LYON.
Le coup de foudre
Maxime Freixas et Francesco Colaleo façonnent depuis plus de dix ans une matière chorégraphique singulière, nourrie d’engagement physique, de rythme et de complicité.
Traduzione in italiano
Il colpo di fulmine
Da oltre dieci anni Maxime Freixas e Francesco Colaleo danno forma a una materia coreografica originale, forgiata dall’impegno fisico, dal ritmo e dalla complicità.
Per Maxime Freixas e Francesco Colaleo, il colpo di fulmine è molto più di un ricordo: è un vero e proprio impulso creativo, che attraversa il loro percorso dal primo incontro fino ai progetti più recenti. Al di là dell’episodio biografico, avvenuto a Parma durante un’audizione per la compagnia Artemis Danza di Monica Casadei, nell’ottobre 2012, i due artisti si ritrovano come interpreti in Aida e Tristan, nell’ambito del progetto La Doppia Notte a Bologna, su musiche di Verdi e Wagner. È in questo contesto che i fondatori della compagnia di danza contemporanea Cie MF scoprono la possibilità di esplorare insieme una stessa poetica, attenta al corpo inteso come materia e luogo dell’esperienza sensibile.
Questa affinità umana e artistica si costruisce inizialmente in maniera spontanea. Senza seguire un procedimento sistematico, i due coreografi sviluppano in Italia un approccio alla creazione alimentato da residenze artistiche e programmi di sostegno alla creazione. Queste esperienze costituiscono un terreno fertile per l’ispirazione e la sperimentazione a quattro mani. Da qui emerge progressivamente un linguaggio coreografico condiviso, che si consolida nel corso delle creazioni successive, trovando una prima espressione nel duo Re-Garde, da loro descritto come un progetto «imbevuto di illusioni giovanili, di sogni e di cristalli». Si tratta di un lavoro che segna l’avvio del percorso autoriale di Maxime e Francesco: presentato alla piattaforma Anticorpi XL, rete di diffusione della danza d’autore, poi sostenuto a livello istituzionale nell’ambito del progetto Cura del Teatro Akropolis di Genova e Residenza IDRA di Brescia, la pièce continua a circolare a livello internazionale, a quasi quindici anni dalla sua creazione. L’impegno fisico si intreccia subito con la ricerca ritmica, facendo emergere una polarità costante tra corpo ludico e corpo umoristico, nutrita tra l’altro dall’ispirazione alla coreografa francese Maguy Marin, in particolare al suo May B, oltre che da numerosi riferimenti letterari e figurativi.
Il trasferimento in Francia segna una nuova tappa di questo percorso. Scegliendo di collocare la propria attività nel sistema francese dello spettacolo dal vivo, dove lo statuto di intermittente offre condizioni particolarmente favorevoli al lavoro di creazione, eleggono Lione come base operativa, pur mantenendo una forte attività sulla scena internazionale. È in questo contesto che prende forma la trilogia dedicata alla gravità, inaugurata con C’est pas grave, proseguita con Ça ira e destinata a concludersi con Advienne que pourra.
All’origine di questo ciclo vi è una profonda delusione professionale, scaturita da una critica particolarmente severa. I due coreografi scelgono di spostarne gli effetti sul corpo: la gravità cessa di essere uno stato psicologico per diventare una qualità del movimento. Le espressioni del linguaggio quotidiano si trasformano allora in vere e proprie partiture coreografiche. Estrapolate dal contesto d’uso abituale, attraversate dal movimento che ne rivela ambiguità e stratificazioni di senso, queste espressioni non attenuano la forza degli interrogativi che sollevano. Al contrario, l’umorismo, onnipresente, diventa una chiave per affrontare con leggerezza questioni fondamentali, legate alla difficoltà, all’incertezza e al nostro modo di abitare il mondo.
Il capitolo conclusivo della trilogia, Advienne que pourra, la cui creazione è prevista nel novembre 2026, è coprodotto da INSA Lyon, dal Teatro della Tosse di Genova e dal Centro Nazionale di Produzione della Danza (CNPD) Körper di Napoli. Concepito per quattro interpreti, lo spettacolo prende avvio da un materasso, pensato come uno spazio dove la caduta cessa di essere sinonimo di fallimento per diventare esperienza di abbandono, rimbalzo e trasformazione. Il salto, gesto centrale della pièce, incarna pienamente il motto “accada quel che accada” contenuto nel titolo: accogliere l’imprevisto, accettare quello che succede senza cercare di controllarne l’esito.
Ogni capitolo della trilogia si organizza così attorno a un principio spaziale elementare che orienta la scrittura coreografica. C’est pas grave si fonda sul cerchio, attraverso movimenti orbitali e rotatori dei corpi; Ça ira esplora la camminata differita in una costruzione triangolare; Advienne que pourra trova la propria architettura nel rettangolo del materasso. Da una pièce all’altra, queste geometrie non costituiscono semplici vincoli formali ma diventano la condizione fondante di un’esperienza corporea in cui gravità, disequilibrio e possibilità di rialzarsi rinnovano continuamente la relazione tra corpo, spazio e movimento.
Questa logica si riflette in ciò che Maxime e Francesco definiscono la «deriva semantica» insita nel loro processo creativo. Il punto di partenza, spesso denso e concettuale, non viene mai illustrato letteralmente: si trasforma, nel corso della scrittura coreografica, in una drammaturgia stratificata, che mette in relazione simbolo, corpo, pubblico, sentimento e autoironia. Riferimenti lontanissimi tra loro si incontrano senza gerarchie, Da Friedrich Nietzsche a Whitney Houston, aprendo uno spazio in cui il pensiero si misura costantemente con l’intuizione e con la dimensione percettiva. Le collaborazioni con compagnie italiane solidamente strutturate, l’attenzione a forme capaci di coinvolgere un pubblico ampio – come testimonia Chenapan – e la vena malinconica mai disgiunta dall’autoderisione costruiscono un’estetica assolutamente coerente.
In occasione del Dance People Festival a Les SUBS di Lione, nel giugno 2026, l’intervento di Maxime e Francesco nel Quatre-Quarts dell’associazione Prizmi condensa, in una quindicina di minuti, diversi tratti distintivi della loro ricerca. Il gioco con la lingua francese, con le frasi fatte e con la manipolazione degli oggetti prolunga una scrittura del corpo fondata sul contatto, sui sollevamenti e su un’intimità disarmante. Questa qualità relazionale è senza dubbio una delle singolarità della Compagnia MF, voce riconoscibile sulla scena artistica lionese grazie a una poetica che coniuga un forte radicamento italiano con il tessuto coreografico francese. L’autoironia non disinnesca gli interrogativi che attraversano il loro lavoro; al contrario, crea una relazione di vicinanza con il pubblico, in cui il pensiero prende forma attraverso il piacere del movimento. Questa alleanza tra rigore formale, impegno fisico e generosità scenica si manifesta con una presenza in scena che diventa, essa stessa, materia coreografica.
Chez Maxime Freixas et Francesco Colaleo, le coup de foudre est bien plus qu’un souvenir fondateur : il constitue un véritable principe de création, de leur rencontre à leurs projets les plus récents. Au-delà de l’événement biographique, survenu à Parme lors d’une audition pour la compagnie Artemis Danza de Monica Casadei, en octobre 2012, les deux artistes se retrouvent ensuite comme interprètes dans Aida et Tristan, au sein du projet La Doppia Notte à Bologne sur des musiques de Verdi et de Wagner. C’est dans ce contexte que les fondateurs de la compagnie de danse contemporaine Cie MF ont été séduits par la possibilité d’explorer ensemble une même poétique, attentive au corps envisagé comme matière et comme lieu de l’expérience sensible.
Cette affinité humaine et artistique s’est d’abord construite de manière spontanée. Sans suivre de démarche préétablie ni de méthode systématique, les deux chorégraphes ont développé un travail de création nourri par des résidences artistiques et différents dispositifs de soutien à la création en Italie. Ces expériences leur ont offert un terrain propice à l’inspiration et à l’expérimentation à quatre mains, posant les bases d’un langage chorégraphique partagé qui n’a cessé de s’affirmer au fil de leurs créations et qui a donné naissance à leur premier duo Re-Garde, qu’ils décrivent comme « imbibé d’illusions juvéniles, de rêves et de cristaux ». Il s’agit d’une pièce qui a fait le lien entre danseurs et auteurs ; elle a été proposée à la plateforme Anticorpi XL, réseau de diffusion de la danse d’auteur, puis soutenue au niveau institutionnel dans le cadre du projet Cura du Théâtre Akropolis à Gênes et IDRA à Brescia, et continue à tourner à l’international, près de quinze ans après sa création. L’engagement physique s’y conjugue à une recherche rythmique, laissant affleurer des polarités à dimension ludique et humoristique, nourries notamment par l’héritage de Maguy Marin, mais aussi par des références littéraires et aux arts visuels.
Leur installation en France marque une nouvelle étape de ce parcours. En choisissant d’inscrire leur activité dans l’écosystème français du spectacle vivant, où le statut d’intermittent offre des conditions particulièrement favorables au travail de création, ils trouvent à Lyon un ancrage durable tout en poursuivant une activité internationale. C’est dans ce contexte qu’a pris forme leur trilogie consacrée à la gravité, inaugurée avec C’est pas grave, poursuivie par Ça ira et appelée à s’achever avec Advienne que pourra.
À l’origine de ce cycle se trouve une profonde déception professionnelle, suscitée par une critique particulièrement sévère. Les deux chorégraphes choisissent d’en déplacer les effets vers le corps : la gravité cesse d’être un état psychologique pour devenir une expérience physique, une qualité du mouvement. Les expressions du langage courant deviennent alors de véritables partitions chorégraphiques. Détachées de leur usage quotidien, éprouvées par le mouvement, qui en révèle les ambiguïtés et les multiples niveaux de sens, elles n’atténuent jamais la portée de ces interrogations : l’humour, omniprésent, constitue au contraire un moyen d’aborder avec légèreté des questions liées à la gravité, à l’incertitude et à notre manière d’habiter le monde.
Le dernier volet de la trilogie, Advienne que pourra, dont la création est prévue en 2026, est coproduit par INSA Lyon, Teatro della Tosse de Gênes et Centre National de Production de la Danse (CNPD) Körper à Naples. Conçu pour quatre interprètes, le spectacle prend pour point de départ un matelas, envisagé comme un espace où la chute cesse d’être synonyme d’échec pour devenir une expérience d’abandon, de rebond et de transformation. Le saut, geste central de la pièce, incarne pleinement la devise qui lui donne son titre : accepter l’imprévu, accueillir ce qui advient sans chercher à en maîtriser l’issue.
Chaque volet de la trilogie s’organise ainsi autour d’un dispositif spatial élémentaire qui oriente l’écriture chorégraphique. C’est pas grave repose sur le cercle, à travers des mouvements d’orbite et de rotation des corps ; Ça ira explore la marche différée dans une construction triangulaire ; Advienne que pourra trouve quant à lui son architecture dans le rectangle du matelas. D’une pièce à l’autre, ces géométries ne constituent jamais de simples contraintes formelles : elles deviennent les conditions d’une expérience corporelle où la gravité, le déséquilibre et la possibilité de se relever renouvellent sans cesse la relation entre le corps, l’espace et le mouvement.
Cette logique se prolonge dans ce que Maxime et Francesco définissent comme la « trahison sémantique » propre à leur démarche de création. Le point de départ, souvent dense et conceptuel, n’est jamais illustré littéralement : il se transforme au fil de l’écriture chorégraphique en une dramaturgie transversale et stratifiée, qui met en relation le symbole, le corps, le public, le sentiment et l’autodérision. De Friedrich Nietzsche à Whitney Houston, les références les plus éloignées se rencontrent sans hiérarchie, ouvrant un espace où la pensée se confronte sans cesse à l’intuition et à l’expérience sensible. Les collaborations menées avec des compagnies italiennes solidement structurées, l’attention portée à des formes susceptibles de s’adresser à tous les publics – comme en témoigne Chenapan – ainsi que ce goût pour un grotesque où le salé côtoie le sucré, finissent par se cristalliser en une esthétique cohérente.
En découvrant le travail de Maxime et Francesco, dans le cadre du Dance People Festival aux SUBS en juin 2026, on est frappé par la manière dont Quatre-Quarts de Prizmi condense en une quinzaine de minutes plusieurs lignes de force de leur recherche. Leur manière de jouer avec les devises, les expressions toutes faites et les objets les plus simples prolonge une écriture du corps fondée sur l’endurance, le contact, les portés et une intimité touchante. Cette qualité relationnelle est sans doute l’une des singularités de la Compagnie MF : tout en conservant un fort ancrage italien, elle occupe une place à part dans le paysage chorégraphique lyonnais. L’autodérision ne désamorce pas les enjeux de la création ; elle ouvre au contraire un espace de proximité avec le public, où la pensée se partage à travers le plaisir du mouvement. Cette alliance entre exigence formelle, engagement physique et générosité scénique se manifeste par une manière d’habiter le plateau qui devient, à elle seule, matière chorégraphique.
Par Francesca Oddone





