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Ph. Michel Cavalca

LES APPLAUDISSEMENTS NE SE MANGENT PAS

MAISON DE LA DANSE, LYON.

L’indifférence face au péril qui s’annonce

Entre des corps emportés et des regards qui s’évitent, un dispositif scénique qui met à nu les fragilités du présent.

L’indifferenza di fronte al pericolo che incombe

Tra corpi sospinti e sguardi che evitano, un dispositivo scenico che mette a nudo le fragilità del presente.

Entrando nella sala della Maison de la Danse di Lione per la serata dedicata alla coreografa Maguy Marin, figura chiave della nouvelle danse française degli anni Ottanta, si viene accolti dall’immagine di uno spazio scenico chiuso su tre lati da tende a strisce colorate, spesse e traslucide. Finché tutto è immobile, prima dell’avvio della pièce, è difficile rendersi conto che si tratta di tende in lamelle di plastica, comune e industriale, che delimitano un perimetro instabile. Questo apparato scenico suggerisce da subito un’estetica del quotidiano e della precarietà. 

Lo spazio scenico immaginato da Maguy Marin per Les applaudissements ne se mangent pas, in collaborazione con Denis Mariotte, Ulises Alvarez e Renaud Golo, viene abitato da un flusso incessante di otto interpreti, che entrano ed escono dalla scena, cadono a terra, riemergono, penzolano su se stessi e vengono di volta in volta trascinati via, oltre le tende. Questo movimento crea un effetto visivo e un dispositivo scenico di apparizione e sparizione, in cui il corpo è un protagonista meccanico, che attraversa ripetutamente una specie di soglia indefinita. I danzatori camminano, corrono, si affrontano. Da che cosa fuggono e che cosa succede dietro le quinte? Le mani afferrano, tirano dentro, spingono fuori. 

I costumi sono abiti del quotidiano, abiti da città e mocassini: tessuti ordinari, colorati ma dissonanti, indumenti che conservano le tracce della routine del lavoro. Lontani da ogni estetismo, disegnano una società vulnerabile, sospesa tra sopravvivenza e oppressione. La gamma cromatica dei costumi dialoga con quella delle tende colorate che chiudono lo spazio scenico. La luce (Alexandre Béneteaud, Albin Chavignon) muta costantemente la percezione dello spazio: a tratti calda, satura e terrosa, altrove livida, fredda, metallica. Questi passaggi cromatici amplificano il contrasto tra apparente vitalità e profonda alienazione, tra l’energia della folla e la solitudine dell’individuo. Ne risulta una collettività frammentata, affaticata, che porta addosso i segni dell’abitudine, senza ruoli né gerarchie. 

In questa architettura fragile, i corpi – sgraziati – agiscono come elementi di un sistema sociale in crisi. Sono vittime, scarafaggi. Si urtano, si accalcano, litigano, creano rapide piramidi acrobatiche, rotolano, eseguendo una partitura ritmica implacabile, millimetrata, scandita dai suoni di Denis Mariotte: stridori, pulsazioni, colpi secchi, spari. E poi il rumore delle tende che, vibrando, trasformano il paesaggio in una camera di risonanza dell’umanità contemporanea. Ogni movimento è impedito da qualcosa o da qualcuno: ci sono calci, umiliazioni, sguardi duri o diffidenti. E soprattutto, c’è sempre una sagoma a terra. I danzatori sono corpi sociali esposti alla violenza, sono martiri della furia capitalista, o forse del genocidio. Chissà.

La pièce è stata creata nel 2002 per la Biennale de la Danse di Lione e si ispira in particolare ai paesi dell’America Latina: Maguy Marin denunciava all’epoca il forte sfruttamento umano e culturale da parte di poteri interni ed esterni. Tuttavia, il conflitto rappresentato da Maguy Marin non è soltanto storico, ma esistenziale: dominatori e dominati, potere e sudditanza, strategie politiche di controllo, tensioni di classe, l’erranza, la sfiducia, la solitudine. Il titolo Les applaudissements ne se mangent pas – gli applausi non si mangiano – è tratto da una frase dello scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, critico acceso di oligarchie, dittature, neoliberismo e disuguaglianze. Questo titolo denuncia quindi la superficialità del riconoscimento simbolico (consenso, applausi) quando non è accompagnato da azioni concrete che trasformino la vita della società (cibo, diritti, libertà).

Come il titolo è la metafora potente di un giudizio sulla superficialità e gli interessi delle istituzioni politiche internazionali, così Maguy Marin afferma nel fuori scena che oltre lo spazio performativo, dietro le quinte colorate, ci sono i decisori mondiali, le COP, gli intrighi e le macchinazioni dei banchieri. La sua opera è stata rimontata nel 2016 dal Ballet de l’Opéra national de Paris. Oggi viene trasmessa a una nuova generazione di interpreti che non esita nel prendere posizione sul palco, appropriandosi di una scrittura basata sui rapporti di forza, sul push-and-pull, sul ritmo spietato di mani che manipolano e sguardi che tengono a distanza, ad immagine di una collettività indifferente, soggiogata dalle élite di governo.

Elementi di pregio: Il movimento di questa pièce, gli attraversamenti dello spazio scenico, le traiettorie di continuo andirivieni non costituiscono un motivo coreografico, ma drammaturgico. Tra gli elementi umani e di contesto sussistono diverse relazioni, che emergono nonostante l’essenzialità della scenografia, attraverso la simbologia delle tende che circondano il palco e funzionano al tempo stesso come barriere, confini, rifugio o salvezza.

Limiti: La struttura coreografica – corpi in conflitto, tensione, assenza di parole – conferisce allo spettacolo un carattere universale, non vincolato a un contesto storico specifico. Tuttavia, questa postura artistica può apparire forse datata nel richiamare un immaginario di resistenza tipico dei decenni scorsi, mentre le attuali forme di opposizione e critica sociale si esprimono attraverso codici più ibridi, performativi e multimediali, meno legati al corpo come unico veicolo di tensione.

di Francesca Oddone, visto il 7 novembre 2025
Articolo pubblicato su L’Oca

Lo spettacolo è andato in scena
Maison de la Danse
8 Avenue Jean Mermoz, 69008 Lyon (FR)
06– 07 novembre 2025

Les applaudissements ne se mangent pas | Maguy Marin

direzione artistica Maguy Marin
musica Denis Mariotte
scenografia Maguy Marin, Denis Mariotte, Ulises Alvarez, Renaud Golo
creazione luci Alexandre Béneteaud, Albin Chavignon
interpreti Kostia Chaix, Kaïs Chouibi, Brune de Maurin, Clémence Dieny, Lazare Huet, Louise Mariotte, Lisa Martinez, Alaïs Marzouvanlian, Rolando Rocha
crediti fotografici Michel Cavalca

coproduzione per la creazione nel 2002: Biennale de la danse de Lyon 2002; La Ferme du Buisson / Scène nationale de Marne-la-Vallée; Centre Chorégraphique National de Rillieux-la-Pape. Per la ripresa del 2025: Maison de la danse — Lione, Pôle européen de création; Chaillot — Théâtre national de la Danse, Parigi. La Compagnie Maguy Marin è in residenza permanente presso RAMDAM, UN CENTRE D’ART. È convenzionata con la Direction Régionale des Affaires Culturelles Auvergne-Rhône-Alpes, sostenuta dalla Città di Lione e riceve l’appoggio dell’Institut français per i suoi progetti all’estero.
Distribuzione nazionale e internazionale: A Propic — Line Rousseau e Marion Gauvent. Residenza e coproduzione per la ripresa del 2025: Pôle européen de création.

En entrant dans la salle de la Maison de la Danse de Lyon pour la soirée consacrée à la chorégraphe Maguy Marin, figure majeure de la nouvelle danse française des années 1980, le spectateur est accueilli par un espace scénique fermé sur trois côtés par des rideaux à rayures colorées, épais et translucides. Tant que tout demeure immobile, avant le début de la pièce, il est difficile de percevoir qu’il s’agit en réalité de lames de plastique ordinaires et industrielles, qui délimitent un périmètre instable. Ce dispositif scénique suggère d’emblée une esthétique du quotidien, indissociable d’une forme de précarité.

L’espace imaginé par Maguy Marin pour Les applaudissements ne se mangent pas, en collaboration avec Denis Mariotte, Ulises Alvarez et Renaud Golo, est traversé par un flux ininterrompu de huit interprètes. Ceux-ci entrent et sortent de scène, chutent au sol, réapparaissent, se suspendent à eux-mêmes, puis sont tour à tour entraînés hors du plateau, derrière les rideaux. Ce mouvement engendre à la fois un effet visuel et un dispositif d’apparition et de disparition, où le corps devient un protagoniste presque mécanique, traversant sans cesse une forme de seuil indéfini. Les danseurs marchent, courent, se confrontent. Que fuient-ils ? Que se joue-t-il hors champ, derrière les rideaux ? Les mains agrippent, tirent vers l’intérieur, repoussent vers l’extérieur.

Les costumes relèvent du vestiaire quotidien : habits de ville et mocassins. Il s’agit de tissus ordinaires, colorés mais dissonants, qui conservent les marques de la routine du travail. Loin de toute recherche esthétisante, ils dessinent les contours d’une société vulnérable, prise entre survie et oppression. La palette chromatique des costumes entre en dialogue avec celle des rideaux qui referment l’espace scénique. La lumière (Alexandre Béneteaud, Albin Chavignon) modifie constamment la perception du plateau : tantôt chaude, saturée, presque terreuse, tantôt livide, froide, métallique. Ces variations accentuent le contraste entre vitalité apparente et profonde aliénation, entre l’énergie du collectif et l’isolement des individus. Il en résulte une communauté fragmentée, épuisée, marquée par l’habitude, dépourvue de rôles ou de hiérarchies clairement établies.

Dans cette architecture fragile, les corps — volontiers disgracieux — fonctionnent comme les éléments d’un système social en tension. Ils apparaissent tour à tour comme des victimes ou des insectes. Ils se heurtent, s’agglutinent, se disputent, forment brièvement des pyramides acrobatiques, roulent au sol, dans une partition rythmique implacable, millimétrée, scandée par la composition sonore de Denis Mariotte : grincements, pulsations, frappes sèches, détonations. À cela s’ajoute le bruit des rideaux qui, en vibrant, transforment l’espace en une véritable chambre de résonance de l’humanité contemporaine. Chaque déplacement semble entravé par une contrainte ou une force extérieure : coups, humiliations, regards durs ou méfiants. Et surtout, les corps reviennent sans cesse au sol. Les danseurs incarnent des corps sociaux exposés à la violence, figures de martyrs d’une furie capitaliste — ou, peut-être, d’une violence systémique plus vaste.

Créée en 2002 pour la Biennale de la Danse de Lyon, la pièce s’inspire notamment de contextes sociopolitiques latino-américains. À l’époque, Maguy Marin dénonçait l’exploitation humaine et culturelle exercée par des pouvoirs internes comme externes. Toutefois, le conflit mis en jeu ne se limite pas à une inscription historique : il engage également des dynamiques existentielles – rapports de domination, stratégies de contrôle, tensions de classe, errance, défiance, solitude. Le titre Les applaudissements ne se mangent pas — emprunté à une formule de l’écrivain uruguayen Eduardo Galeano, critique des oligarchies, des dictatures et des inégalités — souligne l’écart entre reconnaissance symbolique et transformation effective des conditions de vie. Il met ainsi en évidence la superficialité des signes d’approbation (consensus, applaudissements) lorsqu’ils ne s’accompagnent d’aucune retombée concrète en matière de droits, de ressources ou de libertés.

À l’instar de ce titre, qui fonctionne comme une métaphore critique des institutions et de leurs logiques, Maguy Marin suggère en creux que, au-delà de l’espace scénique, derrière les rideaux colorés, se déploient d’autres forces : décideurs globaux, instances internationales, négociations, intérêts économiques. L’œuvre, remontée en 2016 par le Ballet de l’Opéra national de Paris, est aujourd’hui transmise à une nouvelle génération d’interprètes. Ceux-ci s’approprient une écriture fondée sur les rapports de force, les dynamiques de poussée et de résistance, ainsi que sur un rythme implacable, fait de gestes contraints, de manipulations et de regards tenus à distance – à l’image d’une collectivité traversée par l’indifférence et soumise à des structures de pouvoir dominantes.

Éléments remarquables
Le mouvement de la pièce, les traversées de l’espace scénique et les allers-retours incessants ne relèvent pas uniquement d’un motif chorégraphique, mais bien d’un principe dramaturgique. Les relations qui se tissent entre les corps et leur environnement émergent avec d’autant plus de force que la scénographie reste dépouillée. Les rideaux qui entourent le plateau en constituent un élément structurant : à la fois barrières et frontières, mais aussi espaces de refuge ou d’échappée, ils organisent la perception et les circulations.

Réserves
La structure chorégraphique — fondée sur le conflit des corps, la tension et l’absence de parole — confère à l’œuvre une portée volontairement universelle, détachée de tout ancrage historique strictement identifiable. Cependant, cette posture artistique peut apparaître en partie datée, en ce qu’elle convoque un imaginaire de la résistance caractéristique de périodes antérieures. Les formes contemporaines de contestation et de critique sociale tendent aujourd’hui à emprunter des langages plus hybrides, performatifs et multimédias, moins centrés sur le corps comme unique vecteur d’expression des tensions.

Par Francesca Oddone, vu le 7 novembre 2025
Article paru sur
L’Oca

Le spectacle a eu lieu
Maison de la Danse
8 Avenue Jean Mermoz, 69008 Lyon (FR)
06 – 07 novembre 2025

Les applaudissements ne se mangent pas | Maguy Marin

chorégraphie Maguy Marin 
musique Denis Mariotte 
scénographie Maguy Marin, Denis Mariotte, Ulises Alvarez, Renaud Golo 
conception lumières Alexandre Béneteaud, Albin Chavignon 
interprétation Kostia Chaix, Kaïs Chouibi, Brune de Maurin, Clémence Dieny, Lazare Huet, Louise Mariotte, Lisa Martinez, Alaïs Marzouvanlian, Rolando Rocha
crédit photographique Michel Cavalca

coproduction pour la création en 2002 : Biennale de la danse de Lyon 2002 ; La Ferme du Buisson/Scène nationale de Marne-la-Vallée ; Centre Chorégraphique National de Rillieux-la-Pape. Pour la reprise 2025 : Maison de la danse — Lyon, Pôle européen de création ; Chaillot — Théâtre national de la Danse, Paris. La Compagnie Maguy Marin est en résidence permanente à RAMDAM, UN CENTRE D’ART. La Compagnie Maguy Marin est conventionnée par la Direction Régionale des Affaires Culturelles Auvergne-Rhône-Alpes. Elle est également subventionnée par la Ville de Lyon et reçoit l’aide de l’Institut français pour ses projets à l’étranger. Diffusion nationale et internationale A Propic — Line Rousseau et Marion Gauvent. 

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