LYON.
Par la voix de Gallia Valette-Pilenko
Au cœur de la scène lyonnaise, un portrait immersif de Gallia Valette-Pilenko : critique, passeuse et médiatrice, elle relie artistes et public dans un dialogue à la fois exigeant et profondément incarné.
Traduzione in italiano
APPUNTI DI UNA SCENA LIONESE
Attraverso la voce di Gallia Valette-Pilenko
Dopo averla incontrata con una certa regolarità per quasi un anno, ci ritroviamo sedute alla terrazza del Broc’Bar, sotto il grande gelso, nel quartiere dei Terreaux. Gallia è giornalista, assistente alle attività culturali, figura di riferimento — tante definizioni che tentano, senza contenerla, di afferrare una traiettoria singolare, fatta di esperienze variegate. Attendo sempre con una certa impazienza questi momenti di scambio intorno alla danza: ogni volta ne esco con un bagaglio arricchito di nomi, storie e coordinate che disegnano la scena viva lionese e mi aiutano, poco a poco, a coglierne i contorni.
Lione è una città profondamente ricettiva al teatro e alla danza, sostenuta da un equilibrio sottile tra patrimonio, creatività e apertura internazionale. Il suo lascito istituzionale — incarnato, tra gli altri, dal Théâtre des Célestins — dialoga con una scena coreografica feconda, alimentata dalla Maison de la Danse, dal Balletto dell’Opera e da numerose compagnie locali. La città accoglie inoltre eventi di respiro internazionale, come la Biennale della danza e le Nuits de Fourvière, offrendo al pubblico una pluralità di forme artistiche. Questo ecosistema denso, nutrito da una rete di scuole, compagnie e operatori culturali, contribuisce a formare uno spettatore curioso, attento, abituato a confrontarsi con la creazione contemporanea.
È in questo contesto che si inserisce l’attività del Centre national de la danse (CN D), istituzione di riferimento per lo sviluppo, la formazione e la diffusione della danza in Francia. Fondato nel 1998 dal Ministero della Cultura, il CN D riunisce in un unico luogo funzioni complementari: formazione iniziale e continua per danzatori e insegnanti, accompagnamento delle carriere artistiche, conservazione di archivi, sostegno alla ricerca e messa a disposizione di studi per la creazione. La sede lionese, inserita nel cuore del tessuto urbano, svolge un ruolo strategico: polo formativo e luogo di risorse per la regione Auvergne-Rhône-Alpes, favorisce l’incontro tra artisti, ricercatori e pubblico. Fin dal mio arrivo a Lione, la scoperta di questo spazio si rivela una necessità, ed è in questa occasione che avvio un dialogo duraturo con Gallia, che avevo già incontrato fugacemente durante alcune conferenze stampa.
Situato sulla Presqu’île, il CN D occupa un ex deposito di banane riconvertito. L’ingresso, al piano terra di rue Vaubecour, avviene attraverso un’ampia scala in legno che conduce ai tre livelli su cui si articola uno spazio di lavoro insieme sobrio e sorprendentemente armonioso. L’edificio conserva le tracce del suo passato industriale: negli anni Sessanta, banane verdi provenienti dall’Africa o dai territori d’oltremare vi erano stoccate prima della distribuzione. Oggi seduce per l’altezza dei soffitti e per le travi a vista.
Un contrasto netto con la figura minuta di chi mi ha accolta, conducendomi nel suo ufficio: uno spazio angusto, saturo di libri e manifesti, dove resta appena lo spazio per sedersi l’una di fronte all’altra. Con un gesto rapido, Gallia si sfila le scarpe e incrocia le gambe sulla sedia. Così, raccolta, mi restituisce un panorama della danza lionese, condividendo uno sguardo singolare sul milieu culturale della città, sulle figure che lo animano, mettendo in luce una specificità che iniziavo appena a intravedere: un radicamento profondo nella cultura coreografica.
A Lione, la danza si dispiega come una costellazione di luoghi e pratiche, dalle istituzioni consolidate alle proposte più indipendenti. Commentiamo la stagione della Maison de la Danse, una delle rare sale in Francia interamente dedicate a quest’arte (insieme al Théâtre national de Chaillot a Parigi), passando per l’eclettismo dell’Opera di Lione e del suo Balletto, senza dimenticare i numerosi festival che scandiscono la vita artistica regionale, tra cui la Biennale della danza. Tra i momenti significativi di questa rassegna, ci soffermiamo sul Défilé inaugurale, uno degli appuntamenti coreografici urbani più partecipativi d’Europa. Preparato per mesi, riunisce centinaia di partecipanti provenienti da diversi quartieri della città e della regione, guidati da coreografi professionisti. Un vero progetto di cittadinanza attiva, modello internazionale di arte collaborativa.
In questo paesaggio, inizio a misurare quanto Gallia Valette-Pilenko contribuisca a tessere connessioni: residenze, laboratori con coreografi internazionali, incontri professionali, convegni, sostegno alla creazione emergente. Interviene come moderatrice in incontri e presentazioni di spettacoli, e il suo nome ricorre nei programmi culturali e nelle rassegne stampa della scena lionese. Il CN D conserva, inoltre, un importante fondo documentario sulla danza, che Gallia mi fa scoprire con una passione attenta, quasi discreta, dopo avermi guidata tra gli studi di prova.
Ma è in un’altra occasione, sotto il gelso del Broc’Bar, che mi affida questa frase:
«È la scrittura che mi ha riportata alla pratica della danza. In particolare, al Butō.»
Il suo percorso giornalistico inizia negli anni Novanta a Libération Lyon — edizione locale del quotidiano nazionale — prosegue con la rivista Saisons de la danse, poi con Danser e diverse pubblicazioni della stampa locale, dal Petit Bulletin alle Petites Affiches lyonnaises, fino a Tout Lyon. Parallelamente, entra al CN D nel 2003 e diventa assistente alle attività culturali nel 2020.
Gallia interroga e mette in luce un universo che mi appassiona profondamente e nel quale mi muovo per tentativi, con curiosità. Giornalista, traghettatrice di gesti, attitudini e sguardi coreografici, osserva, ascolta e trasmette, creando legami tra artisti e pubblico. Attraverso le sue parole comprendo che il suo percorso eccede la semplice critica: la sua voce, ruvida, porta con sé un’esperienza, una memoria e uno sguardo plasmato su una scena in costante trasformazione.
Après l’avoir fréquentée assez régulièrement pendant près d’un an, nous nous retrouvons attablées à la terrasse du Broc’Bar, sous le grand mûrier, dans le quartier des Terreaux. Gallia est journaliste, assistante aux activités culturelles, personne ressource — autant d’appellations pour tenter de cerner une trajectoire singulière, faite d’expériences multiples et difficile à enfermer dans une définition. Je suis friande de ces moments où je peux échanger avec elle autour de la danse : à chaque rencontre, j’en repars avec un bagage enrichi de noms, d’histoires et de repères qui dessinent la scène vivante lyonnaise et m’aident à en saisir, peu à peu, les contours.
Lyon est une ville profondément sensible au théâtre et à la danse, portée par un équilibre entre patrimoine, créativité et ouverture internationale. Son héritage institutionnel, évoqué notamment par le Théâtre des Célestins, dialogue avec une scène chorégraphique foisonnante, soutenue par la Maison de la Danse, le Ballet de l’Opéra et de nombreuses compagnies locales. La ville accueille également des événements internationaux, tels que la Biennale de la danse et Les Nuits de Fourvière, offrant au public des formes artistiques variées. Cet écosystème dense, nourri par un réseau d’écoles, de compagnies et d’acteurs culturels, contribue à façonner un public curieux, attentif et habitué à rencontrer la création contemporaine.
C’est dans ce contexte que s’inscrit l’activité du Centre national de la danse (CN D), institution de référence pour le développement, la formation et la diffusion de la danse en France. Fondé en 1998 par le ministère de la Culture, le CN D rassemble en un même lieu des missions complémentaires : formation initiale et continue des danseurs et enseignants, accompagnement des carrières artistiques, conservation d’archives, soutien à la recherche et mise à disposition de studios pour la création. L’antenne lyonnaise, installée au cœur du tissu urbain, joue à ce titre un rôle stratégique : pôle de formation et lieu de ressources pour la région Auvergne-Rhône-Alpes, elle favorise les rencontres entre artistes, chercheurs et publics. Dès mon arrivée à Lyon, la découverte de ce lieu s’est imposée comme une évidence : c’est par cette occasion que j’ai eu le plaisir d’établir une conversation durable avec Gallia, figure active de la critique chorégraphique locale, que j’avais brièvement croisée lors de conférences de presse.
Situé sur la Presqu’île, le CN D occupe une ancienne mûrisserie de bananes réhabilitée. L’entrée, au rez-de-chaussée de la rue Vaubecour, se fait par un large escalier en bois qui conduit aux trois niveaux où s’organise un espace de travail à la fois sobre et magnifique. Le bâtiment conserve l’empreinte de son passé industriel : dans les années 1960, les bananes vertes venues d’Afrique ou d’outre-mer y étaient entreposées avant leur distribution. Aujourd’hui, il séduit par la hauteur de ses plafonds et par la présence de ses poutres apparentes.
Un contraste marqué avec la silhouette menue de celle qui m’y a accueillie, en me conduisant dans son bureau, un espace étroit où livres et affiches s’accumulent, laissant à peine la place de s’assoir face à face. D’un geste rapide, elle a retiré ses chaussures et croisé les jambes sur sa chaise. Installée ainsi, elle m’a décrit le panorama de la danse lyonnaise, en partageant un regard singulier sur le milieu culturel de la ville, sur celles et ceux qui l’animent, tout en mettant en lumière sa spécificité, que je commençais à deviner : un ancrage profond dans la culture chorégraphique.
À Lyon, la danse se déploie à travers une constellation de scènes, allant des institutions établies aux propositions plus indépendantes. Nous avions évoqué la saison de la Maison de la Danse, l’une des rares salles en France entièrement consacrée à cet art (aux côtés du Théâtre national de Chaillot à Paris), en passant par l’éclectisme de l’Opéra de Lyon et de son Ballet, sans oublier les nombreux festivals qui rythment la vie artistique régionale, dont la Biennale de la danse. Parmi ces temps forts, nous avions échangé sur le Défilé d’ouverture, qui s’impose comme l’un des rendez-vous chorégraphiques urbains les plus emblématiques et participatifs d’Europe. Préparé pendant plusieurs mois, il réunit des centaines de participants issus de différents quartiers de la métropole et de la région, encadrés par des chorégraphes professionnels. Véritable projet de citoyenneté active, j’avais hâte de découvrir ce modèle international d’art collaboratif.
Dans ce paysage, je commençais à mesurer combien Gallia Valette‑Pilenko contribuait au tissage de connexions : résidences, ateliers avec des chorégraphes internationaux, rencontres professionnelles, colloques et conférences, soutien à la création émergente. Elle est intervenue comme modératrice lors de rencontres ou de présentations de spectacles et son nom apparaît dans les programmes culturels et les revues de presse de la scène lyonnaise. Le CN D conserve par ailleurs un fonds documentaire important sur la danse, que Gallia m’a fait découvrir avec passion et délicatesse, après la visite des studios de répétition.
Mais, c’est plus tard, sous le mûrier du Broc’Bar, qu’elle m’a glissé cette phrase : « C’est l’écriture qui m’a fait revenir vers la pratique de la danse. Notamment vers le Butō. »
Son parcours de journaliste débute dans les années 1990 à Libération Lyon – édition locale du quotidien national, se poursuit au sein de la revue Saisons de la danse, avant de s’inscrire dans Danser et dans différentes publications de la presse locale, du Petit Bulletin aux Petites Affiches lyonnaises, jusqu’au Tout Lyon. En parallèle, elle intègre le CN D en 2003 et devient assistante aux activités culturelles en 2020.
Gallia questionne et nuance un univers qui me passionne profondément et dans lequel je cabote avec curiosité. Journaliste, passeuse de gestes, d’attitudes et de regards chorégraphiques, elle observe, écoute et transmet, reliant artistes et publics. Au fil de ses mots, j’ai compris que son parcours ne se limite pas à la critique : sa voix, à la fois rugueuse et habitée, porte une expérience, une mémoire et un regard mordant sur une scène en constante transformation.





