THÉÂTRE DE LA CROIX ROUSSE, LYON.
Le check-point de la douleur
Au nom du ciel, de Yuval Rozman, adopte le point de vue des oiseaux pour esquisser un espace d’observation du conflit, entre ironie, suspension et fracture du réel.
Traduzione in italiano
Il check-point del dolore
Au nom du ciel, di Yuval Rozman, adotta il punto di vista degli uccelli per delineare uno spazio di osservazione del conflitto, tra ironia, sospensione e frattura del reale.
La scena è aperta, esposta nei propri meccanismi funzionali; diverse attrezzature tecniche pendono dal soffitto o restano visibili ai margini della scena: corde, carrucole, sistemi manuali di sollevamento. Un personaggio in costume color salmone fischietta suonando una piccola chitarra. Si muove, interagisce con il pubblico chiedendo alla sala: «Indovinate chi sono?». Le voci dalla platea dicono che si tratta di un uccello. Qualcuno che ha letto il programma di sala precisa: un bulbul d’Arabia. Si tratta di un passero sedentario dal canto vivace e melodioso, che abita una posizione rialzata di Gerusalemme da cui osserva la città, insieme alla drahra, uccello dal piumaggio azzurro-verde, più instabile e suscettibile, che introduce una diversa qualità di presenza scenica e di relazione allo spazio. In Au nom du ciel (2025), il drammaturgo Yuval Rozman – intellettuale e dissidente di origine israeliana – costruisce così uno spazio sospeso tra cielo e terra, coerente con il punto di vista dei protagonisti.
Insieme al bulbul e alla drahra, un terzo personaggio volatile, il rondone, sopraggiunge poco dopo l’inizio della pièce. Figura dell’aria e del movimento continuo, è l’uccello migratore che arriva dall’Africa dopo una lunga assenza e non si posa quasi mai. Sulla scena è un corpo che sfugge all’ancoraggio e mantiene un punto di vista distaccato sugli eventi. Offre una forma di osservazione continua ma non risolutiva: mentre gli altri raccontano o reagiscono al dramma, il rondone tiene aperto il flusso. Vive in uno stato di circolazione permanente ed è spesso quello più distante dal suolo. Le tecniche di sospensione permettono agli interpreti spostamenti aerei e traslazioni assistite, mantenendo i corpi in una oscillazione continua tra gravità e volo.
I tre uccelli non funzionano come semplici personaggi, ma come dispositivi di sguardi differenziati sulla città. All’interno della narrazione, si innestano momenti di grande ironia, umorismo e assurdo, legati alla lettura “altra” degli uccelli, ma anche al contrasto tra la leggerezza dei corpi sospesi e la gravità di ciò che essi osservano. Sono in grado di trasporre in rap la geografia dei quartieri di Gerusalemme, imitare figure politiche, scambiare consigli su dove nidificare sul Muro del Pianto, esprimere simpatie per i diversi poliziotti israeliani in base alle briciole di bagel che lasciano cadere.
Il paesaggio sonoro si costruisce a partire dalla voce, materia principale della creazione. Le voci degli interpreti alternano diverse lingue — ebraico, arabo, italiano, francese, inglese e spagnolo — e i cambi di registro strutturano il tempo scenico, variando tra racconto, canto, grido e sussurro e alimentando una forte dimensione ritmica e musicale della parola. I versi degli uccelli, restituiti attraverso suoni gutturali, stridii, vocalizzazioni non verbali introducono una zona ambigua, sospesa tra linguaggio e suono puro. La musica, non continua, entra come elemento di contrasto o di sospensione. Come la scenografia, anche il sistema sonoro è dichiarato, visibile, e partecipa a una drammaturgia che mette in tensione luminosità e conflitto.
Il silenzio si installa in maniera assoluta in sala, nel momento in cui i sovratitoli riportano la narrazione degli eventi osservati dagli uccelli sopra Gerusalemme: episodi legati al conflitto israelo-palestinese, situazioni di violenza, vita quotidiana sotto controllo militare.
Se a livello narrativo i sovratitoli tessono il filo degli eventi e immettono elementi di realtà nella quotidianità apparentemente spensierata degli uccelli, a livello percettivo generano invece una frattura: introducono uno scarto tra voce e testo capace di dislocare costantemente la percezione. Portando la cronaca sullo schermo, rallentano la ricezione, impediscono un’immersione totale e mantengono una distanza critica.
È così che apprendiamo che, nel mondo degli umani, un giovane palestinese con disabilità viene ucciso a un check-point israeliano nel giorno della fine del Ramadan. L’episodio dà luogo all’apertura di un’inchiesta, che cerca di chiarire la dinamica dei fatti e le responsabilità, tra versioni divergenti e zone d’ombra. La dimensione ironica sposta il dramma, rendendolo percepibile per deviazione, e permettendo di dire l’indicibile senza frontalità. Il bulbul svolge una funzione di mediazione narrativa e fa da cerniera tra distanza e coinvolgimento. La drahra rompe gli equilibri. Il rondone, invece, non appartiene al luogo: non può comprendere la complessità del conflitto, la paura, la stanchezza, la fragilità dell’equilibrio. «Anche il Muro è fragile».
E così il titolo, denso e stratificato, Au nom du ciel (In nome del cielo), evoca più livelli di senso: il linguaggio della legittimazione morale o politica, l’idea di azioni compiute in nome di una causa superiore. Ma anche, ripetuto più volte durante la pièce — «Au nom du ciel, arrêtez ça!», «Au nom du ciel, je demande justice» — il linguaggio della preghiera, della speranza che l’assurdità della violenza abbia fine. Infine, il cielo come punto di vista: lo sguardo in quota degli uccelli. Tra trascendenza e conflitto terrestre, il cielo diventa uno spazio inafferrabile, che non garantisce alcuna verità univoca.
Au nom du ciel di Yuval Rozman, pubblicato in Francia nel 2025 dalla casa editrice indipendente specializzata in teatro contemporaneo Les Solitaires Intempestifs, nasce da una produzione francese inaugurata al Phénix – Scène nationale de Valenciennes e, grazie alla coproduzione di numerosi teatri nazionali e scene pubbliche, è stato presentato in tournée tra Francia e Belgio, passando in particolare per il Théâtre du Nord (Lille), il Théâtre du Rond-Point (Parigi), il TnBA – Théâtre national Bordeaux Aquitaine (Bordeaux) e il Théâtre de Liège, prima di approdare a Lione nella programmazione di Les Célestins – Théâtre de Lyon in partenariato con Théâtre de la Croix Rousse.
Elementi di pregio: Lo spettacolo costruisce un dispositivo di sguardi decentrati e non umani che frammenta il racconto del conflitto e ne disloca continuamente la percezione, oscillando tra ironia e tragedia senza mai stabilizzarla in una narrazione univoca.
Limiti: La densità formale e percettiva dello spettacolo, unita a una grande stratificazione di registri, elementi multilingua e traduzione può produrre un sovraccarico concettuale. Tuttavia, le leve interne al meccanismo scenico (silenzi, momenti puramente fisici, volo) consentono allo spettatore di tornare costantemente a zone di respiro percettivo e sensoriale.
di Francesca Oddone, visto il 28 aprile 2026
Articolo pubblicato su L’Oca
Lo spettacolo è andato in scena
Théâtre de la Croix Rousse
Place Joannès Ambre 69004 Lyon (FR)
28-30 aprile 2026
Au nom du ciel | Yuval Rozman
scrittura e regia Yuval Rozman
collaborazione alla scrittura Gaël Sall
regia Yuval Rozman, assistito da Antoine Hirel
con Cécile Fisēra, Gaël Sall, Gaëtan Vourc’h
scenografia e disegno luci Victor Roy
creazione sonora Roni Alter, con la collaborazione di Jean-Baptiste Soulard
fonico Quentin Florin
costumi Julien Andujar
assistente alla regia Antoine Hirel
macchinista di palco Nicolas Bignan
direzione tecnica Christophe Fougou
coreografia Anna Chirescu
consulenza al volo scenico Marc Bizet
© Frédéric Iovino
Produzione Compagnie Inta Loulou. Coproduzione (in corso) Phénix Scène nationale de Valenciennes – pôle européen de création, Next Festival, Théâtre du Nord CDN Lille-Tourcoing, Théâtre du Rond-Point, Maison de la culture de Bourges, GRRRANIT Scène nationale Belfort, 104 Paris, Théâtre de Liège, TNBA CDN Bordeaux, Comédie de Béthune CDN, Théâtre de l’Union CDN du Limousin, Théâtre Dijon Bourgogne CDN de Dijon, Maison de la culture d’Amiens – pôle européen de création. Accoglienza in residenza di scrittura La Chambre d’eau, Le Favril.
Con il sostegno del programma di inserimento dell’École du Nord, finanziato dal Ministero della Cultura e dalla Regione Hauts-de-France e dell’Institut français nell’ambito di una residenza di ricerca in Cisgiordania. Il testo dello spettacolo è sostenuto dal Centre National du Livre nell’ambito della borsa “découverte” per autori drammatici. La compagnia Inta Loulou è convenzionata con il Ministero della Cultura – DRAC Hauts-de-France.
In partenariato con Les Célestins, Théâtre de Lyon
La scène est ouverte, exposant ses mécanismes fonctionnels ; divers dispositifs techniques pendent du plafond ou restent visibles en bord de plateau : cordes, poulies, systèmes de levage manuels. Un personnage vêtu d’un costume couleur saumon sifflote en s’accompagnant d’une petite guitare. Il circule, interpelle le public et lance : « Devinez qui je suis ? ». Depuis la salle, on répond qu’il s’agit d’un oiseau. Quelqu’un, ayant lu le programme de salle, précise : un bulbul d’Arabie. Passereau sédentaire au chant vif et mélodieux, il occupe une position surélevée à Jérusalem d’où il observe la ville, aux côtés de la drahra, oiseau au plumage bleu-vert, plus instable et nerveux, qui introduit une autre qualité de présence scénique et de relation à l’espace. Dans Au nom du ciel (2025), le dramaturge Yuval Rozman — intellectuel et dissident d’origine israélienne — construit ainsi un espace suspendu entre ciel et terre, en cohérence avec le point de vue de ses protagonistes.
Aux côtés du bulbul et de la drahra, un troisième oiseau fait son entrée peu après le début de la pièce : le martinet noir. Figure de l’air et du mouvement continu, migrateur venu d’Afrique après une longue absence, il ne se pose presque jamais. Sur scène, il incarne un corps insaisissable, échappant à tout ancrage. Il offre un regard en circulation permanente, jamais conclusif : là où les autres racontent ou réagissent, il maintient le flux ouvert. Les mécanismes de suspension permettent aux interprètes des déplacements aériens et des translations assistées, maintenant les corps dans une oscillation constante entre gravité et envol.
Les trois oiseaux ne fonctionnent pas comme de simples personnages, mais comme des points de vue différenciés sur la ville. La narration s’y infiltre par moments d’ironie, d’humour et d’absurde, liés à leur lecture décalée du monde, mais aussi au contraste entre la légèreté des corps suspendus et la gravité de ce qu’ils observent. Ils sont capables de rapper la géographie des quartiers de Jérusalem, d’imiter des figures politiques, d’échanger des conseils pour nicher sur le Mur des Lamentations, ou encore d’exprimer leurs préférences pour certains policiers israéliens en fonction des miettes de bagel qu’ils laissent tomber.
Le paysage sonore se construit à partir de la voix, matière première de la création. Les interprètes alternent plusieurs langues — hébreu, arabe, italien, français, anglais et espagnol — et ces variations de registres structurent le temps scénique, oscillant entre récit, chant, cri et chuchotement, nourrissant une forte dimension rythmique et musicale. Les chants d’oiseaux, restitués par des sons gutturaux, stridences et vocalisations non verbales, ouvrent une zone ambiguë, entre langage et son pur. La musique, ponctuelle, intervient comme élément de contraste ou de suspension. À l’image de la scénographie, le système sonore est lui aussi visible, assumé, et participe d’une dramaturgie qui met en tension clarté et conflit.
Le silence s’installe brutalement dans la salle lorsque les surtitres prennent le relais de la narration. Ils relatent les événements observés depuis le ciel de Jérusalem : épisodes du conflit israélo-palestinien, scènes de violence, fragments de vie quotidienne sous contrôle militaire.
Sur le plan narratif, les surtitres tissent le fil des événements et injectent le réel dans l’apparente légèreté du monde des oiseaux. Sur le plan perceptif, ils produisent une fracture : un écart entre voix et texte qui déplace constamment la réception. En projetant la chronique à l’écran, ils ralentissent l’immersion et instaurent une distance critique. C’est ainsi que l’on apprend que, dans le monde des humains, un jeune Palestinien en situation de handicap est abattu à un check-point israélien le jour de la fin du Ramadan. L’événement ouvre une enquête, cherchant à établir les faits et les responsabilités, entre récits divergents et zones d’ombre.
L’ironie agit ici comme un déplacement du drame, le rendant perceptible par détour, permettant de dire l’indicible sans frontalité. Le bulbul joue un rôle de médiation narrative, articulant distance et implication. La drahra introduit des ruptures. Le martinet, lui, demeure étranger : il ne peut saisir la complexité du conflit, ni la peur, ni l’épuisement, ni la fragilité des équilibres. « Même le Mur est fragile ».
Le titre, dense et stratifié, Au nom du ciel, déploie plusieurs niveaux de sens : celui du langage de la légitimation morale ou politique, des actions accomplies au nom d’une cause supérieure. Mais aussi, répété tout au long de la pièce — « Au nom du ciel, arrêtez ça ! », « Au nom du ciel, je demande justice » — celui de la prière, de l’espoir que la violence cesse. Enfin, le ciel comme point de vue : celui des oiseaux. Entre transcendance et conflit terrestre, il devient un espace insaisissable, ne garantissant aucune vérité univoque.
Au nom du ciel de Yuval Rozman, publié en France en 2025 par la maison d’édition indépendante Les Solitaires Intempestifs, naît d’une production créée au Phénix – Scène nationale de Valenciennes. Coproduit par plusieurs scènes nationales, le spectacle a été présenté en tournée en France et en Belgique, notamment au Théâtre du Nord (Lille), au Théâtre du Rond-Point (Paris), au TnBA (Bordeaux) et au Théâtre de Liège, avant d’être accueilli au Théâtre de la Croix-Rousse, en partenariat avec Les Célestins – Théâtre de Lyon.
Éléments remarquables
Le spectacle déploie un dispositif de regards décentrés et non humains, fragmentant la narration du conflit et en déplaçant constamment la perception. Il oscille entre ironie et tragédie sans jamais se stabiliser dans une lecture univoque.
Réserves
La densité formelle et perceptive, associée à une forte stratification des registres, du multilinguisme et de la traduction, peut produire une forme de saturation. Néanmoins, les respirations internes du dispositif — silences, séquences physiques, suspensions — permettent au spectateur de retrouver des zones de disponibilité sensible.
Par Francesca Oddone, vu le 28 avril 2026
Article publié sur L’Oca
Le spectacle a eu lieu
Théâtre de la Croix Rousse
Place Joannès Ambre 69004 Lyon (FR)
28-30 avril 2026
Au nom du ciel | Yuval Rozman
écriture et mise en scène Yuval Rozman
collaborateur a l’écriture Gaël Sall
mise en scène Yuval Rozman assisté d’Antoine Hirel
avec Cécile Fisēra, Gaël Sall, Gaëtan Vourc’h
scénographie et création lumière Victor Roy
création sonore Roni alter accompagnée de Jean-Baptiste Soulard
régisseur son Quentin Florin
costumes Julien Andujar
assistant à la mise en scène Antoine Hirel
régie plateau Nicolas Bignan
régie générale Christophe Fougou
chorégraphie Anna Chirescu
accompagnement vol Marc Bizet
© Frédéric Iovino
production Compagnie Inta Loulou. Coproduction (en cours) Phénix Scène nationale de Valenciennes pôle européen de création, Next festival, Théâtre du Nord CDN Lille- Tourcoing, Théâtre du Rond-Point, Maison de la culture de Bourges, GRRRANIT Scène nationale Belfort, 104 Paris, Théâtre de Liège, TNBA CDN Bordeaux, Comédie de Béthune CDN, Théâtre de l’Union CDN du Limousin, Théâtre Dijon Bourgogne CDN de Dijon, Maison de la culture d’Amiens pôle européen de création. Accueil en résidence d’écriture La chambre d’eau, Le Favril. Avec le soutien du dispositif d’Insertion de l’École du Nord, financé par le ministère de la Culture et la Région Hauts-de-France et l’Institut français au titre de la résidence de recherche en Cisjordanie. Le texte du spectacle est soutenu par le Centre National du Livre au titre de la bourse découverte aux auteurs dramatiques. La compagnie Inta Loulou est conventionnée par le ministère de la culture – DRAC Hauts-de-France.





