LYON.
Sur la vague d’une carrière riche en mouvements
De la danse à la direction, Davy Brun revient sur un parcours façonné par les rencontres et les projets.
Traduzione in italiano
Sull’onda di una carriera in movimento
Dalla danza alla direzione, Davy Brun ripercorre un percorso costruito attraverso incontri importanti e solidi progetti.
Nonostante fossi stata più volte sul punto di prendere un appuntamento con lui al Centro Nazionale della Danza di Lione, il mio incontro con Davy Brun è avvenuto alla Reggia di Venaria di Torino, mentre percorrevamo la settecentesca Galleria Grande col naso all’aria, in occasione di un di un evento dedicato alla danza contemporanea italiana.
Qualche giorno dopo, l’ho ritrovato nel suo ufficio, all’ultimo piano del CN D, dove ci siamo concessi il tempo di ripercorrere la sua carriera e i percorsi che lo hanno portato dalla scena internazionale alla direzione di un’istituzione culturale.
Dal settembre 2019 Davy Brun dirige il CN D di Lione, luogo risorsa che accompagna i professionisti della danza nel lavoro quotidiano. Parlando di Lione, descrive una città «che intrattiene un rapporto singolare con la danza», dove cinque grandi istituzioni strutturano il percorso di danzatori e coreografi, mentre le numerose compagnie della regione contribuiscono al dinamismo del territorio e a «fare circolare il movimento».
Prima di prendere le redini di questa struttura, sotto la direzione generale di Catherine Tsékénis, Davy ha attraversato altre esperienze significative come danzatore, coreografo, insegnante, ideatore di progetti. Nell’ascoltare il suo percorso, si coglie abbastanza chiaramente un filo conduttore che attraversa questi diversi momenti e che ruota attorno a ciò che davvero sembra stargli a cuore: mettere le persone in relazione e contribuire alla realizzazione dei progetti artistici.
Lionese di nascita, si è formato all’Opéra di Parigi. All’inizio della sua carriera torna a danzare al Ballet de l’Opéra de Lyon, prima di entrare nel Ballet du Grand Théâtre di Ginevra, sotto la direzione di Giorgio Mancini. «Penso di essere arrivato alla danza per circostanze fortuite», afferma mentre racconta ciò che lo ha avvicinato alla danza. Giovane un po’ irrequieto, cresce nella periferia di Vénissieux, alle Minguettes, dove i genitori cercano di indirizzarlo verso una strada diversa da quelle tracciate per i ragazzi del quartiere. Lo iscrivono a un corso di danza jazz con Serge Piers e, appena qualche mese dopo, questa intuizione lo porta a sostenere un’audizione al Conservatorio regionale (CRR) e poi alla Scuola di balletto dell’Opéra di Parigi.
Dopo Ginevra, una nuova tappa all’Opéra di Lione, dove danzerà fino al 2004. Nel corso di quegli anni ha la possibilità di lavorare con numerosi coreografi — Mats Ek, William Forsythe, Ohad Naharin, tra gli altri — attraversando universi coreografici molto diversi tra loro. Sarà Mathilde Monnier, arrivata al Ballet de l’Opéra de Lyon per creare un nuovo lavoro, a proporgli di seguirla alla Cour d’honneur del Festival di Avignone, nel 2005, con Frère & Sœur. È così che Davy lascia definitivamente le compagnie di repertorio.
Ripensando a quel periodo, Davy conserva una gratitudine particolare per il lavoro con Amanda Miller, a Ginevra, e con Trisha Brown, a Lione. Due incontri che hanno trasformato il suo rapporto con il movimento, contribuendo allo sviluppo di un linguaggio personale e definendo la sua cifra artistica.
Dopo cinque anni di attività freelance, Davy abbandona la performance. Non per stanchezza, ma con la sensazione di essere arrivato alla fine di un percorso. Si sente appagato, il che è comprensibile dopo aver danzato, tra le altre opere, Carmen di Mats Ek con Sylvie Guillem.
Il seguito della sua storia si scrive da sola. Mentre collabora con il Conservatorio di Lione (CNSMD) alla trasmissione di una pièce di Sidi Larbi Cherkaoui che aveva danzato a Ginevra, il direttore del Conservatorio gli chiede se abbia mai pensato di dedicarsi alla coreografia. La domanda non gli è estranea. Al Ballet de l’Opéra de Lyon era sempre stato tra i primi a proporsi per creare qualcosa per le giornate porte aperte o per quelle occasioni che permettevano di uscire dal repertorio prestabilito. Ed è così che prende forma la sua prima pièce per il Jeune Ballet del CNSMD di Lione.
Poiché è ben conosciuto nell’ambiente, molti lo sostengono. Chi può coprodurre lo fa, offrendogli così i mezzi per creare. Tra questi, Guy Darmet. Grazie a questa rete, i progetti si sviluppano, in Francia e all’estero, fino alla collaborazione con Les Gémeaux, Scène nationale de Sceaux. Le sue creazioni vengono presentate in diversi festival, tra cui quelli di Cannes e Biarritz. Eppure, dietro una traiettoria che poteva sembrare già tracciata, qualcosa fa ancora resistenza.
Davy Brun racconta di aver capito abbastanza presto che, secondo le sue stesse parole, come coreografo non aveva «nulla da dire». L’autoironia è sorprendente, soprattutto considerando che le sue pièce trovano un pubblico favorevole e che la sua ultima creazione, Combat (2016), riceve a Biarritz un’accoglienza entusiastica. Brun l’aveva concepita con il desiderio di concedersi ogni libertà. Lo racconta con divertimento. Eppure, è proprio a seguito di quell’opera che si opera un cambiamento di passo per la sua carriera.
Davy si è infatti ritrovato a scoprire che riunire le persone giuste attorno a un progetto, trovare i finanziamenti, permettere al lavoro dei danzatori e delle danzatrici di prendere forma aveva per lui maggiore senso che passare le giornate in sala prove. «Rendere possibile», dice. «L’ingegneria del progetto artistico».
Il passaggio alla progettazione e alla direzione avviene ancora nella regione lionese. Nel 2016 assume la direzione artistica del Lab’Art al Fort du Bruissin, a Francheville, dove per tre anni sviluppa progetti che riuniscono diverse scuole superiori d’arte: dal CNSMD alla scuola di architettura fondata da Odile Decq, passando per l’ENSATT. Ciò che ora lo interessa è l’incontro tra i saperi e l’«architettura umana»: tutto ciò che permette a un’opera di vedere la luce.
Nel momento in cui al CNSMD di Lione si rende necessario garantire l’interim della direzione degli studi coreografici, Davy accetta l’incarico. Per circa tre anni si trova così a confrontarsi con la responsabilità della gestione delle équipe, del budget, delle decisioni. Contemporaneamente smette di creare.
È allora che fa capolino un’altra opportunità. Catherine Tsékénis gli annuncia che il CN D è alla ricerca di una persona per la direzione di Lione. Davy si candida. Una missione che sembra prolungare naturalmente tutto ciò che è venuto prima: accompagnare i progetti emergenti, in particolare attraverso le residenze di creazione e di sperimentazione, ma anche, oggi, accogliere professionisti della danza provenienti da tutto il mondo, grazie a residenze realizzate con partner esterni. Il tutto in un contesto in cui il settore culturale deve ormai fare i conti con vincoli di bilancio sempre più stringenti.
Davy si definisce volentieri un autodidatta. La sua prima vera formazione nel campo del management l’ha ricevuta proprio arrivando al CN D. Dopo essersi formato a lungo attraverso il corpo, poi attraverso la scena e la creazione, oggi continua a imparare attraverso l’esercizio stesso della responsabilità.
Una responsabilità che assume una dimensione particolare, mentre il CN D di Lione si prepara a lasciare la sede storica della rue Vaubecour, dopo quasi trent’anni di attività. In questo periodo di transizione, Davy riafferma il desiderio di collaborare con la scena artistica lionese e di far circolare le pratiche, piuttosto che stabilire confini.
Nel concludere il nostro incontro, intuisco che le sue vite precedenti non sono scomparse del tutto. Mentre scendiamo la bella scala di legno, ciascuno già proiettato verso il proprio fine settimana, mi confida, con una risata contagiosa, che gli capita di sognare di tornare sul palco, in particolare con il Dance On Ensemble di Berlino, che riunisce danzatori over quaranta. Dietro il direttore, il coreografo e il pedagogo, a salutarmi è il danzatore.
di Francesca Oddone
Bien que j’aie été à plusieurs reprises sur le point de prendre rendez-vous avec lui au CN D, ma rencontre avec Davy Brun a finalement eu lieu à Turin, dans la Reggia de Venaria. Nous parcourions, le nez en l’air, la Galleria Grande, cette longue galerie blanche du XVIIIe siècle, à l’occasion d’un événement consacré à la danse contemporaine italienne.
Quelques jours plus tard, je le retrouve dans son bureau, au dernier étage du CN D, où nous prenons le temps de revenir sur son parcours et sur les chemins qui l’ont conduit de la scène à la direction.
Depuis septembre 2019, Davy Brun dirige le CN D à Lyon, centre ressource pour les professionnels de la danse. Il décrit une ville « qui entretient une relation très singulière avec la danse », où cinq institutions structurent un parcours et les nombreuses compagnies de la région contribuent à « faire circuler la vibe sur le territoire ».
Avant de prendre les rênes de cette maison, sous la direction générale de Catherine Tsékénis, il a connu plusieurs vies : danseur, chorégraphe, pédagogue, concepteur de projets. À l’écouter raconter son parcours, on comprend que celui-ci suit un fil conducteur autour de ce qui l’intéresse vraiment : mettre les personnes en mouvement et rendre les projets possibles.
Lyonnais, formé à l’Opéra de Paris, il revient une première fois danser au Ballet de l’Opéra de Lyon avant de rejoindre le Ballet du Grand Théâtre de Genève, sous la direction de Giorgio Mancini. « Moi, je pense que je suis arrivé à la danse par les circonstances. » Jeune et un peu turbulent, il grandit aux Minguettes, dans la banlieue de Vénissieux, où ses parents cherchent à lui ouvrir une autre voie en l’inscrivant à des cours de jazz avec Serge Piers, sur les quais de Saône. Quelques mois plus tard, cette première bifurcation le conduit à auditionner au CRR, puis à l’École de danse de l’Opéra de Paris.
Après Genève, nouveau cap à l’Opéra de Lyon, où il danse jusqu’en 2004. Au fil de ces années, il a la chance de travailler avec de nombreux chorégraphes — Mats Ek, William Forsythe, Ohad Naharin entre autres — et traverse ainsi des univers chorégraphiques très différents. Mathilde Monnier, venue faire une création au Ballet de l’Opéra de Lyon, lui propose de la suivre pour la Cour d’honneur d’Avignon en 2005, avec Frère & Sœur. Il quitte alors les compagnies de répertoire.
Davy garde une gratitude particulière pour le travail avec Amanda Miller, à Genève, et Trisha Brown, à Lyon. Deux rencontres qui contribuent à façonner un danseur singulier, en élargissant son rapport au mouvement et en nourrissant peu à peu ce qui deviendra son propre langage.
Au terme de cinq années de freelance, vient le moment où il arrête de danser. Non pas dans l’épuisement, mais avec le sentiment d’être arrivé au bout de quelque chose. Après avoir notamment dansé Carmen de Mats Ek avec Sylvie Guillem, il ne ressent plus le besoin de continuer à danser.
La suite s’écrit presque naturellement. Alors qu’il intervient au CNSMD de Lyon pour transmettre une pièce de Sidi Larbi Cherkaoui qu’il avait dansée à Genève, le directeur du Conservatoire l’interroge sur son envie de chorégraphier. La question ne lui est pas étrangère. Au Ballet de l’Opéra de Lyon, il avait toujours été parmi les premiers à proposer quelque chose pour les journées portes ouvertes ou les occasions qui permettaient de sortir du répertoire. Sa première pièce est finalement créée pour le Jeune Ballet du CNSMD de Lyon.
Comme il est déjà bien identifié dans le milieu, beaucoup lui disent « On te suit ». Ceux qui peuvent coproduire coproduisent et lui donnent les moyens de créer. Parmi eux, Guy Darmet. Grâce à ce réseau, les projets se développent, en France comme à l’étranger, jusqu’à son association aux Gémeaux, Scène nationale de Sceaux. Ses pièces sont présentées dans plusieurs festivals, dont celui de Cannes et de Biarritz. Et pourtant, derrière cette trajectoire qui pourrait sembler toute tracée, quelque chose résiste.
Davy Brun dit avoir assez vite compris qu’il n’avait, selon ses propres termes, « rien à dire » comme chorégraphe. L’autodérision est frappante, surtout lorsqu’on sait que ses pièces trouvent leur public et que sa dernière création Combat (2016) reçoit à Biarritz un accueil dithyrambique. Pourtant, c’est cette œuvre qui devient une sorte de point de bascule. Brun l’avait conçue avec l’envie de s’autoriser toute liberté. Il s’en amuse. Mais il découvre que réunir les bonnes personnes autour d’un projet, trouver les financements, permettre au travail des danseur·euses d’exister a soudainement plus de sens pour lui. « Rendre possible », dit-il. « L’ingénierie », en quelque sorte.
Le passage à la conception de projets et à la direction se fait encore en région lyonnaise. En 2016, il prend la direction artistique du Lab’Art au Fort du Bruissin, à Francheville, où il développe pendant trois ans des projets réunissant différentes écoles supérieures d’art, du CNSMD à l’école d’architecture fondée par Odile Decq en passant par l’ENSATT. Ce qui l’intéresse désormais est la rencontre des savoir-faire et l’architecture humaine qui permet à une œuvre d’advenir.
Cette expérience l’amène un peu plus loin. Lorsqu’on lui propose d’assurer l’intérim de la direction des études chorégraphiques du CNSMD de Lyon, il accepte. Pendant environ trois ans, il découvre une autre échelle de responsabilité, avec ses équipes, ses budgets, ses décisions. Puis il cesse progressivement de créer.
C’est alors qu’une autre possibilité apparaît. Catherine Tsékénis lui annonce que le CN D cherche une nouvelle direction pour Lyon. Il postule. Une mission qui semble finalement prolonger tout ce qui a précédé : accompagner l’émergence, notamment à travers les résidences de création et d’expérimentation, mais aussi, aujourd’hui, accueillir des professionnels de la danse venus du monde entier grâce à des résidences menées avec des partenaires, dans un contexte où le secteur culturel doit désormais composer avec des contraintes budgétaires croissantes.
Davy se décrit volontiers comme un autodidacte. Sa première véritable formation en management, il l’a suivie en arrivant au CN D. Après avoir longtemps appris par le corps, puis par la scène et la création, il apprend désormais par l’exercice même de la responsabilité. Une responsabilité qui prend une dimension particulière, alors que le CN D de Lyon s’apprête à quitter ses locaux de la rue Vaubecour, après près de trente ans d’activité. Dans cette période de transition, il défend une envie de collaborer et de faire circuler les pratiques plutôt que de les cloisonner.
Et pourtant, une autre vie n’a pas complètement disparu. En descendant le bel escalier en bois, chacun déjà tourné vers son week-end, il me souffle, dans un éclat de rire partagé, qu’il lui arrive de rêver de remonter sur scène, notamment avec le Dance On Ensemble de Berlin, qui réunit des danseurs de plus de 40 ans. Derrière le directeur, le chorégraphe et le pédagogue, le danseur était toujours là.
Par Francesca Oddone




