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Ph. Laurent Champoussin

BOVARY MADAME

LES CÉLESTINS, LYON.

Le métathéâtre de Christophe Honoré

Bovary Madame est une pièce déstructurée, qui revisite Madame Bovary de Gustave Flaubert de manière contemporaine, intime et métathéâtrale.

Il metateatro di Christophe Honoré

Bovary Madame è una pièce teatrale disarticolata che rilegge Madame Bovary di Gustave Flaubert in chiave contemporanea, intima e metateatrale.

Veicolo attoriale per grandi interpreti e spesso concentrato quasi esclusivamente sulla figura di Emma, Madame Bovary non è mai diventato, in Italia, un classico teatrale di repertorio. La complessità del romanzo di Flaubert — dominato da una forte dimensione narrativa e psicologica, poco incline a una drammaturgia dialogica tradizionale — ha contribuito a rendere meno frequenti le sue trasposizioni sceniche, ma al tempo stesso ne ha fatto un terreno fertile per riscritture, monologhi e dispositivi metateatrali. È soprattutto all’estero, e in particolare nel teatro di ricerca d’autore, che Madame Bovary ha trovato uno spazio di interrogazione critica, rilettura e messa in discussione. In questa linea si colloca la rivisitazione del regista Christophe Honoré, presentata in questi giorni al Théâtre des Célestins di Lione.

Emma, in abito di mussolina bianca, fa il suo ingresso in scena – nel paesaggio sonoro simil-pop curato da Janyves Coïc – non come eroina romantica isolata ma come parte di un gruppo: con lei entrano infatti tutti gli altri personaggi del romanzo, esposti fin dall’inizio come figure di un medesimo dispositivo spettacolare. L’ambientazione, volutamente ambigua, si colloca a metà strada tra il circo e il reality show. A introdurre questo spazio di esposizione collettiva esilarante è una figura ibrida, tra domatrice circense e impresario televisivo, che prende la parola microfono alla mano e si rivolge ai personaggi, intervistandoli. È lei a orchestrare l’ingresso in scena, a presentare, interrogare, talvolta provocare le figure del romanzo, come nel peggiore giornalismo mediatico, trasformando la materia flaubertiana in una sorta di meccanismo di intrattenimento. Gli altri personaggi — Charles, Rodolphe, Léon, il farmacista Homais — non occupano la scena come protagonisti psicologicamente definiti, ma come elementi di una troupe di acrobati, chiamati a raccontarsi, a giustificare il proprio ruolo nel destino di Emma. Disposti nello spazio scenico come in un’arena, osservati e osservanti, essi partecipano a un gioco di visibilità, che oscilla tra confessione e passatempo.

Gli interpreti non scompaiono nei personaggi: parlano come attori e come personaggi, commentano ciò che stanno facendo, riflettono sul senso di incarnare Emma oggi. La prima frase di Emma a questo proposito è: «Je ne suis pas morte». Questa scelta produce un effetto di distanza critica e di assenza totale di enfasi romantica: lo spettatore non è chiamato a identificarsi emotivamente con la narrazione letteraria legata a Madame Bovary e alla sua «scandalosa carriera di adultera». È un teatro che riflette su sé stesso, rompendo l’illusione scenica e rendendo visibili i propri meccanismi. La struttura della pièce è frammentaria, dichiaratamente non narrativa. Christophe Honoré rinuncia a qualsiasi progressione drammatica tradizionale (esposizione–conflitto–catastrofe) e costruisce lo spettacolo come un amalgama di scene iconiche (il matrimonio, il ballo, gli amanti, la noia coniugale, il suicidio) che emergono come echi e punti di vista. Il linguaggio originale è spesso citato, interrotto, commentato. Il risultato è una drammaturgia che funziona più per ritorni tematici (desiderio, illusione, fallimento, consumo dell’amore) che per azione.

L’impianto visivo della scenografia di Thibaut Fack è minimalista, funzionale e concettuale, lontano da ogni ricostruzione realistica, ma al tempo stesso denso di simboli, tanto anacronistici quanto efficaci e sorprendenti: il bouquet nuziale conservato sotto una campana di vetro e poi dato alle fiamme; il terriccio steso sul palco su cui viene tracciata una mappa scenica della campagna di Yonville; lo zucchero filato della fiera di paese offerto al pubblico; la splendida carrozza ottocentesca, all’interno della quale l’attrice protagonista interrompe il flusso drammaturgico, rifiutandosi di recitare la scena di sesso prevista dal copione e trasformando il gesto in atto performativo («Ce soir je ne jouerai pas la scène du fiacre»). Nella messa in scena di Christophe Honoré risalta inoltre un ampio ricorso a effetti scenici concreti e materici: fumo e nebbia avvolgono la pista di terra del circo, l’acqua invade il palco come elemento drammaturgico e simbolico, mentre il sangue finto e altri artifici visivi espongono senza pudore la teatralità dell’eccesso. Apparentemente spoglio, lo spazio scenico si rivela così complesso, mentale e stratificato: attraversato da pochi elementi mobili, funziona come un luogo interiore, una topografia instabile della coscienza e del desiderio di Emma. In coerenza con questo impianto, anche i costumi contemporanei, realizzati con la partecipazione della maison Yohji Yamamoto, non definiscono ruoli sociali ma stati emotivi: dalla crinolina dell’abito per la scena del ballo al castello della Vaubyessard alla tuta da trapezista, nera e luccicante, indossata da Léon, che ne esalta le fattezze mentre il giovane amante dondola all’interno di un cerchio aereo. La presenza di microcamere portatili maneggiate dagli attori restituisce infine immagini che duplicano o perfino contraddicono la scena: primi piani che mettono in crisi la distanza teatrale, frammenti visivi che amplificano l’idea di scomposizione del personaggio. Il video funziona come una seconda scena, più intima, più crudele, che entra nel corpo e nel volto degli interpreti.

Nessuna enfasi melodrammatica, nessun femminismo urlato per questa Bovary Madame. La pièce di Christophe Honoré procede per sottrazione, con una scrittura vellutata che lascia affiorare il temperamento degli interpreti, la sensualità dei corpi, una forma discreta ma persistente di empatia. Emma rifiuta la propria fine, si sottrae alla morte prevista dal racconto e abbandona la scena ancora viva, interrompendo definitivamente il meccanismo narrativo. Delusa dall’imprevisto che manda in crisi il finale del suo spettacolo, l’impresaria commenta con disarmante semplicità: “Bon, je vais passer à autre chose. Ça me fait de la peine, mais je vous comprends”. In italiano: « Sarà meglio passare ad altro. Mi dispiace, ma la capisco”. Una battuta che chiude la pièce senza offrire catarsi, lasciando in sospeso la riflessione sul destino aperto del personaggio.

di Francesca Oddone, visto il 12 gennaio 2026
Articolo pubblicato su
Persinsala

Lo spettacolo è andato in scena
Les Célestins, Théâtre de Lyon

4, rue Charles Dullin 69002 Lyon (FR)
7-15 gennaio 2026

Bovary Madame
testo tratto da Madame Bovary di Gustave Flaubert
direzione artistica Christophe Honoré

interpreti Harrison Arévalo, Jean-Charles Clichet, Julien Honoré, Davide Rao, Stéphane Roger, Ludivine Sagnier, Marlène Saldana et Vincent Breton, Nathan Prieur, Emilia Diacon, Salomé Gaillard
assistente alla regia Christèle Ortu
scenografia Thibaut Fack
luci Dominique Bruguière
assistente alle luci Pierre-Nicolas Moulin
costumi Pascaline Chavanne
costumi con la partecipazione della maison Yohji Yamamoto
assistente ai costumi Zélie Henocq
suono Janyves Coïc
collaborazione video Jad Makki
supporto alle riprese Léolo Victor-Pujebet, Mathieu Morel, Augustin Losserand, Marc Vaudroz
assistente alla creazione video e alla realizzazione Lucas Duport
assistente alla drammaturgia Paloma Arcos Mathon, Brian Aubert
direzione di scena generale Nelly Chauvet
direzione di scena di palcoscenico, oggetti di scena Stéphane Devantéry, Luc Perrenoud (a rotazione)
direzione di scena luci Pierre-Nicolas Moulin, Julie Nowotnik (a rotazione)
direzione di scena suono Janyves Coïc, Philippe de Rham (a rotazione)
direzione di scena video Stéphane Trani
vestiarista Linda Krüttli
costruzione delle scenografie Ateliers du Théâtre Vidy-Lausanne
produzione Aline Fuchs, Colin Pitrat, Iris Cottu
distribuzione Elizabeth Gay

Véhicule pour de grandes interprètes et souvent centré sur Emma, le personnage principal, Madame Bovary n’est jamais devenue un classique du répertoire italien. La complexité du roman — narration dense et dimension psychologique prononcée, peu adaptée à un dialogue théâtral classique — a limité ses adaptations en Italie, mais en a fait un terrain fertile pour réécritures, monologues et dispositifs métathéâtraux. À l’étranger, et surtout en France dans le théâtre de recherche, le roman a trouvé un espace d’interrogation critique et de remise en question. C’est dans cette lignée que s’inscrit le travail de Christophe Honoré, présenté au Théâtre des Célestins à Lyon.

Emma entre en scène en robe de mousseline blanche, dans un paysage sonore pop signé Janyves Coïc. Elle n’est pas isolée comme une héroïne romantique. Avec elle, tous les autres personnages du roman font leur entrée, exposés dès le début comme les figures d’un dispositif spectaculaire et hilarant. L’espace scénique se situe entre cirque et reality show. Une figure hybride — mi dompteuse, mi imprésario télévisuel — prend la parole, micro en main, et interroge les personnages. Elle orchestre les entrées, questionne et provoque, transformant le roman en un mécanisme de divertissement proche du journalisme sensationnaliste. Les autres personnages — Charles, Rodolphe, Léon, Homais le pharmacien — ne se sont pas des protagonistes aux contours psychologiquement définis. Ils forment plutôt une troupe d’acrobates, appelés à se raconter, à justifier leur rôle dans le destin d’Emma. Disposés comme dans une arène, observés et observants, ils tergiversent entre confession et amusement.
Les interprètes ne s’éclipsent pas derrière leurs personnages. Ils interviennent à la fois comme acteurs et comme personnages, commentent leurs gestes, réfléchissent au sens d’incarner Emma aujourd’hui. La première phrase d’Emma le dit clairement : « Je ne suis pas morte ». Ce choix crée une distance critique et élimine toute emphase romantique. Le spectateur n’est pas invité à s’identifier émotionnellement à l’histoire de l’adultère d’Emma. Le théâtre se réfléchit et dévoile ses mécanismes.

La structure de la pièce est fragmentaire et non narrative. Christophe Honoré renonce à la progression dramatique traditionnelle et compose le spectacle comme un amalgame de scènes iconiques : le mariage, le bal, les amants, l’ennui conjugal, le suicide. Le texte original est souvent cité, interrompu, commenté. La dramaturgie repose davantage sur des thèmes récurrents — désir, illusion, échec, consommation de l’amour — que sur l’action.

La scénographie de Thibaut Fack est minimaliste, fonctionnelle et conceptuelle. Elle ne cherche pas le réalisme, mais regorge de symboles surprenants : le bouquet de mariage d’abord mis sous cloche et brûlé par la suite, la terre étalée sur le plateau formant une carte de Yonville, la barbe à papa de la fête foraine offerte au public, le fiacre du XIXᵉ siècle dans lequel l’actrice principale interrompt le flux dramatique et refuse de jouer la scène de sexe prévue par le scénario (« Ce soir je ne jouerai pas la scène du fiacre »).

Les effets scéniques sont concrets et tactiles : fumée et brouillard enveloppent la piste de terre du cirque, l’eau envahit la scène tel un élément dramatique et symbolique en même temps, tandis que le faux sang et d’autres artifices exposent sans retenue la théâtralité de l’excès. L’espace, bien que dépouillé, est complexe, mental et stratifié. Quelques éléments mobiles suffisent à créer un lieu intérieur, une topographie instable de la conscience et du désir d’Emma. Les costumes contemporains, réalisés avec la maison Yohji Yamamoto, ne définissent pas des statuts sociaux mais des états émotionnels : de la crinoline pour le bal au château de La Vaubyessard à la combinaison de trapéziste, noire et brillante, de Léon, qui sublime les formes du corps du bien-aimé d’Emma, lorsqu’il est suspendu dans un cerceau aérien.Les microcaméras portables manipulées par les acteurs offrent enfin des images qui doublent, voir même contredisent la scène : gros plans, fragments visuels, éloignement du théâtre classique. La vidéo devient une seconde scène, plus intime et plus cruelle, pénétrant corps et visage des interprètes.

Aucune emphase mélodramatique, aucun féminisme proclamé. La pièce avance par soustraction, avec une écriture veloutée qui laisse affleurer le tempérament des interprètes, la volupté des corps et une empathie discrète mais persistante. Emma refuse sa fin, se soustrait à la mort prévue et quitte la scène vivante, interrompant définitivement le mécanisme narratif. Déçue par cet imprévu, l’imprésario commente avec simplicité : « Bon, je vais passer à autre chose. Ça me fait de la peine, mais je vous comprends. » Une réplique qui clôt la pièce sans catharsis, laissant en suspens la réflexion sur le destin ouvert d’Emma.

Par Francesca Oddone, spectacle vu le 12 janvier 2026
Article publié sur
Persinsala

Le spectacle a eu lieu
Les Célestins, Théâtre de Lyon
4, rue Charles Dullin 69002 Lyon (FR)
7-15 janvier 2026

Bovary Madame
direction artistique Christophe Honoré
texte d’après Madame Bovary de Gustave Flaubert

avec Harrison Arévalo, Jean-Charles Clichet, Julien Honoré, Davide Rao, Stéphane Roger, Ludivine Sagnier, Marlène Saldana et Vincent Breton, Nathan Prieur, Emilia Diacon, Salomé Gaillard
collaboration à la mise en scène Christèle Ortu
scénographie Thibaut Fack
création lumière Dominique Bruguière
assistanat lumière Pierre-Nicolas Moulin
costumes Pascaline Chavanne avec la participation de la maison Yohji Yamamoto
assistanat costumes Zélie Henocq
son Janyves Coïc
collaboration à la vidéo Jad Makki
renfort tournage Léolo Victor‑Pujebet, Mathieu Morel, Augustin Losserand, Marc Vaudroz assistanat création vidéo et réalisation Lucas Duport
assistanat dramaturgie Paloma Arcos Mathon, Brian Aubert
régie générale Nelly Chauvet régie plateau, accessoires Stéphane Devantéry, Luc Perrenoud (en alternance)
régie lumière Pierre‑Nicolas Moulin, Julie Nowotnik (en alternance)
régie son Janyves Coïc, Philippe de Rham (en alternance)
régie vidéo Stéphane Trani habillage Linda Krüttli
construction du décor Ateliers du Théâtre Vidy‑Lausanne
production Aline Fuchs, Colin Pitrat, Iris Cottu
diffusion Elizabeth Gay

 

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