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Ph. Jean Louis Fernandez

PRENDRE SOIN

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LES CÉLESTINS, LYON.

La précarité selon Alexander Zeldin

Premier volet de la trilogie hyperréaliste The Inequalities, dans laquelle le dramaturge britannique Alexander Zeldin interroge les formes contemporaines de l’incertitude et de la précarité du travail.

La precarietà di Zeldin

Prendre soin è il primo capitolo della trilogia iperrealista The Inequalities. Insieme al drammaturgo britannico Alexander Zeldin, la scena interroga i meccanismi pervasivi dell’incertezza e della precarietà nel lavoro contemporaneo.

La scena allestita in questi giorni sul palco della Grande Salle del Théâtre des Célestins di Lione è un ambiente funzionale, concreto e immersivo, che riproduce la stanzetta della pausa all’interno di un contesto industriale alienante: uno stabilimento per la lavorazione delle carni. Fin dall’ingresso in sala, lo sguardo del pubblico incontra uno spazio ampio, freddo e spoglio, delimitato da superfici metalliche, strisce trasparenti in PVC, mattonelle bianche alle pareti, pavimenti umidi e strumenti di pulizia disposti senza alcuna intenzione estetica. Un tavolo, qualche sedia e uno scaffale.  La luce al neon, uniforme e livida, espone l’ambiente in tutto il suo squallore, con alcuni rumori di sottofondo che suggeriscono un’attività già in corso.

I sei interpreti della pièce di Alexander Zeldin entrano senza enfasi, indossando costumi perfettamente sovrapponibili a quelli della vita quotidiana (Natasha Jenkins). Guardandosi attorno, si distribuiscono nello spazio come succede tra candidati in attesa di una selezione professionale: qualcuno resta in silenzio, qualcun altro tenta una conversazione o prova a far funzionare la macchina del caffè. Tutti provengono dalle liste di reclutamento interinale delle agenzie per l’impiego. Vogliono un lavoro. Anche se si tratta di occuparsi di pulizie in orario notturno, anche se portano con sé difficoltà personali o problemi di salute. Uno dei candidati non ha i documenti in regola e viene espulso in malo modo dalla scena. Chi ottiene il turno si cambia e si mette subito all’opera: con gesti ripetitivi, affannati, annullando ogni distanza tra rappresentazione e realtà.

Le voci dei personaggi vengono come assorbite dal silenzio – è una silenziosità assorta, affaccendata, abitata soltanto dal rumore dello straccio bagnato che si sposta sul pavimento – oppure si perdono nel frastuono di un’enorme macchina lavapavimenti (la bestia). Le azioni sono minime, i dialoghi frammentari. Lo spettatore avverte una sensazione molto forte di osservazione quasi documentaria, di intrusione in uno spazio reale, di sospensione (cosa sto guardando? teatro o realtà?) e di un tempo scenico già avviato: quello, inesorabile, del lavoro.

La scansione dei turni è intervallata da pause di quindici minuti, in cui gli interpreti cercano una sistemazione provvisoria e confortevole: per mangiucchiare qualcosa, scorrere lo schermo del telefono, ascoltare i Daft Punk o leggere una detective story. Suzanne, una signora molto dimessa sulla cinquantina, esordisce sempre con la frase: «Ça fait du bien de prendre une pause». Ci voleva proprio una pausa.  Eppure, la sensazione è che nessuno trovi un vero sollievo dalla fatica e dalle preoccupazioni: neppure il piacere del caffè riesce a consolare, perché la macchina inghiotte gli spiccioli e spesso rifiuta di erogare la bevanda.

Nei passaggi di scena, il palco sprofonda in un nero totale mentre la musica esplode in sala come un rombo altissimo, avvolgendo lo spettatore. Il muro sonoro (Josh Grigg) diventa un elemento fisico, che sostituisce i rumori ripetitivi delle azioni dei performer. La tensione acustica che ne deriva accentua ulteriormente il senso di disagio, di disconforto, di sospensione e di attesa tra un turno e l’altro. Quando la luce torna, la narrazione apre un nuovo scorcio sulla stessa stanza, su un’altra pausa. Il pubblico sembra empatizzare, temendo ciò che potrebbe succedere da un momento all’altro: anche banalmente che gli interpreti-lavoratori non abbiano il tempo di rilassarsi un attimo o di soddisfare i propri bisogni fisiologici. Si teme soprattutto l’irruzione del responsabile della squadra notturna, Nassim, che spesso indice delle riunioni di reparto in cui esprime il suo malcontento rispetto alle prestazioni degli interinali. Lo spettatore condivide le paure degli attori: che le mansioni vengano valutate in maniera negativa, che Louisa non ottenga un giorno libero per stare con la figlia o che Esther avverta sempre più forti i sintomi della fatica e dell’artrite reumatoide che la affligge.

Eppure, quando il rumore dei macchinari e degli spray disinfettanti si interrompe, minuscole gocce di umanità emergono sui corpi, insieme al sudore. In quei momenti Philippe accetta di leggere a voce alta per un paio di colleghe bisognose di una distrazione, Esther offre un biscotto alla vicina: sono gli instanti in cui i lavoratori, esausti, a volte disperati, compiono piccoli gesti di cura gli uni per gli altri. Invisibili atti di avvicinamento e solidarietà – spesso inconsapevoli o scostanti – si alternano alle frustrazioni quotidiane: condividere un’insalata di pasta con un brano di Phil Collins in sottofondo, sostenere una collega nella sua vulnerabilità per permetterle di concludere il turno, così da sbrigarsi per rientrare finalmente a casa. O, per chi non ha un tetto, per tentare di dormire lì.

Con il progredire della pièce tutti stanno sempre peggio: i compiti divengono più gravosi, la pulizia dei macchinari – sempre più ingombranti e sporchi di carne e sangue – diventa sfiancante. Il dolore si legge sui volti, il ritmo accelera, la luce dei neon vibra, le azioni si fanno meno controllate, fino a episodi di intimità improvvisa e desolata, che si sovrappongono al sonno e alla solitudine di un altro corpo assopito nella stessa stanza.

Per l’ambientazione della pièce e l’attenzione alle vite marginali o invisibili, la drammaturgia di Alexander Zeldin richiama, in questo lavoro, il materiale narrativo elaborato da Nicola Borghesi all’interno della scrittura collettiva dei Kepler-452, che ha dato origine all’opera Il Capitale. Un libro che ancora non abbiamo letto (2018). In entrambi i casi, la drammaturgia procede per accumulo di situazioni e micro-relazioni confinate tra le pareti di uno stabilimento industriale. Tuttavia, mentre nel teatro di Zeldin i personaggi non rappresentano una condizione sociale ma la incarnano, nel tempo reale della scena, nel lavoro documentale dei Kepler questo principio è radicalizzato: gli interpreti sono addirittura non-attori, bensì soggetti reali coinvolti nelle vicende portate in scena. Quindi Alexander Zeldin tende a nascondere il dispositivo teatrale e lavora su ciò che non si riesce a dire, mentre i Kepler su ciò che deve essere detto. Questa diversa etica dello sguardo, meno dichiarativa in Prendre soin e meno invasiva, restituisce un’esperienza che non impone un discorso (sociale o politico) ma lo lascia affiorare nella durata, nei corpi e nelle relazioni. Se il teatro dei Kepler costruisce una presa di coscienza attraverso la parola, la testimonianza e la lotta, quello di Zeldin agisce a un livello più percettivo, chiedendo allo spettatore di abitare il tempo e di condividere una condizione. Si delinea così una tensione tra due forme di realismo contemporaneo: una che espone e denuncia il reale e una seconda che lo lascia semplicemente affiorare sulla scena.

In sintesi, la trilogia che si apre con Prendre soin (2025), rielaborazione di Beyond Caring (2014), costruisce un dispositivo coerente che, attraverso Love, 2016 | Vivre ensemble, conduce a una riflessione sul significato e sullo scopo dell’azione umana con Faith, Hope and Charity, 2019 | Donner du sens. In questo modo, traccia un percorso che va dalla cura individuale alla dimensione etica e collettiva, in cui il teatro è uno spazio di interrogazione radicale sul presente.

di Francesca Oddone, visto il 19 marzo 2026
Articolo pubblicato su Persinsala

Lo spettacolo è andato in scena
Les Célestins, Théâtre de Lyon

4, rue Charles Dullin 69002 Lyon (FR)
18-22 marzo 2026

Prendre soin | Alexander Zeldin

con Nabil Berrehil, Patrick d’Assumçao, Charline Paul, Lamya Regragui‑Muzio, Bilal Slimani, Juliette Speck
testo e regia Alexander Zeldin
collaborazione alla regia Kenza Berrada
scenografia e costumi Natasha Jenkins
assistente costumi Gaïssiry Sall
creazione luci Marc Williams
creazione suono Josh Grigg
assistente suono Antoine Reibre
movimenti Marcin Rudy
coach vocale Hippolyte Broud
coordinatrice dell’intimità Claire Chauchat
regia generale Léo Garnier, Erwan Emeury
regia luci Erwan Emeury
regia suono Victor Koeppel
regia di palco Vincent Rousselle
regia costumi Selma Kalt
regia oggetti di scena Olivier Aguilar
costruzione scenografie e oggetti di scena Théâtre national de Strasbourg
direzione di produzione Marko Rankov
amministrazione di produzione Émilie Oudet

Sur le plateau de la Grande salle du Théâtre des Célestins, la scène reconstitue un environnement fonctionnel, concret et immersif : une salle de pause au sein d’une boucherie industrielle. Dès l’entrée dans la salle, le regard se heurte à un espace froid et dépouillé, délimité par des surfaces métalliques, des bandes de PVC transparent, des carreaux blancs, des sols humides, ainsi que des brosses et des outils de nettoyage disposés sans intention esthétique. Une table, quelques chaises, un meuble de rangement. La lumière néon, uniforme et blafarde, expose l’espace dans toute sa désolation, tandis qu’un fond sonore suggère une activité déjà en cours.

Les six interprètes de la pièce d’Alexander Zeldin entrent sans emphase, vêtus de costumes qui pourraient être ceux de la vie ordinaire (Natasha Jenkins). Regardant autour d’eux, ils se répartissent dans l’espace comme des candidats convoqués pour un entretien d’embauche : certains demeurent silencieux, d’autres tentent d’engager la conversation ou s’affairent autour de la machine à café. Tous sont issus des listes de recrutement intérimaire des agences pour l’emploi. Tous ont besoin de ce travail : soit-il nocturne, pénible, ou incompatible avec leur état de santé ou leur situation personnelle. L’un d’eux, sans papiers en règle, est brutalement évincé. Les autres, retenus, enfilent leur tenue et se mettent aussitôt à l’œuvre : gestes répétitifs, haletants, abolissant toute distance entre représentation et réalité.

Les voix semblent absorbées par un silence dense – un silence concentré, affairé, habité seulement par le bruit de la serpillère humide qui glisse sur le sol – ou alors se perdent dans le fracas d’une immense machine à laver les sols (la Bête). Les actions sont réduites à l’essentiel, les dialogues fragmentaires. Le spectateur ressent une forte impression d’observation quasi-documentaire, d’intrusion dans un espace réel, de suspension (que suis-je en train de regarder ? théâtre ou réalité ?) et d’un temps scénique déjà amorcé : celui, inexorable, du travail.

Les rotations de travail se succèdent, entrecoupées par de brèves pauses de quinze minutes, durant lesquelles chacun tente de se ménager un répit : grignoter, faire défiler son téléphone, écouter Daft Punk ou feuilleter un roman policier. Suzanne, quinquagénaire modeste, répète inlassablement : « Ça fait du bien de prendre une pause ». Pourtant, aucun véritable repos ne semble possible : la fatigue persiste, les préoccupations demeurent, et même le café se fait attendre, la machine avalant les pièces sans délivrer la boisson.

Lors des changements de scène, le plateau bascule dans l’obscurité totale, tandis qu’un déferlement sonore envahit la salle. Ce mur acoustique (Josh Grigg) acquiert une dimension presque physique, remplaçant les bruits répétitifs des actions des interprètes. La tension qui en résulte accentue encore le sentiment de malaise, d’inconfort, de suspension et d’attente pendant la pause obligatoire avant la reprise du poste. Lorsque la lumière revient, la narration ouvre un nouveau regard dans la même salle, lors d’une autre pause de la même équipe. Le public semble empathique, craignant à tout instant ce qui pourrait se passer : que les interprètes-travailleurs n’aient pas le temps de se détendre ou de satisfaire leurs besoins physiologiques. Mais c’est surtout l’irruption du responsable de l’équipe de nuit, Nassim, qui cristallise les tensions. Il organise souvent des réunions de service pour exprimer son mécontentement concernant les performances des intérimaires. Le spectateur partage les peurs des acteurs : que leurs tâches soient évaluées négativement par le responsable, que Louisa ne puisse pas obtenir un jour de congé pour être avec sa fille, ou qu’Esther ressente de plus en plus fortement les symptômes de fatigue et de polyarthrite rhumatoïde qui l’affectent.

Pourtant, lorsque le bruit des machines et des sprays désinfectants s’interrompt, de minuscules gouttes d’humanité perlent avec la transpiration des corps. C’est à ces moments-là que Philippe accepte de lire à voix haute pour deux collègues en quête de distraction, ou qu’Esther offre un biscuit à sa voisine : ce sont des instants où les travailleurs, épuisés, parfois désespérés, accomplissent de petits gestes de soin les uns envers les autres. Des actes invisibles de rapprochement et de solidarité – souvent discrets ou fragiles – alternent avec les frustrations quotidiennes : partager une salade de pâtes sur fond de Phil Collins, soutenir une collègue dans sa vulnérabilité pour lui permettre de terminer son service et de rentrer chez elle. Ou, pour ceux qui n’ont plus de domicile, tenter de dormir sur place.

Au fur et à mesure de la pièce, tous vont de plus en plus mal : les tâches deviennent plus lourdes, le nettoyage des machines à saucisses – de plus en plus encombrantes et couvertes de viande et de sang – devient épuisant. La douleur se lit sur les visages, le rythme s’accélère, la lumière des néons crépite, les gestes deviennent moins maîtrisés, jusqu’à un épisode de sexualité, soudain et désolant, sur fond de sommeil et de solitude d’un autre corps endormi dans la même pièce.

Pour le décor et l’attention portée aux vies marginales ou invisibles, la dramaturgie d’Alexander Zeldin fait ici écho au matériau narratif élaboré par Nicola Borghesi au sein de l’écriture collective du collectif Kepler-452, à l’origine de l’œuvre Il Capitale. Un libro che ancora non abbiamo letto (2018). Dans les deux cas, la dramaturgie s’élabore par accumulation de situations et de micro-relations, confinées dans les espaces de travail d’un environnement industriel. Cependant, tandis que, chez Zeldin, les personnages n’interprètent pas seulement une condition sociale mais l’incarnent pleinement, dans le travail documentaire des Kepler, ce principe est poussé à l’extrême : les interprètes sont littéralement des non-acteurs, directement impliqués dans les situations représentées.

Si Alexander Zeldin tend à dissimuler le dispositif théâtral et à travailler sur ce qui ne peut être dit, les Kepler insistent au contraire sur ce qui doit être exprimé. L’éthique du regard diffère : moins déclarative dans Prendre soin, moins invasive également. Elle offre au public une expérience qui n’impose pas un discours – social ou politique – mais le laisse émerger dans la durée, à travers les corps et les relations. Si le théâtre des Kepler construit une prise de conscience par la parole, le témoignage et la lutte, celui de Zeldin agit à un niveau plus perceptif, invitant le spectateur à habiter le temps et à partager une condition. Se dessine ainsi une tension entre deux formes de réalisme contemporain : l’une expose et dénonce le réel, l’autre le laisse simplement affleurer sur scène.

En résumé, la trilogie qui s’ouvre avec Prendre soin (2025), réélaboration de Beyond Caring (2014), construit un dispositif cohérent. Elle retrace un parcours allant du soin individuel à la dimension éthique et collective (Love, 2016 | Vivre ensemble), pour culminer dans une réflexion sur le sens et la finalité de l’action humaine avec Faith, Hope and Charity (2019 | Donner du sens). Le théâtre y apparaît comme un espace d’interrogation radicale du présent.

Par Francesca Oddone, vu le 19 mars 2026
Article publié sur Persinsala

Le spectacle a eu lieu
Les Célestins, Théâtre de Lyon
4, rue Charles Dullin 69002 Lyon (FR)
18-22 mars 2026

Prendre soin | Alexander Zeldin

avec Nabil Berrehil, Patrick d’Assumçao, Charline Paul, Lamya Regragui‑Muzio, Bilal Slimani, Juliette Speck
texte et mise en scène Alexander Zeldin
collaboration à la mise en scène Kenza Berrada
scénographie et costumes Natasha Jenkins
assistanat costumes Gaïssiry Sall
lumière Marc Williams
son Josh Grigg
assistanat son Antoine Reibre
mouvements Marcin Rudy
coach vocal Hippolyte Broud
coordinatrice d’intimité Claire Chauchat
régie générale Léo Garnier, Erwan Emeury
régie lumière Erwan Emeury
régie son Victor Koeppel
régie plateau Vincent Rousselle
régie costumes Selma Kalt
régie accessoires Olivier Aguilar
construction décors et accessoires Théâtre national de Strasbourg
direction de production Marko Rankov
administration de production Émilie Oudet

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