LES CÉLESTINS, LYON.
La grâce amère de Pommerat
Du Café de la Marine aux Célestins de Lyon, une réécriture chorale autour de la fuite, de l’amour et de l’héritage familial.
Traduzione in italiano
L’aspra grazia di Pommerat
Dal Café de la Marine al Théâtre Les Célestins di Lione, una riscrittura corale intorno ai temi della fuga, dell’amore e dell’eredità familiare
Il tema della fuga è uno dei nodi più commoventi della trilogia marsigliese di Marcel Pagnol: perché collega il desiderio di partire con l’attaccamento al luogo d’origine, rendendo visibile una tensione mai del tutto pacificata tra slancio verso il largo e senso di appartenenza. Nella riscrittura di Marius firmata da Joël Pommerat nel 2017, questa tensione si dilata e assume un rilievo ancora più netto, poiché il sogno di evasione del protagonista entra in risonanza con il contesto carcerario in cui la pièce ha preso forma.
Marius nasce infatti come progetto teatrale condotto da Joël Pommerat insieme ai detenuti della Maison centrale di Arles. Dopo alcuni mesi di studio sui testi letterari, il gruppo si orienta verso la pièce di Marcel Pagnol e il regista francese costruisce una nuova versione del testo a partire dalle improvvisazioni e dalle biografie dei partecipanti, cercando di ricavare spazi di libertà senza tradire lo spirito dell’opera. Nelle note d’intenzione, Pommerat parla di un testo liberamente ispirato a Marius: un modo per lasciarsi alle spalle l’ambientazione entre-deux-guerres e un certo immaginario marsigliese stereotipato, conservando però intatti i nodi drammatici centrali: il conflitto tra dovere e desiderio, il rapporto tra padre e figlio, fino alla nozione di sacrificio.
Sulla scena del teatro Les Célestins di Lione, il bancone disadorno di un bar‑panetteria, una macchina del caffè guasta, gli strofinacci poggiati sulle stoviglie, le vetrine spente che contengono pasticceria o tramezzini, i tavolini di formica e, infine, le baguette – tristemente allineate nel cesto dietro alla cassa – evocano una vita in stallo. Lo spazio scenico, chiuso e senza prospettive, denso di oggetti quotidiani, di arredi semplici, funzionali ma malinconici, accentua la sensazione di confinamento sociale, legata anche all’impossibilità di sottrarsi ai legami familiari e sociali. La scenografia di Éric Soyer propone un adattamento iperrealista in cui il Bar de la Marine di Pagnol diventa una qualsiasi bottega di quartiere, che vivacchia, pigramente animata dal colore locale degli avventori.
Figure svogliate o distratte, opportuniste ma inconcludenti, i frequentatori del locale sollevano lo sguardo dalla propria tazzina ogni volta che qualcuno entra raccontando un aneddoto nuovo. Molti ruoli vengono ricalibrati per gli otto interpreti della pièce: Fanny è la figlia della parrucchiera, Panisse diventa un imprenditore di successo che vende scooter e non si separa mai dal telefono, César una figura di resistenza attiva, impegnata a fare sopravvivere la propria attività commerciale, tenendo il figlio legato a sé. In questo modo, l’asse del conflitto interiore pagnoliano – il legame di Marius con il padre e l’ossessione irriducibile per l’altrove – scivola verso uno scontro di natura più economica, collegato al lavoro e all’ambizione.
E poi c’è Marius, «un fatigué de la vie, un zombi, un incapable», simbolo di una giovinezza contemporanea che non riesce a partire davvero. Eppure, fa tenerezza, quando si lascia inghiottire dal proprio orgoglio, inadeguato nell’esprimere il proprio innamoramento a Fanny. Marius rischia di perderla perché non ha l’abitudine di sondare i propri sentimenti, né di nominarli, e perché conduce una vita incastrata all’interno di una routine consolidata nel tempo e in una contraddizione che lo rende brusco e scostante. Questa incapacità di abitare la vita in cui si trova lo consegna come una figura fragile, angosciata, che non domina nulla. L’effetto conclusivo è amaro, portato dai tentativi del protagonista di trovare il proprio posto nel mondo: «J’essaye de me dire que ma vie est ici» (Cerco di ripetermi che la mia vita è qui). Alla fine, Marius parte di notte, senza salutare e senza fare rumore. La sua ultima battuta viene coperta dalla traccia musicale. Così, malgrado il desiderio di imbarcarsi e lasciare Marsiglia finisca per prevalere, il costo per i personaggi è quello di una perdita immediata e concreta, che ricade soprattutto su Fanny e sul legame con César.
Al di là del piano narrativo, questa creazione del 2024 rappresenta un oggetto piuttosto anomalo rispetto alla drammaturgia abituale di Pommerat. I mezzi scenici sembrano sostenere un impianto più esplicitamente naturalista di quanto il suo teatro proponga di solito: la creazione luci di Éric Soyer, storico collaboratore del regista, si allontana dal lavoro sull’oscurità, sul taglio astratto e sulla sospensione tipici di altri spettacoli (La Réunification des deux Corées, 2013), restituendo invece una visibilità continua, minuziosa, quasi cinematografica, aderente alla concretezza del luogo. Il paesaggio sonoro (Philippe Perrin e François Leymarie) conferma questo spostamento: non emerge come dispositivo autonomo di perturbazione o di scarto, ma come creazione d’atmosfera, subordinata a un’esigenza di autenticità. Anche le voci degli interpreti, nella cadenza greve dell’accento marsigliese, entrano nello spazio sonoro dando spessore alla scena e tracciando il perimetro entro cui rimbalza l’azione.
Questa qualità diversa sembra affiorare dalla sovrapposizione di più fattori, che qui si alimentano a vicenda: il contesto di creazione, la materia letteraria e il metodo di scrittura collettiva. Ne deriva un assetto inconsueto, che distingue Marius dal Pommerat più riconoscibile, orientando lo spettacolo verso una forma meno astratta, più ruvida. D’altra parte, il regista attinge a un’opera fortemente narrativa, fondata su personaggi popolari, conflitti affettivi leggibili e una struttura drammatica relativamente lineare. Si comprende allora come questo sostrato favorisca una forma teatrale meno obliqua e meno filtrata. Ma se la pièce rinuncia a quella rarefazione quasi ipnotica che il pubblico tende ad associare a Pommerat, e in questo senso può generare una forma di delusione percettiva, la sua efficacia si ridefinisce rapidamente altrove: in un tessuto dialogico attraversato da un’ironia scattante, mai caricaturale, il cui effetto non è alleggerire la materia drammatica, ma metterne ancora più a nudo l’asperità.
di Francesca Oddone, visto il 29 maggio 2026
Articolo pubblicato su Persinsala
Lo spettacolo è andato in scena
Les Célestins, Théâtre de Lyon
4, rue Charles Dullin 69002 Lyon (FR)
27 maggio – 6 giugno 2026
Marius | Joël Pommerat
con Damien Baudry Michel Galera Roxane Isnard Ange Melenyk Olivier Molino Redwane Rajel Jean Ruimi Bernard Traversa Ludovic Velon
liberamente ispirato alla pièce di Marcel Pagnol
creazione teatrale Joël Pommerat
in collaborazione con Caroline Guiela Nguyen e Jean Ruimi
scenografia e luci Éric Soyer
assistente alla regia Lucia Trotta
costumi Isabelle Deffin
creazione sonora François Leymarie Philippe Perrin
direzione tecnica Emmanuel Abate
direzione tecnica aggiunta Thaïs Morel
assistente di rinforzo David Charier
costruzione scene Thomas Ramon Artom
oggetti di scena Frédérique Bertrand
regia suono Fany Schweitzer
regia luci Julien Chatenet Jean Pierre Michel
macchinista di scena Ludovic Velon
diffusione internazionale missioni speciali e agente Anne de Amézaga
amministratrice Elsa Blossier
codirettrice Magali Briday Voileau
responsabile di produzione Alice Caputo
responsabile delle tournée Pierre Quentin Derrien
direttrice di produzione Lorraine Ronsin Quéchon
con l’accompagnamento di Jérôme Guimon dell’associazione Ensuite
Le thème de la fuite est l’un des nœuds les plus émouvants de la trilogie marseillaise de Marcel Pagnol : il relie le désir de partir à l’attachement au lieu d’origine et rend visible une tension jamais tout à fait apaisée entre l’appel du large et le sentiment d’appartenance. Dans la réécriture de Marius signée Joël Pommerat en 2017, cette tension se déploie avec d’autant plus de netteté que le rêve d’évasion du protagoniste entre en résonance avec le contexte carcéral dans lequel la pièce a pris forme.
Marius est né d’un projet théâtral mené par Joël Pommerat avec des détenus de la Maison centrale d’Arles. Après plusieurs mois de travail des textes littéraires, le groupe s’oriente vers la pièce de Marcel Pagnol et le metteur en scène élabore une nouvelle version du texte à partir des improvisations et des biographies des participants, en ménageant des marges de liberté sans trahir l’esprit de l’œuvre. Dans ses notes d’intention, Pommerat parle d’un « texte librement inspiré » de Marius : une manière de laisser derrière soi l’entre-deux-guerres et un imaginaire marseillais parfois stéréotypé, tout en conservant les nœuds dramatiques, du conflit entre devoir et désir à la relation père-fils, jusqu’à la notion de sacrifice.
Sur la scène des Célestins de Lyon, le comptoir dépouillé d’un café-boulangerie, une machine à café hors service, les torchons posés sur la vaisselle, les vitrines éteintes où s’alignent pâtisseries et sandwichs, les tables en formica et, enfin, les baguettes – tristement rangées dans le panier derrière la caisse – évoquent une vie à l’arrêt. L’espace scénique, clos et sans perspective, saturé d’objets du quotidien, de meubles simples, fonctionnels mais mélancoliques, accentue la sensation d’enfermement social, liée aussi à l’impossibilité de se soustraire aux liens familiaux. La scénographie d’Éric Soyer propose un dispositif hyperréaliste dans lequel le Bar de la Marine de Pagnol devient une échoppe de quartier ordinaire, qui survit à bas bruit, animée par la couleur locale des habitués.
Figures apathiques ou distraites, opportunistes mais irrésolues, les habitués du lieu lèvent de temps en temps les yeux de leur tasse à café pour écouter une nouvelle anecdote. Plusieurs rôles sont recalibrés pour les huit interprètes de la pièce : Fanny devient la fille de la coiffeuse, Panisse un entrepreneur prospère qui vend des scooters et ne se sépare jamais de son téléphone, César une figure de résistance active, soucieuse d’assurer la continuité de son commerce grâce à son fils. Ainsi, l’axe du conflit intérieur pagnolesque – le lien de Marius à son père et son obsession irréductible de l’ailleurs – se déplace vers une confrontation d’ordre plus économique, liée au travail et à la transmission.
Et puis il y a Marius, « un fatigué de la vie, un zombi, un incapable », symbole d’une jeunesse contemporaine qui ne parvient pas à prendre son envol. Pourtant, il touche par sa maladresse : incapable d’exprimer à Fanny ce qu’il ressent, il se débat dans un orgueil timide, qui l’empêche d’interroger ses sentiments et de les nommer, pris dans une contradiction qui le rend brusque et distant. Cette incapacité à habiter sa vie en fait une figure fragile, inquiète, qui ne maîtrise rien. L’effet final est amer, porté par les tentatives du protagoniste pour trouver sa place dans le monde : « J’essaye de me dire que ma vie est ici ». Dans le final de la pièce, Marius part de nuit, sans saluer et sans bruit. Sa dernière réplique se perd dans la musique. Ainsi, le désir d’embarquer et de quitter Marseille finit par l’emporter, mais le coût pour les personnages est celui d’une perte immédiate et concrète, qui retombe surtout sur Fanny et sur le lien avec César.
Au-delà de la trame narrative, cette création de 2024 constitue un objet assez singulier dans la dramaturgie habituelle de Pommerat. Les moyens scéniques semblent soutenir un dispositif plus explicitement naturaliste que ne le fait d’ordinaire son théâtre : la création lumière d’Éric Soyer, collaborateur historique du metteur en scène, s’éloigne du travail sur les noirs, la découpe abstraite et la suspension que l’on retrouve dans d’autres spectacles (La Réunification des deux Corées, 2013), pour restituer une visibilité continue, minutieuse, presque cinématographique, au plus près de la matérialité du lieu. Le paysage sonore (Philippe Perrin et François Leymarie) confirme ce déplacement : il n’apparaît pas comme un dispositif autonome de perturbation ou de décalage, mais comme une ambiance, subordonnée à une exigence d’authenticité. Les voix des interprètes, dans la cadence appuyée de l’accent marseillais, s’inscrivent elles aussi dans cet espace sonore, donnent corps à la scène et dessinent le périmètre où rebondit l’action.
Cette qualité différente de la pièce vue aux Célestins tient sans doute au croisement de plusieurs facteurs, qui se renforcent mutuellement : le contexte de création, la matière littéraire et la méthode d’écriture collective. Il en résulte une construction inhabituelle, qui distingue Marius du Pommerat le plus reconnaissable, et oriente le spectacle vers une forme moins abstraite, plus rugueuse. Le metteur en scène puise d’ailleurs dans une œuvre fortement narrative, fondée sur des personnages populaires, des conflits affectifs lisibles et une structure dramatique relativement linéaire. On comprend alors comment ce terreau favorise une forme théâtrale moins oblique et moins filtrée.
Mais si la pièce renonce à la raréfaction presque hypnotique que le public associe volontiers à Pommerat – et pourrait en ce sens susciter une forme de déception perceptive – son efficacité se redéfinit vite ailleurs : dans un tissu dialogique traversé par une ironie vive, jamais caricaturale, qui ne vise pas à alléger la matière dramatique, mais à en révéler plus nettement l’âpreté.
Par Francesca Oddone, vu le 29 mai 2026
Article publié sur Persinsala
Le spectacle a eu lieu
Les Célestins, Théâtre de Lyon
4, rue Charles Dullin, 69002 Lyon (FR)
27 mai – 6 juin 2026
Marius | Joël Pommerat
avec Damien Baudry, Michel Galera, Roxane Isnard, Ange Melenyk, Olivier Molino, Redwane Rajel, Jean Ruimi, Bernard Traversa, Ludovic Velon
librement inspiré de la pièce de Marcel Pagnol
création théâtrale Joël Pommerat
en collaboration avec Caroline Guiela Nguyen et Jean Ruimi
scénographie et lumières Éric Soyer
assistante à la mise en scène Lucia Trotta
costumes Isabelle Deffin
création sonore François Leymarie, Philippe Perrin
direction technique Emmanuel Abate
direction technique adjointe Thaïs Morel
assistant de renfort David Charier
construction des décors Thomas Ramon Artom
accessoires Frédérique Bertrand
régie son Fany Schweitzer
régie lumière Julien Chatenet, Jean-Pierre Michel
machinerie Ludovic Velon
diffusion internationale, missions spéciales et agent Anne de Amézaga
administratrice Elsa Blossier
codirectrice Magali Briday Voileau
responsable de production Alice Caputo
responsable des tournées Pierre Quentin Derrien
directrice de production Lorraine Ronsin Quéchon
avec l’accompagnement de Jérôme Guimon de l’association Ensuite





