LYON.
Être au plus près des artistes
Responsable presse à la Maison de la Danse de Lyon, Jean-Paul Brunet a tissé un lien entre artistes, médias et institution culturelle.
Traduzione in italiano
Il più vicino possibile agli artisti
Responsabile dell’ufficio stampa della Maison de la Danse di Lione, Jean-Paul Brunet ha costruito negli anni un ponte tra artisti, stampa e istituzioni.
Al mio arrivo a Lione, ho mosso i primi passi alla scoperta della scena coreografica locale collaborando con la redazione de L’Oca, laboratorio permanente di critica teatrale. Con grande naturalezza, mi sono rivolta alla Maison de la Danse per chiedere un accredito e la prima occasione fu uno spettacolo di Angelin Preljocaj.
La sera della rappresentazione, arrivata in anticipo come sono solita fare, ero nell’atrio semicircolare per ritirare il mio invito quando Jean-Paul Brunet, responsabile delle relazioni con la stampa, mi si è avvicinato. Voleva sapere qualcosa del mio percorso, di come fossi arrivata a Lione e del mio modo di guardare la scena.
Quel primo gesto diceva già molto di lui e del modo in cui vive il proprio lavoro: la curiosità verso le persone, la disponibilità a fermarsi ad ascoltare, una presenza discreta ma mai distante. Nel corso dei nostri scambi successivi, prima o dopo gli spettacoli, ho avuto modo di capire quanto conosca gli artisti e quanto tenga al rapporto tra chi crea, chi racconta e chi viene a teatro.
Jean-Paul è arrivato alla Maison de la Danse alla fine degli anni Ottanta, come addetto all’accoglienza nella sede della Croix-Rousse. Aveva studiato lingue e comunicazione e, nel frattempo, frequentava la danza: danzatore amatoriale di jazz e contemporaneo, si è lasciato progressivamente conquistare dall’universo degli artisti, fino a trovare, nel lavoro con la stampa, il punto d’incontro tra due mondi che gli erano entrambi familiari.
Da allora sono passate davanti ai suoi occhi generazioni di danzatori e coreografi. Ha seguito da vicino i cambiamenti della scena lionese e quelli, più ampi, della danza contemporanea. «Frequentavamo gli artisti, parlavamo con loro e io mi sentivo molto vicino al loro mondo», racconta. «All’epoca sognavo di entrare al Cours Florent o alla scuola di arte drammatica della Rue Blanche a Parigi (oggi ENSATT); diventare attore era un mio desiderio segreto.»
Nel 1992 la Maison de la Danse lasciò la sede della Croix-Rousse per trasferirsi nell’edificio attuale, sotto la direzione di Guy Darmet, fondatore tra l’altro della Biennale della Danza. Jean-Paul ha attraversato quella trasformazione insieme all’istituzione, seguendone le diverse stagioni artistiche e il progressivo ampliamento del pubblico.
Erano anni in cui la danza contemporanea non aveva ancora la visibilità di oggi. Lione disponeva tuttavia di una stampa nazionale attenta alla cultura e di un ambiente artistico in pieno sviluppo. La Maison de la Danse contribuì a far conoscere quelle nuove forme anche al di fuori della cerchia degli spettatori già appassionati. Jean-Paul ricorda con un sorriso i tempi in cui, prima dell’avvento dei social network, arrivava persino a distribuire il programma degli spettacoli per strada, nei giorni di mercato.
Tra le opere che meglio testimoniano questa volontà di rendere la danza contemporanea più accessibile, Jean-Paul Brunet ama ricordare Paradis di Dominique Hervieu e José Montalvo, presentata nel 1997. Fu una delle prime compagnie in residenza alla Maison de la Danse. «Tutto il gruppo di lavoro si sentiva al centro del processo di creazione dell’opera.» Conserva il ricordo di uno spettacolo capace di intrecciare con grande libertà linguaggi coreografici, culture e immagini, senza rinunciare al rigore artistico. Un lavoro che riuscì a conquistare un pubblico ampio, aprendo nuove prospettive sulla creazione contemporanea.
In oltre trent’anni alla Maison de la Danse, Jean-Paul ha incontrato alcune delle figure più importanti della scena internazionale: da Maurice Béjart a Martha Graham, fino alle grandi compagnie americane che negli anni Novanta hanno calcato il palcoscenico lionese. Ma quando gli chiedo quali artisti abbiano lasciato in lui il segno più profondo, il discorso torna soprattutto a quelli che hanno costruito la storia della danza a Lione o che con la Maison hanno sviluppato un rapporto particolare.
Régine Chopinot, Maguy Marin, Philippe Decouflé, Angelin Preljocaj, Mourad Merzouki: sono alcuni dei nomi che emergono dalla sua memoria, insieme a molti altri che hanno attraversato la scena francese negli ultimi decenni.
Quando si arriva agli artisti più giovani, Jean-Paul evita con cura di stabilire gerarchie. Preferisce ricordare incontri e scelte artistiche. Tra quelle della direzione di Tiago Guedes cita, per esempio, l’invito a Marco da Silva Ferreira e Marlene Monteiro Freitas. E guarda con interesse a una generazione più recente, rappresentata da artisti come Les Idoles, Malika Djardi e Justine Berthillot.
A sentirlo parlare, viene spontaneo chiedersi come sia possibile attraversare più di trent’anni nello stesso luogo senza che il lavoro finisca per trasformarsi in abitudine. Quando glielo domando, Jean-Paul risponde con franchezza: «In quei casi, è stato il cambiamento a venire da me.»
Nel corso della sua carriera ha costruito una profonda conoscenza dello spettacolo dal vivo e una vasta rete di contatti. Ma questa rete non è mai stata un fine in sé. Nel rapporto con i giornalisti, Jean-Paul si è impegnato a comprenderne i vincoli professionali, a difenderne il ruolo e, soprattutto, a creare le condizioni per un dialogo autentico tra artisti, media e pubblico.
Nel nostro incontro più recente, la canicola estiva aveva svuotato la Maison de la Danse. L’edificio sembrava aver rallentato il proprio ritmo, così lontano dall’effervescenza che precede gli spettacoli. Abbiamo potuto percorrere i suoi spazi senza fretta, fermandoci a parlare nei corridoi e sulle scale. Per me era un’occasione particolare: poter vedere quel luogo lontano dal pubblico, dai rumori e dall’attesa della sala. Per Jean-Paul, invece, era semplicemente una parte del suo quotidiano. Ed è proprio attraversando la sala che la conversazione è tornata alla danza, alle estetiche che l’hanno attraversata e alle trasformazioni avvenute negli ultimi decenni.
Questa prospettiva storica gli permette di rileggere alcune delle grandi svolte della creazione coreografica: dalle eredità di Merce Cunningham e della Nouvelle Danse française alla non-danza, fino alle scritture ibride contemporanee. Ha visto entrare nelle istituzioni l’hip-hop e le danze sociali, dal clubbing al waacking, linguaggi che un tempo appartenevano ad altri luoghi e ad altri pubblici.
Di fronte a un panorama così cambiato, Jean-Paul Brunet riassume così la scena attuale: «Lione è una capitale della danza. Siamo straordinariamente ben attrezzati con il Balletto dell’Opera di Lione, il CND, il CCN di Rillieux-la-Pape, il Conservatorio nazionale superiore di musica e danza, la Biennale della Danza e tutti i collettivi.»
Ed è vero, ma non è soltanto una questione di istituzioni. A Lione esiste una comunità di danzatori molto attiva, fatta di artisti, compagnie, scuole e luoghi di creazione. I futuri Ateliers de la Danse, in costruzione a pochi passi dalla Maison de la Danse, garantiranno un nuovo spazio a questo tessuto, offrendo agli artisti luoghi di lavoro e occasioni di incontro con il pubblico.
Quel pomeriggio, quando ho lasciato la Maison de la Danse e sono risalita sulla bicicletta, ho pensato a quanto siano preziosi l’impegno e la sensibilità dei professionisti che, spesso lontano dai riflettori, tengono aperto il dialogo tra artisti, stampa e pubblico. Attraverso gli incontri, gli aneddoti e il loro sguardo, contribuiscono a costruire una memoria della scena contemporanea.
di Francesca Oddone
À mon arrivée à Lyon, désireuse de découvrir la scène chorégraphique locale dans le cadre de ma collaboration avec L’Oca, observatoire critique italien, je me suis naturellement tournée vers la Maison de la Danse. J’avais demandé une accréditation pour un spectacle d’Angelin Preljocaj.
En entrant dans le hall du théâtre le soir de la représentation, un peu en avance comme j’en ai l’habitude, j’ai à peine eu le temps de récupérer mon invitation que Jean-Paul Brunet, responsable des relations presse, est venu à ma rencontre, avec une curiosité pour mon parcours et ma manière d’aborder la critique.
Ce premier geste disait déjà beaucoup de lui. Il résume une façon d’être qui explique sans doute pourquoi il occupe depuis plus de trente ans, à la Maison de la Danse, une place singulière, faite de discrétion, de disponibilité et d’attention portée aux journalistes comme aux artistes. Au fil de nos échanges, avant ou après les spectacles, j’ai saisi la valeur qu’il accorde à la transmission de la création artistique auprès du public.
Entré à la Maison de la Danse à la fin des années 1980, comme agent d’accueil à la Croix-Rousse, Jean-Paul avait auparavant suivi des études de langues et de communication. Lui-même danseur amateur de jazz et de danse contemporaine, il s’est progressivement laissé imprégner par l’univers des artistes et a trouvé ensuite, comme attaché de presse, la place qui lui correspondait le mieux : un métier à la croisée du spectacle et des médias. Tout au long de son parcours, il a vu défiler des générations de danseurs et de créateurs, observant de près les mutations de la scène chorégraphique lyonnaise et, plus largement, de la danse contemporaine. Il me dit : « On côtoyait les artistes, on leur parlait et moi je me sentais très proche d’eux. À l’époque, j’aurais adoré intégrer le Cours Florent ou l’École de la Rue Blanche, à Paris, devenir comédien était aussi une envie secrète. »
Jean-Paul Brunet a ensuite assisté au déménagement de la Maison de la Danse vers son adresse actuelle en 1992, sous la direction de Guy Darmet, également fondateur de la Biennale de la Danse. Il évoque une période où la danse était encore un art relativement confidentiel, malgré la présence à Lyon d’une couverture médiatique nationale qui assurait la visibilité de la scène en train de se faire. Sous les directions de Guy Darmet, Dominique Hervieu, puis Tiago Guedes, la danse contemporaine s’est peu à peu ouverte à un public plus large, portée par le travail pédagogique mené par la Maison de la Danse. Jean-Paul a ainsi accompagné ce mouvement, en suivant les orientations successives de l’institution. Il raconte d’ailleurs en souriant qu’il lui est arrivé de distribuer les programmes dans la rue, les jours de marché, bien avant l’apparition des réseaux sociaux.
Parmi les spectacles qui témoignent de cette volonté de rendre la danse contemporaine plus accessible, Jean-Paul Brunet aime évoquer Paradis de Dominique Hervieu et José Montalvo, créé en 1997. C’est l’une des premières compagnies en résidence à la Maison de la danse. « L’équipe se sentait au cœur de la fabrique d’une œuvre ». Il garde le souvenir d’une pièce qui mêlait avec une grande liberté les langages chorégraphiques, les cultures et les images, sans jamais sacrifier l’exigence artistique. Un spectacle capable de séduire bien au-delà du cercle des initiés, tout en ouvrant de nouvelles perspectives sur la création contemporaine.
Au fil des années, la Maison de la danse a accueilli les plus grandes figures de la scène internationale, de Maurice Béjart à Martha Graham, ainsi que, sur son grand plateau, les compagnies américaines qui ont marqué les années 1990. Pourtant, lorsque Jean-Paul évoque les artistes qui l’ont le plus touché, il revient surtout vers celles et ceux qui ont écrit l’histoire de la danse à Lyon ou entretenu un lien privilégié avec le théâtre. Il cite spontanément Régine Chopinot, Maguy Marin, Philippe Decouflé, Angelin Preljocaj ou encore Mourad Merzouki, autant de noms qui ont façonné le paysage chorégraphique français et contribué au rayonnement de l’institution.
Lorsqu’il s’agit des générations plus récentes, Jean-Paul reste fidèle à sa mesure et se garde bien d’établir un palmarès. Son intérêt pour les nouvelles écritures chorégraphiques transparaît néanmoins lorsqu’il évoque les choix de Tiago Guedes de proposer des artistes comme Marco da Silva Ferreira ou Marlene Monteiro Freitas. Cependant, il suit avec intérêt de jeunes artistes émergents comme « Les Idoles », Malika Djardi ou Justine Berthillot.
Pour ma part, j’ai le sentiment que son métier a toujours été passionnant. Et lorsque les moments de routine se faisaient sentir, Jean-Paul répond aujourd’hui avec simplicité : « C’est le changement qui est venu à moi ». Au cours de sa carrière, il a constitué une connaissance solide du spectacle vivant et un vaste carnet d’adresses. Mais ce réseau n’a jamais été une fin en soi. En travaillant avec les journalistes, il s’est toujours attaché à comprendre leurs contraintes, à défendre leur rôle et à créer les conditions d’un véritable dialogue entre les artistes, les médias et le public.
Lors de notre plus récent échange, un après-midi alangui par la canicule, la Maison de la Danse, vide et silencieuse, semblait s’offrir à la déambulation. Nous avons pu l’arpenter sans hâte. Pour moi, c’était un privilège ; Jean-Paul, lui, en avait simplement l’habitude. Libérée de l’effervescence des soirs de spectacle, la salle laissait toute la place à une conversation qui, au détour d’un couloir ou d’un escalier, nous ramenait naturellement vers l’évolution des esthétiques chorégraphiques qui avaient habité ces lieux.
Cette perspective historique lui permet de relire les grandes inflexions de la création chorégraphique, des héritages de Merce Cunningham et de la Nouvelle Danse française à la non-danse, aux écritures hybrides d’aujourd’hui, en passant par l’émergence du hip-hop et des danses sociales dans les institutions, du clubbing au waacking. En quelques mots, il résume la scène actuelle : « À Lyon, on est une capitale de la danse. On est très bien dotés avec le Ballet de l’Opéra de Lyon, le CND, le CCN de Rillieux-la Pape, le CNSMD, La Biennale de la danse et tous les collectifs ». Et c’est vrai : la ville compte une communauté de danseurs et des outils, dont les Ateliers de la Danse en construction, qui seront un atout supplémentaire pour les artistes, comme pour les tutelles qui soutiennent la danse.
En quittant la Maison de la Danse cet après-midi-là et en enfourchant mon vélo, je me suis dit combien l’engagement et la sensibilité des professionnels qui œuvrent, souvent dans l’ombre, pour la médiation de la danse sont essentiels. En partageant leurs anecdotes et leur regard, ils nourrissent la mémoire collective, l’écriture et les récits de la danse.
Par Francesca Oddone




