare della pièce, la corporeità dei muxe si svela progressivamente, mentre i volti dei danzatori vengono celati da maschere di grande suggestione. La luce, delicata e fotografica, valorizza il biancore della pelle e la rotondità dei muscoli, disegnando forme di intensa e commovente bellezza, sottolineate dall’opera classica di Hector Berlioz, che introduce una dimensione melodrammatica, quasi tragica. La narrazione sfocia poi in una rottura temporale veicolata dal brano contemporaneo Kid di Eddy de Pretto, delineando l’emersione più netta della fisicità e della sensualità, in un’affermazione identitaria più radicale che richiama la cultura queer occidentale. Questo contrasto strutturale amplifica il passaggio tra un’estetica sublimante e un registro (anche vocale) più crudo, che trasferisce il corpo in una dimensione più esposta e incarnata.
Sul finire, l’atmosfera almodóvariana che aveva permeato la coreografia lascia spazio a una scena spoglia e cupa, dominata dal nero dei costumi e dal rosso delle rose recise. Con una scrittura minimale e rigorosa, in un sovrapporsi di gesti che richiamano l’iconografia della morte, emerge la solitudine dei muxe e la drammaticità che una scelta obbligata tra maschile e femminile può comportare. Nella transizione tra aspettative di virilità e accettazione del sé, Thomas Lebrun porta in scena il delicato equilibrio che oscilla tra resilienza e bisogno di riconoscimento sociale.
In questa espansione costante tra lentezza e intensità, tra colore e candore, Sous les fleurs costruisce un paesaggio scenico preciso e coerente, in cui la delicatezza del gesto convive con improvvise emersioni di forza ed energia, dando forma a una scrittura coreografica profondamente poetica, densa ed esigente.
« On ne vit qu’une fois », Felina Santiago Valdivieso
di Francesca Oddone, visto il 2 aprile 2026
Articolo pubblicato su Persinsala
Lo spettacolo è andato in scena
Maison de la Danse
8 Avenue Jean Mermoz, 69008 Lyon (FR)
1-2 aprile 2026
Sous les fleurs | Thomas Lebrun
creazione artistica e coreografia Thomas Lebrun
interpretazione Antoine Arbeit, Raphaël Cottin, Arthur Gautier, Sébastien Ly, Nicolas Martel
creazione luci Françoise Michel
creazione sonora Maxime Fabre
costumi Kite Vollard, Thomas Lebrun
maschere Ruua Masks
scenografia Xavier Carré, Thomas Lebrun
crediti fotografici Frédéric Iovino
produzione Centre chorégraphique national de Tours
coproduzione Équinoxe — Scène nationale de Châteauroux, La Rampe-La Ponatière — Scène conventionnée-Échirolles. Il CCNT è sovvenzionato dal Ministero della Cultura — DGCA — DRAC Centre-Val de Loire, dalla Città di Tours, dal Consiglio regionale Centre-Val de Loire, dal Consiglio dipartimentale dell’Indre-et-Loire e da Tours Métropole Val de Loire.
La scène est ouverte, la salle encore éclairée. Une musique traditionnelle mexicaine introduit le public vers la création du chorégraphe Thomas Lebrun : Sous les fleurs (2023). Sous nos yeux se dessine une cour intérieure, délimitée par les murs des maisons, sur lesquels se pose une lumière picturale, douce et colorée (Françoise Michel). L’espace est circonscrite et au centre apparaît une figure vêtue de costumes folkloriques. Puis, l’une après l’autre, quatre silhouettes surgissent des ouvertures et se rassemblent lentement dans la pénombre, jusqu’à composer une image proche d’un tableau vivant, où se noue une intimité partagée, à la fois recueillie et populaire.
Une trame sonore faite de voix, de rires et de bruits émane des maisons, contrastant avec le calme rituel de la scène. Une voix off introduit l’univers zapotèque et évoque, en espagnol, « un espace protégé, emblématique de la communauté : celui des muxes ». Ces paroles sont extraites d’un entretien avec Felina Santiago Valdivieso, activiste originaire de Juchitán de Zaragoza (Oaxaca, Mexique). Dans la culture zapotèque, les muxes désignent des personnes reconnues comme appartenant à un troisième genre, distinct de la binarité masculin/féminin occidentale. Les jeunes muxes sont accompagnés par leurs familles et leur communauté dans la prise de conscience de leur identité : « No soy la niña, no soy el niño: soy muxe ».
Les cinq interprètes demeurent longtemps en fond de scène, traversés de mouvements lents et suspendus. Les costumes (Kite Vollard, Thomas Lebrun) – notamment les jupes, amples et brodées – deviennent de véritables dispositifs scéniques et chorégraphiques : ils prolongent les gestes dans l’espace et amplifient la dramaturgie. Au fil de la pièce, les danseurs se défont de ces jupes de fête pour révéler d’autres étoffes : de longs volants colorés qui continuent de porter le mouvement, d’en prolonger l’élan, de créer des contacts et de relier les corps, dessinant ainsi un réseau de relations et de sens.
Parmi les éléments scéniques, des bols aux motifs floraux – peints à la main sur fond noir brillant et réalisés à partir de coques séchées de courges jícaras – acquièrent une forte valeur symbolique. Les danseurs y déposent les fleurs retirées de leurs coiffures, dans un geste lent de déliaison. Ces objets deviennent alors les réceptacles d’une douceur gestuelle et d’une sensibilité souvent associée au féminin, qui se prolonge dans l’ondulation des chevelures soyeuses.
Dans le second mouvement, les identités individuelles s’affirment plus nettement : chaque interprète incarne une figure liée à l’artisanat local, traversée par des récits de violence et d’abus. Le paysage sonore (Maxime Fabre) se déploie comme un véritable élément performatif : des sonorités populaires de La Llorona du Trio Monte Albán aux interprétations de La Bruja de Texcoco (arrangements de Sébastien Martel), jusqu’au chant en direct de Nicolas Martel.
Au fil de la pièce, la corporéité des muxes se révèle progressivement, tandis que les visages demeurent dissimulés sous des masques d’une grande puissance évocatrice. La lumière, délicate, presque photographique, souligne la blancheur de la peau et le modelé des corps, dessinant des formes d’une beauté intense et émouvante, que vient traverser la musique de Hector Berlioz, introduisant une dimension mélodramatique, presque tragique.
La narration opère alors un basculement : le morceau Kid de Eddy de Pretto fait irruption, marquant une rupture temporelle et esthétique. Émerge alors une physicalité plus directe, plus sensuelle, dans une affirmation identitaire qui convoque les codes de la culture queer occidentale. Ce contraste structurel accentue le passage d’une esthétique de sublimation à un registre plus cru – y compris dans le traitement de la voix –, inscrivant le corps dans une dimension plus exposée et incarnée.
À l’approche du dénouement, l’atmosphère aux accents almodovariens de la choréographie cède la place à une scène dépouillée et sombre, dominée par le noir des costumes et le rouge des roses coupées. Dans une écriture épurée et rigureuse, fondée sur la superposition de gestes évoquant une iconographie de la mort, affleurent la solitude des muxes et la violence des injonctions normatives. Entre assignation à la virilité et quête d’acceptation, Thomas Lebrun met en scène un équilibre fragile, oscillant entre résistance et besoin de reconnaissance.
Dans cette tension constante entre lenteur et intensité, entre couleur et effacement, Sous les fleurs compose un paysage scénique d’une grande cohérence, où la délicatesse du geste coexiste avec des surgissements de force et d’énergie, donnant forme à une écriture chorégraphique à la fois exigeante, dense et profondément poétique.
« On ne vit qu’une fois », Felina Santiago Valdivieso
Par Francesca Oddone, spectacle vu le 2 avril 2026
Article paru sur Persinsala
Le spectacle a eu lieu
Maison de la Danse
8 Avenue Jean Mermoz, 69008 Lyon (FR)
1-2 avril 2026
Sous les fleurs | Thomas Lebrun
chorégraphie Thomas Lebrun
interprétation Antoine Arbeit, Raphaël Cottin, Arthur Gautier, Sébastien Ly, Nicolas Martel
création lumière Françoise Michel
création son Maxime Fabre
création costumes Kite Vollard, Thomas Lebrun
masques Ruua Masks
scénographie Xavier Carré, Thomas Lebrun
crédit photographique Frédéric Iovino
production Centre chorégraphique national de Tours
coproduction Équinoxe — Scène nationale de Châteauroux, La Rampe-La Ponatière — Scène conventionnée-Échirolles. Le CCNT est subventionné par le ministère de la Culture — DGCA — DRAC Centre-Val de Loire, la Ville de Tours, le Conseil régional Centre-Val de Loire, le Conseil départemental d’Indre-et-Loire et Tours Métropole Val de Loire




