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Ph. Valeria Manna

LE PALESTRITI

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NID PLATFORM, OGR TORINO.

Faire corps. Du geste individuel à la force collective

Une création finaliste des Prix UBU 2025 – Meilleur spectacle de danse

Fare corpo. Dal gesto individuale alla resistenza collettiva

Una creazione finalista ai Premi UBU 2025 – Miglior spettacolo di danza

Le Palestriti, creazione di Simona Bertozzi, sono arrivate per me nell’ultima giornata di NID Platform 2026, appuntamento professionale dedicato alla scena coreografica italiana, coordinato quest’anno a Torino dalla Fondazione Piemonte dal Vivo. 

Il titolo di questo lavoro, nato all’interno del progetto ATHLETES, che esplora le relazioni tra danza contemporanea, sport e vocalità, fa riferimento alle giovani atlete raffigurate nel celebre mosaico della Villa Romana del Casale, a Piazza Armerina, in Sicilia: una rara rappresentazione dell’agonismo femminile nell’antichità. Vi compaiono giovani figure impegnate in diverse attività atletiche — dalla corsa al lancio del disco, dagli esercizi con i pesi ai giochi con la palla — nonché la premiazione della vincitrice, incoronata e celebrata con una palma.

Tra le proposte della decima edizione di NID — Coreografie del possibile — a cui ho assistito, Le Palestriti mi sembra rivelare una particolare cura e complessità della concezione: si tratta di un’opera stratificata, che evolve in maniera organica rivelando un dislocamento interessante per chi osserva. Il riferimento storico e culturale, la scrittura del gesto, la pratica sportiva, la vocalità, la musica e lo spazio concorrono a costruire un unico dispositivo scenico. La struttura, inserita nel contesto post-industriale delle OGR di Torino, è sufficientemente flessibile per adattarsi a diverse configurazioni della superficie scenica e del pubblico, disposto intorno a tutti i lati del quadrato scenico, senza un unico fronte privilegiato. Lo sguardo è così continuamente sollecitato a cambiare posizione, mentre le traiettorie delle interpreti si aprono in più direzioni e lo spettatore è immerso nel campo d’azione, come dentro a un’arena.

La creazione si apre con quattro danzatrici ai margini della pedana, indossano felpe scure col cappuccio e ciabatte infradito. Saltano, si spostano, accennano un riscaldamento lungo i bordi del quadrato chiaro. Sullo sfondo, due grandi immagini mostrano frammenti di performance sportive. Poi le felpe vengono abbandonate, come gli accappatoi dai pugili al bordo del ring. Compaiono così dei costumi bianchi che, nella loro essenzialità e fattura, rimandano all’iconografia classica. Il costume diventa allora il primo strato di una memoria visiva: quello delle donne-atlete fissate nell’opera d’arte. Ma sulla scena il corpo non è un’immagine da ammirare. È un corpo che agisce, corre, salta, cade, resiste e si trasforma. L’antico diventa dunque materia viva della coreografia.

Un ampio telo con la riproduzione del mosaico sottolinea ulteriormente questo passaggio, introducendo una nota lievemente didascalica. L’immagine, inizialmente oggetto di contemplazione, viene manipolata dalle interpreti, che ne afferrano gli angoli e la trasformano in materia di un’azione scenica. L’elemento storico non viene semplicemente citato, bensì messo in movimento.

È nella gestualità che Le Palestriti compie il suo principale dislocamento. La coreografia attinge a gesti riconducibili all’allenamento e alla pratica — lanciare, spingersi, sostenere il peso, mantenere l’equilibrio — ma sembra progressivamente sottrarli alla logica della prestazione. I movimenti si svolgono al rallentatore, quasi mimando in maniera straniante la gestualità della performance sportiva, su una traccia sonora che riproduce i rumori e le acclamazioni del pubblico da stadio. A questo immaginario contribuiscono anche alcuni accessori — scudo, spada, casco da fantino, conchiglia paragenitali, polvere di magnesite — che accentuano lo slittamento ludico e straniante della scena.

Il gesto individuale viene ripetuto, modificato, interrotto e ricomposto attraverso la presenza delle altre interpreti. La scena diventa così un territorio di relazione. La disciplina convive con il gioco, la precisione con l’imprevisto, la forza con la vulnerabilità. Le quattro presenze si avvicinano, si incrociano, si affrontano fino ad aggregarsi, facendo emergere una fisicità che non appartiene a un singolo corpo, ma al gruppo. È qui che il titolo acquista una seconda dimensione: Le Palestriti sono adesso quattro donne contemporanee che sembrano allenarsi a fare corpo, convergendo verso un’esperienza condivisa.

Il riferimento all’immagine antica si fa più significativo quando le interpreti abbandonano le tuniche bianche e lasciano apparire il bikini che riprende quello delle atlete raffigurate nell’opera musiva. A quel punto, il corpo è ancora più esposto, ma questa esposizione non lo rende fragile; al contrario, diventa il punto di partenza nella costruzione di una forza che si afferma e si amplifica.

Anche la dimensione vocale che si alterna ai silenzi è molto interessante e prolunga la fisicità del movimento. Respiri, suoni e sussurri entrano nella partitura insieme ai gesti, rendendo udibile ciò che accade nei corpi: lo sforzo, la tensione, l’accelerazione, il recupero. «La meta, tocco, lancio, nella mischia, il cuore in gola, passo, schiaccio»: parole isolate, verbi d’azione, frammenti di esperienza fisica si susseguono come impulsi, mentre la respirazione individuale si organizza in una voce collettiva.

Questa materia vocale si intreccia con la musica originale di Meike Clarelli e Davide Fasulo, componendo una partitura che sembra seguire da vicino gli stati fisici delle interpreti. L’irruzione di brani pop riconoscibili, da Like a Prayer di Madonna a Road to Nowhere dei Talking Heads nel finale, sposta nuovamente il registro, trasformando la scena in uno spazio di gioia e di appartenenza.

La competizione non scompare, ma viene trasformata. L’avversaria non è soltanto un corpo da battere: può diventare il punto d’appoggio necessario per continuare il movimento. La resistenza non è quindi la capacità di sopportare uno sforzo, ma la possibilità di resistere insieme. Da una rappresentazione antica di corpi femminili impegnati nell’agonismo, Le Palestriti costruisce un’immagine contemporanea del corpo come luogo di alleanza, che si mette alla prova, si confronta, si ascolta e infine si accorda, celebrando la vittoria dell’altra come una forma di vittoria condivisa.

C’è poi una risonanza che Le Palestriti non ha bisogno di dichiarare per produrre. In un presente in cui i corpi delle donne non cessano di essere oggetto di violenza, queste figure femminili che si allenano alla potenza, alla resistenza e soprattutto alla reciprocità assumono un’intensità particolare e commovente. Non sono corpi invulnerabili, né corpi semplicemente esibiti nella loro energia: sono corpi che imparano a sostenersi, a esserci, a reagire insieme. Fare corpo diventa una forma di resistenza collettiva. 

È anche a partire da qui, approdando a questa edizione di NID Platform con l’abitudine ai linguaggi della scena francese, che ho riattraversato le proposte a cui ho avuto accesso. Sebbene per ognuno degli spettacoli a cui ho assistito sarebbe necessario un discorso specifico, mi è sembrato di intravedere una scena coreografica italiana parzialmente condizionata da modalità di diffusione che privilegiano soprattutto la leggibilità e la dimensione estetica. Mi sono allora domandata se, in questo contesto, il corpo non corra il rischio di essere ostacolato nella propria capacità di farsi veicolo di idee, messaggi, disagi o forme di ribellione più radicali, che attraversano la nostra società. Alcune proposte mi sono apparse molto prudenti, come se faticassero a occupare quello spazio di libertà e creatività che la danza può offrire. È in quest’ottica che ho scelto di soffermarmi su Le Palestriti: una creazione che, accanto alla precisione della forma, lascia emergere una ricerca più ampia, capace di interrogare la cultura e la memoria, il corpo femminile, la relazione e lo slancio collettivo e che, nel mio sguardo, assume anche una precisa valenza femminista.

La tensione, in questo lavoro di Simona Bertozzi, circola tra i corpi e trova nel gruppo la possibilità di moltiplicarsi, fino a trasformarsi in una forza che appartiene a tutte.

di Francesca Oddone, visto il 4 settembre 2026
Articolo pubblicato su L’Oca

Lo spettacolo è andato in scena
NID Platform 2026, Coreografie del possibile
OGR Torino
Corso Castelfidardo 22, 10138 Torino (IT)
3-4 settembre 2026

Le Palestriti | Simona Bertozzi

coreografia Simona Bertozzi
preparazione vocale Meike Clarelli
creato con e danzato da Arianna Brugiolo, Federica D’Aversa, Valentina Foschi, Sara Cavalieri (in sostituzione di Paola Drera)
musica originale Meike Clarelli, Davide Fasulo
disegno luci e assistenza tecnica Rocio España Rodriguez
costumi Simona Bertozzi, Katia Kuo, Cristiana Suriani
ufficio stampa Michele Pascarella
foto e video Luca Del Pia
organizzazione Francesca Proietti
amministrazione Roberto Berti
produzione Nexus Factory

con il sostegno di Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna, Comune di Bologna
con il supporto di Festival Danza Estate
in collaborazione con ALMASTUDIOS Bologna
La coreografia è stata finalista ai Premi UBU 2025.

Le Palestriti, création de Simona Bertozzi, est arrivée pour moi lors de la dernière journée de NID Platform 2026, rendez-vous professionnel consacré à la scène chorégraphique italienne, coordonné cette année à Turin par la Fondazione Piemonte dal Vivo.

Le titre de cette œuvre, née dans le cadre du projet ATHLETES, qui explore les relations entre danse contemporaine, sport et vocalité, fait référence aux jeunes athlètes représentées dans la célèbre mosaïque des bikinis de la Villa Romana del Casale, à Piazza Armerina, en Sicile : une rare représentation de la pratique sportive féminine dans l’Antiquité. On y voit de jeunes figures s’adonnant à différentes activités athlétiques — de la course au lancer du disque, des exercices avec des poids aux jeux de balle — ainsi que la remise du prix à la gagnante, couronnée et célébrée avec une palme.

Parmi les propositions de la dixième édition de NID auxquelles j’ai assisté, Le Palestriti me semble révéler une attention et une complexité particulières dans sa conception. L’œuvre évolue de manière organique et produit un déplacement particulièrement intéressant pour le regard. La référence historique et culturelle, l’écriture du geste, la pratique sportive, la vocalité, la musique et l’espace concourent à construire un dispositif scénique stratifié. La structure, installée dans le contexte post-industriel des OGR de Turin, est suffisamment souple pour s’adapter à différentes configurations de l’espace scénique et du public, disposé sur les quatre côtés du carré, sans qu’aucun front ne soit privilégié. Le regard est ainsi constamment sollicité à changer de position, tandis que les trajectoires des interprètes s’ouvrent dans plusieurs directions et que le spectateur se trouve immergé dans le champ d’action, comme au cœur d’une arène.

La création s’ouvre sur quatre danseuses installées aux marges du plateau, vêtues de sweats sombres à capuche et de tongs. Elles sautent, se déplacent, esquissent un échauffement le long des bords du carré clair. À l’arrière-plan, deux grandes images montrent des fragments de performances sportives. Puis les sweats sont abandonnés, comme les peignoirs des boxeurs au bord du ring. Apparaissent alors des costumes blancs qui, par leur simplicité et leur confection, renvoient à l’iconographie classique. Le costume fait alors surgir une première mémoire visuelle : celle des femmes athlètes fixées dans l’œuvre antique. Mais sur scène, le corps n’est pas une image à contempler. C’est un corps qui agit, court, saute, tombe, résiste et se transforme. L’Antiquité devient ainsi une matière vivante de la chorégraphie.

Une grande toile reproduisant la mosaïque souligne encore ce passage, introduisant une légère dimension explicative. L’image, d’abord objet de contemplation, est manipulée par les interprètes, qui en saisissent les angles et la transforment en matière de l’action scénique. L’élément historique n’est donc pas simplement cité : il est mis en mouvement.

C’est dans la gestuelle que Le Palestriti opère son déplacement principal. La chorégraphie puise dans des gestes liés à l’entraînement et à la pratique — lancer, pousser, soutenir le poids, maintenir l’équilibre — mais semble progressivement les soustraire à la logique de la performance. Les mouvements se déploient au ralenti, comme une évocation décalée de la gestuelle sportive, sur une bande sonore qui reproduit les bruits et les acclamations d’un public de stade. Plusieurs accessoires participent également à cet imaginaire — bouclier, épée, casque de jockey, coquille, magnésie — et accentuent le glissement ludique et surprenant de la scène.

Le geste individuel est répété, modifié, interrompu puis recomposé par la présence des autres interprètes. La scène devient ainsi un territoire de relation. La discipline côtoie le jeu, la précision l’imprévu, la force la vulnérabilité. Les quatre présences se rapprochent, se croisent, se confrontent jusqu’à s’agréger, faisant émerger une physicalité qui n’appartient plus à un seul corps, mais au groupe. C’est ici que le titre acquiert une seconde dimension : Le Palestriti sont désormais quatre femmes contemporaines qui semblent s’entraîner à faire corps, en convergeant vers une expérience partagée.

La référence à l’image antique s’accentue lorsque les interprètes abandonnent les tuniques blanches et laissent apparaître le bikini qui reprend celui des athlètes représentées dans la mosaïque. À cet instant, le corps est davantage exposé, mais cette exposition ne le rend pas fragile ; elle devient au contraire le point de départ d’une force qui s’affirme et s’amplifie.

La dimension vocale, qui alterne avec les silences, est particulièrement intéressante et prolonge la physicalité du mouvement. Respirations, sons et murmures entrent dans la partition avec les gestes, donnant à entendre ce qui se passe dans les corps : l’effort, la tension, l’accélération, la récupération. « La meta, tocco, lancio, nella mischia, il cuore in gola, passo, schiaccio » : des mots isolés, des verbes d’action, des fragments d’expérience physique se succèdent comme des impulsions, tandis que la respiration individuelle s’organise en une voix collective.

Cette matière vocale s’entrelace enfin avec la musique originale de Meike Clarelli et Davide Fasulo, composant une partition qui semble suivre de près les états physiques des interprètes. L’irruption de morceaux pop reconnaissables, de Like a Prayer de Madonna à Road to Nowhere des Talking Heads dans la séquence finale, déplace à nouveau le registre et transforme la scène en un espace de joie et d’appartenance.

La compétition ne disparaît pas, mais elle se transforme. L’adversaire n’est plus seulement un corps à battre : il peut devenir le point d’appui nécessaire pour poursuivre le mouvement. La résistance n’est donc plus seulement la capacité à supporter un effort, mais la possibilité de résister ensemble. À partir d’une représentation antique de corps féminins engagés dans la compétition, Le Palestriti construit une image contemporaine du corps comme un espace partagé : un corps qui se met à l’épreuve, se confronte, s’écoute et finit par s’accorder, célébrant la victoire de l’autre comme une victoire de toutes.

Il y a aussi une résonance qui traverse Le Palestriti sans avoir besoin d’être nommée. Dans un présent où les corps des femmes continuent d’être exposés à la violence, ces figures féminines qui s’exercent à la puissance, à la résistance et surtout à la réciprocité acquièrent une intensité particulière et émouvante. Elles ne sont ni des corps invulnérables, ni des corps simplement exhibés dans leur énergie : ce sont des corps qui apprennent à se soutenir, à tenir leur place, à réagir ensemble. Faire corps devient une forme de résistance collective.

C’est aussi à partir de là que, habituée aux langages de la scène française, j’ai tenté de relire les propositions auxquelles j’ai eu accès lors de cette édition de NID Platform. La proximité de Turin avec Lyon rend cette expérience d’autant plus intéressante pour moi. Bien que chacun des spectacles auxquels j’ai assisté mériterait une réflexion spécifique, il m’a semblé entrevoir une scène chorégraphique italienne en partie conditionnée par des modes de diffusion qui privilégient avant tout la lisibilité et la dimension esthétique. Je me suis alors demandé si, dans ce contexte, le corps ne risquait pas de voir entravée sa capacité à devenir le véhicule d’idées, de messages ou de formes de révolte plus radicales qui traversent notre société. Certaines propositions m’ont semblé très prudentes, comme si elles peinaient à occuper cet espace de liberté et de créativité que la danse peut offrir.

C’est dans cette perspective que j’ai choisi de m’attarder sur Le Palestriti : une création qui, tout en affirmant une grande précision formelle, laisse émerger une recherche plus vaste, capable d’interroger la culture et la mémoire, le corps féminin, la relation et l’élan collectif et qui, à mes yeux, peut également être envisagée dans une perspective féministe.

La tension, dans cette œuvre de Simona Bertozzi, circule entre les corps et trouve dans le groupe la possibilité de se multiplier, jusqu’à devenir une force qui appartient à toutes.

par Francesca Oddone, vu le 4 septembre 2026
Article paru sur L’Oca

Le spectacle a eu lieu
NID Platform 2026, Coreografie del possibile
OGR Torino
Corso Castelfidardo 22, 10138 Torino (IT)
3-4 septembre 2026

Le Palestriti | Simona Bertozzi

chorégraphie Simona Bertozzi
préparation vocale Meike Clarelli
création et interprétation Arianna Brugiolo, Federica D’Aversa, Valentina Foschi, Sara Cavalieri (en remplacement de Paola Drera)
musique originale Meike Clarelli, Davide Fasulo
création lumière et assistance technique Rocio España Rodriguez
costumes Simona Bertozzi, Katia Kuo, Cristiana Suriani
relations presse Michele Pascarella
photographies et vidéo Luca Del Pia
organisation Francesca Proietti
administration Roberto Berti
production Nexus Factory

avec le soutien du Ministère de la Culture, de la Région Émilie-Romagne et de la Ville de Bologne, avec le soutien du Festival Danza Estate
en collaboration avec ALMASTUDIOS Bologna
La pièce a été finaliste des Prix UBU 2025.

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