MAISON DE LA DANSE, LYON.
L’esthétique de la vulnérabilité
Le Ballet national de Marseille explore les porosités entre archive et création contemporaine
Traduzione in italiano
L’estetica della vulnerabilità
Il Ballet national de Marseille esplora le porosità esistenti tra creazione contemporanea e pièces di repertorio
« Un outil de création décloisonné ». Luogo di creazione coreografica trasversale e senza confini, il Ballet National de Marseille – diretto da alcuni anni dal collettivo (La) HORDE (trio composto da Marine Brutti, Jonathan Debrouwer e Arthur Harel) – si auto-definisce come un dispositivo fluido, all’interno del quale è possibile concepire e produrre nuove dinamiche di condivisione e circolazione delle forme artistiche. Lo spettatore che assiste alla rappresentazione Roommates, proposta alla Maison de la Danse di Lione, ha subito la sensazione di accedere a uno spazio espressivo non convenzionale. La performance si articola in sei creazioni distinte, che hanno in comune la capacità di assottigliare le barriere – fisiche, emotive, psicologiche, sociali o culturali – all’interno delle quali il pubblico è abituato a muoversi. Nel portare in scena un linguaggio libero e inclusivo, il Balletto di Marsiglia esprime un’adesione totale verso le scelte del collettivo, celebrando la fisicità in maniera prorompente e dando visibilità a una moltitudine di scritture coreografiche contemporanee e originali.
Alcune delle pièces che compongono la rappresentazione appartengono al repertorio del Ballet National de Marseille: il duo storico Les Indomptés, di Claude Brumachon (1992), ripreso da Marie-Claude Pietragalla nel 1999 per l’Opéra di Marseille e trasmesso in seguito a una trentina di altre compagnie nel mondo (in Italia, conosciuto soprattutto nell’interpretazione di Roberto Bolle e Toon Lobach), il Concerto frastornante di Lucinda Childs (1993), e Room with a view del collettivo (LA)HORDE (2020). Queste opere convivono con tre creazioni più recenti: Weather is sweet, inquietante rappresentazione del desiderio in ogni sua forma, di (LA)HORDE (2022), Oiwa di Peeping Tom (2022), onirico e ispirato all’omonima leggenda giapponese dello spirito femminile vendicativo, e Grime Ballet (Danser Parce Qu’on Ne Peut Pas Parler aux Animaux) di Cecilia Bengolea e François Chaignaud (2022), che trae la sua energia dall’intensità del repertorio musicale grime degli anni Duemila.
È stata proprio la pièce Grime Ballet ad aprire la performance, ad attivare la mia curiosità e a guidare la scrittura. I primi istanti vedono quattro danzatori evolvere sul palco nel silenzio. Portano quattro diversi costumi, grintosi e aderenti: una tuta chiara, con un cuore rosso scozzese cucito sul petto, un’altra gialla, una con un motivo a zig-zag bianco e blu, e una in tessuto viola, acrilico, modello streetwear. In pochi secondi, prima che l’energia (e la musica) esploda, osservo rapidamente che gli interpreti (in questa serata, tre danzatori e una danzatrice) indossano le punte – anche se non le stanno ancora utilizzando – e che le loro fisicità sono espressione di origini asiatiche, africane, nord-europee e mediorientali, o meticce. Ciò che emerge con chiarezza è la valorizzazione dei corpi come elementi comunicativi e identitari. Il loro movimento, carismatico e coinvolgente, intreccia e amplifica la presenza dei danzatori in una composizione scenica che, rendendo visibili numerose identità ed estetiche, celebra la diversità come risorsa creativa, a immagine di un microcosmo urbano dalla bellezza potente, disturbante, magnetica.
Si tratta di una creazione deflagrante, che è sostenuta da un disegno luci semplice e affilato (Éric Wurtze, Maria Baranova) e soprattutto dalle vibrazioni del grime, un genere musicale noto per il ritmo serrato, i testi crudi e l’energia pulsante. Sulle note e la voce del rapper Stitches, questa coreografia infrange ampiamente le convenzioni della danza classica en pointes. Nell’immergersi in un mondo in cui la fisicità estrema incontra le oscillazioni grezze e underground del grime, il movimento è frammentato, fluido, spezzato e organico allo stesso tempo, in un costante gioco tra controllo, sbandamenti angolari delle anche e abbandono. C’è molta danza acrobatica, molta fitness dance, incalzante, e molta afro vibe. Il pezzo Grime Ballet ricorda una sorta di rito contemporaneo, in cui il corpo diventa linguaggio metropolitano, un grido, uno strumento espressivo potente, animale, liberato. Il sottotitolo «Danzare perché non possiamo parlare con gli animali» allude forse a un’urgenza primordiale e non verbale, che passa attraverso il ritmo, il gesto, e in cui la danza raccoglie e unisce le pulsazioni complesse che oscillano tra istinto e vita nelle città. Perché le punte allora? Per sfidare le grammatiche codificate della danza ed esplorare nuove forme espressive, ovviamente. Ma anche, come emerge nella chiacchierata con gli artisti dopo lo spettacolo, per portare in scena la vulnerabilità: a partire da quella dei danzatori, che non padroneggiano la tecnica delle punte allo stesso livello, eppure si spingono oltre la tecnica, giungendo attraverso la danza a una sorta di riparazione del sé e della propria intimità. È anche in questo senso che il Ballet National de Marseille rappresenta una sorta di safe place creativo e performativo, all’interno del quale i ruoli sono aperti, fluidi e dinamici.
In linea con l’atmosfera di questa creazione, a chiudere lo spettacolo c’è Room with a view, del collettivo (LA)HORDE. Il mio sguardo si concentra particolarmente sulle due pièce di apertura e chiusura della serata perché mi sembrano le più intense espressioni di quel senso di vulnerabilità e barriere permeabili che incarna tutta la rappresentazione. Con l’ultima performance coreografata dal collettivo torniamo infatti, in qualche maniera, da dove eravamo partiti: energia grezza, espressione di identità, ma anche di caos e aggressività. Lo spettatore riconosce nel movimento e nella tensione emotiva i codici estetici e narrativi propri della danza di strada e coglie l’interdipendenza costante tra i corpi dei nove danzatori. Questi si muovono sullo spazio scenico in un dialogo fisico continuo, reso ancora più intenso dal contatto e dalla tensione ricorrente verso i corpi altrui, dal gesto delle mani che toccano, segnano, afferrano gola, busto, spalle, amplificano la presenza reciproca. La streetdance del collettivo evolve sulla musica del DJ Rone, in un’atmosfera di contestazione e rivolta; mantiene il modello krump della sfida, del confronto e della battaglia tra gruppi (battle dance), con acrobazie ed evoluzioni striscianti sul pavimento. I costumi (Salomé Poloudenny) – che spaziano da pantaloni cargo, felpe, jeans e top sportivi dello streetwear all’abbigliamento performativo – riprendono l’estetica metropolitana, disordinata e underground delle gang giovanili. I colori caotici e gli accessori raw (sneakers, scarpe massicce, strati multipli) accentuano l’idea di una comunità urbana vissuta, marginale, e in movimento.
I corpi pulsano, mimano la rabbia, la violenza, il sesso trasandato, pestano i piedi. Anche la mimica facciale è volutamente scomposta, le bocche semiaperte, gli sguardi alienati o sprezzanti, e veicola atteggiamenti di trasgressione, dominanza e appartenenza. Tutta la pièce esibisce vulnerabilità trasformandola in forza e ribadisce un’estetica cruda, non filtrata, che è il tratto distintivo della street culture. E poi, a un certo punto, oltre a vederli scalciare, agitare provocatoriamente il bacino e ridicolizzare i passi di danza convenzionali, oltre ai capelli appiccicati sul viso sudato, a un certo punto vediamo i danzatori colpirsi il petto con la mano. Farlo ripetutamente, con convinzione, fino ad arrossare la pelle tra lo sterno e le clavicole. Questo gesto, sempre più forte, via via più dirompente, intimo e insieme collettivo, sembra poter incarnare – in questa scrittura coreografica – il risveglio delle coscienze: un gesto che lascia affiorare dall’apocalisse dello stordimento tutto il vigore, l’energia positiva e politica delle giovani generazioni.
Elementi di pregio: La vulnerabilità. Il Ballet National de Marseille riflette sul modo in cui la fragilità, la sensibilità o l’esposizione del sé possano diventare forma, linguaggio artistico, o addirittura potere espressivo e politico. Il programma Roommates è modulabile in tournée, in base ai luoghi in cui avvengono le rappresentazioni.
Limiti: Mettendo in risonanza opere così diverse, (LA)HORDE si interroga sulla coesistenza di archivio, repertorio e creazione. Offre momenti di virtuosismo, di equilibrismo e di iperrealismo in cui lo spettatore trattiene il fiato, immerso nella nebbia e nel rumore di pioggia, di fronte a tuffi e cadute solo parzialmente controllati, in cui i corpi quasi nudi dei danzatori rotolano e si lasciano abradere dal palcoscenico. E ne offre altri in cui il pubblico si mette le mani sulle orecchie, che esplodono nel ritmo vertiginoso del disagio giovanile. Alla fine, è un limite soltanto per i deboli di cuore.
di Francesca Oddone, visto il 15 aprile 2025
Articolo pubblicato su L’Oca
Lo spettacolo è andato in scena
Maison de la Danse
8 Avenue Jean Mermoz, 69008 Lyon (FR)
Roommates | Ballet national de Marseille – (LA)HORDE
Roommates (2022)
creazione (LA)HORDE
interpretazione Ballet national de Marseille: Joao Castro, Titouan Crozier, Myrto Georgiadi, Eddie Hookham, Amy Lim, Jonatan Myhre Jorgensen, Aya Sato, Paula Tato, Elena Valls Garcia, Nahimana Vandenbussche, Antoine Vander Linden, Lou Zinssner, Jens Vander Pijl creazione luci Éric Wurtz © Maria Baranova
Grime Ballet (Danser Parce Qu’on Ne Peut Pas Parler Aux Animaux) (2022)
coreografia, costumi Cecilia Bengolea & François Chaignaud
musica Stitches © Thierry Hauswald
Weather Is Sweet (2022)
coreografia (LA)HORDE
costumi Salomé Poloudenny
musica Avia
Oiwa (2022)
coreografia, costumi Franck Chartier – Peeping Tom
musica Atsushi Sakai
design sonoro Raphaëlle Latini © Blandine Soulage
Concerto (1993)
coreografia, costumi Lucinda Childs
musica Henryk Górecki
Les Indomptés (1992)
coreografia Claude Brumachon
musica Wim Mertens
Room With a View (2020)
coreografia (LA)HORDE
costumi Salomé Poloudenny
musica Rone
« Un outil de création décloisonné ». Lieu de création chorégraphique transversal et sans frontières, le Ballet national de Marseille — dirigé depuis plusieurs années par le collectif (LA)HORDE (trio composé de Marine Brutti, Jonathan Debrouwer et Arthur Harel) — se définit comme un dispositif fluide, au sein duquel il est possible de concevoir et de produire de nouvelles dynamiques de partage et de circulation des formes artistiques.
Le spectateur assistant à la représentation Roommates, présentée à la Maison de la Danse de Lyon, a immédiatement la sensation d’accéder à un espace expressif non conventionnel. La performance se déploie à travers six créations distinctes, qui ont en commun leur capacité à estomper les frontières — physiques, émotionnelles, psychologiques, sociales ou culturelles — dans lesquelles le public est habituellement amené à évoluer. En mettant en scène un langage libre et inclusif, le Ballet national de Marseille exprime une adhésion totale aux choix du collectif, célébrant la physicalité de manière puissante et donnant à voir une multitude d’écritures chorégraphiques contemporaines et originales.
Certaines pièces composant le programme appartiennent au répertoire du Ballet national de Marseille : le duo historique Les Indomptés de Claude Brumachon (1992), repris par Marie-Claude Pietragalla en 1999 pour l’Opéra de Marseille puis transmis à une trentaine de compagnies à travers le monde (en Italie, notamment interprété par Roberto Bolle et Toon Lobach), le saisissant Concerto de Lucinda Childs (1993), et Room with a View du collectif (LA)HORDE (2020). Ces œuvres dialoguent avec trois créations plus récentes : Weather is Sweet, représentation inquiétante du désir sous toutes ses formes, de (LA)HORDE (2022), Oiwa de Peeping Tom (2022), pièce onirique inspirée de la légende japonaise éponyme du spectre féminin vengeur, et Grime Ballet (Danser Parce Qu’on Ne Peut Pas Parler aux Animaux) de Cecilia Bengolea et François Chaignaud (2022), qui puise son énergie dans l’intensité du grime, genre musical des années 2000.
C’est précisément Grime Ballet qui ouvre la représentation, attire mon attention et oriente mon regard critique. Les premiers instants montrent quatre danseurs évoluant sur scène dans le silence. Ils portent des costumes distincts, nerveux et ajustés : une combinaison moulante claire, ornée d’un cœur écossais rouge sur la poitrine, une autre jaune, une à motif zigzag blanc et bleu, et une tenue violette en tissu technique, d’inspiration streetwear. En quelques secondes, avant même l’irruption de la musique et de l’énergie, je remarque que les interprètes (trois danseurs et une danseuse ce soir-là) portent des pointes — sans encore les utiliser — et que leurs corporalités reflètent des origines asiatiques, africaines, nord-européennes et moyen-orientales, ou métissées. Ce qui se dégage avec force est la mise en valeur du corps comme vecteur identitaire et communicatif. Leur mouvement, charismatique et immersif, tisse une écriture chorégraphique où la diversité devient ressource créative, évoquant un microcosme urbain d’une beauté à la fois puissante, dérangeante et magnétique.
Il s’agit d’une création explosive, soutenue par un dispositif lumineux sobre et tranchant (Éric Wurtz, Maria Baranova) et surtout par les vibrations du grime, musique caractérisée par ses rythmes tendus, ses textes bruts et son énergie pulsante. Sur la voix du rappeur Stitches, la chorégraphie déconstruit les conventions de la danse classique sur pointes. Dans cet univers où la physicalité extrême rencontre les oscillations rugueuses du grime, le mouvement est fragmenté, fluide, cassé et organique à la fois, dans un jeu constant entre contrôle, déséquilibres et abandon. On y retrouve une forte dimension acrobatique, une énergie proche du fitness dance et des influences afro. Grime Ballet évoque un rite contemporain, où le corps devient langage urbain, cri, instrument expressif puissant, presque animal, libéré. Le sous-titre « Danser parce que nous ne pouvons pas parler aux animaux » renvoie à une urgence primitive et non verbale, traversant rythme et geste, où la danse recueille les pulsations complexes entre instinct et vie urbaine.
Pourquoi les pointes, alors ? Pour détourner les grammaires codifiées de la danse classique et explorer de nouvelles formes expressives, bien sûr. Mais aussi — comme le révèle le bord de scène avec les artistes après la représentation — pour exposer la vulnérabilité : celle des danseurs eux-mêmes, qui ne maîtrisent pas la technique des pointes au même niveau, mais qui s’y confrontent malgré tout, transformant la danse en processus de réparation intime. Le Ballet national de Marseille fonctionne comme un espace créatif et performatif sécurisant, où les rôles sont ouverts, fluides et évolutifs.
Dans la continuité de cette atmosphère, la pièce finale est Room with a View du collectif (LA)HORDE. Mon regard se concentre particulièrement sur les pièces d’ouverture et de clôture, qui me semblent incarner avec le plus de force cette esthétique de la vulnérabilité et des frontières poreuses traversant l’ensemble du programme. Avec cette dernière création, on revient en quelque sorte à l’origine : énergie brute, affirmation identitaire, mais aussi chaos et agressivité. Le spectateur reconnaît les codes esthétiques de la danse de rue et perçoit l’interdépendance constante des neuf danseurs. Ceux-ci évoluent dans un dialogue physique continu, intensifié par le contact et la tension des corps : mains qui touchent, marquent, saisissent gorge, buste et épaules, amplifiant la présence mutuelle.
La street dance du collectif s’articule sur la musique du DJ Rone, dans une atmosphère de contestation et de révolte, conservant la logique du krump — défi, confrontation et battle — avec acrobaties et glissades au sol. Les costumes (Salomé Poloudenny) — entre cargo, sweats, jeans et vêtements sportifs — prolongent une esthétique urbaine, désordonnée et underground, inspirée des cultures de rue. Sneakers massifs, superpositions et accessoires bruts renforcent l’idée d’une communauté urbaine marginale et en mouvement. Les corps vibrent, miment la rage, la violence, une sexualité sauvage. Les visages sont volontairement déstructurés, les bouches entrouvertes, les regards absents ou défiants, exprimant transgression, domination et appartenance.
Toute la pièce transforme la vulnérabilité en force et affirme une esthétique crue, non filtrée, caractéristique de la street culture. Soudain, au-delà des coups de pied, des gestes provocateurs et de la dérision des codes classiques, les danseurs commencent à se frapper la poitrine avec la main. Répétitivement. Avec intensité. Au point de faire rougir la peau entre sternum et clavicules. Ce geste, de plus en plus puissant, intime et collectif à la fois, semble incarner un réveil des consciences : une énergie politique et vitale émergente des jeunes générations.
Par Francesca Oddone, vu le 15 avril 2025
Article paru sur L’Oca
Le spectacle a eu lieu
Maison de la Danse
8 Avenue Jean Mermoz, 69008 Lyon (FR)
25 – 28 février 2026
Roommates | Ballet national de Marseille – (LA)HORDE (2022)
Roommates (2022)
conception (LA)HORDE
interprétation Ballet national de Marseille : Joao Castro, Titouan Crozier, Myrto Georgiadi, Eddie Hookham, Amy Lim, Jonatan Myhre Jorgensen, Aya Sato, Paula Tato, Elena Valls Garcia, Nahimana Vandenbussche, Antoine Vander Linden, Lou Zinssner, Jens Vander Pijl
création lumière Éric Wurtz © Maria Baranova
Grime Ballet (Danser Parce Qu’on Ne Peut Pas Parler Aux Animaux) (2022)
chorégraphie, costumes Cecilia Bengolea & François Chaignaud
musique Stitches © Thierry Hauswald
Weather Is Sweet (2022)
chorégraphie (LA)HORDE
costumes Salomé Poloudenny
musique Avia
Oiwa (2022)
chorégraphie,
costumes Franck Chartier – Peeping Tom
musique Atsushi Sakai
design sonore Raphaëlle Latini © Blandine Soulage
Concerto (1993)
chorégraphie, costumes Lucinda Childs
musique Henryk Górecki
Les Indomptés (1992)
chorégraphie Claude Brumachon
musique Wim Mertens
Room With a View (2020)
chorégraphie (LA)HORDE
costumes Salomé Poloudenny
musique RONE
Ballet national de Marseille – (LA)HORDE • Roommates • Production Ballet national de Marseille – direction (LA)HORDE. Coproduction Théâtre de la Ville-Paris. Avec le soutien de Dance Reflections by Van Cleef & Arpels. • Extrait de Room with A View • commande du Théâtre du Châtelet, en accord avec Décibels. Production et Infiné. Coproduction Théâtre du Châtelet, Grand Théâtre de Provence Le CCN Ballet national de Marseille – direction (LA)HORDE reçoit le soutien de la DRAC Paca, le ministère de la Culture, la Ville de Marseille et la Fondation BNP Paribas.




