MAISON DE LA DANSE, LYON.
Une esthétique classique traversée d’intensités sud-africaines
Un paysage de silhouettes blanches et de corps noirs fait éclore une reconfiguration des codes classiques, au sein d’une dynamique collective d’appropriation et de décentrement.
Traduzione in italiano
Un’estetica classica attraversata da intensità sudafricane
Contrasti cromatici e corpi situati compongono un paesaggio che riconfigura i codici della danza classica attraverso una dinamica collettiva di appropriazione e decentramento.
Sulla scena di Hatched Ensemble, un’installazione bianca di sagome in materiali leggeri cattura immediatamente lo sguardo. Disposte come frammenti di un ecosistema animale artificiale, alcune forme stilizzate compongono un paesaggio sospeso. Attorno a questo dispositivo si raccolgono gli interpreti: indossano e allacciano le punte in scena, entrando in relazione con gli elementi della composizione, attraverso un movimento a rallentatore che segue le note de La morte del cigno di Camille Saint-Saëns.
Laddove la musica evoca l’immaginario di un corpo isolato, verticale e virtuoso — quello del cigno classico — la scena propone invece un insieme di dieci corpi riuniti, radicati al suolo. Alle linee ascendenti del balletto si contrappone un’organizzazione orizzontale del gesto, costruita sulla densità del gruppo e su una lentezza quasi laboriosa, che sposta il riferimento senza mai illustrarlo. I corpi — neri, scolpiti dalla luce — evolvono di spalle, rimanendo seduti o in ginocchio. Le braccia, nella loro articolazione fluida ed elegante, evocano le ali del cigno. Attraversando gradualmente la scena, senza sollevarsi dal suolo, interagiscono con le sagome, il cui spostamento produce lievi scricchiolii, in contrasto con la trama musicale.
Lo spettatore si interroga sul paesaggio sonoro: la variazione di Saint-Saëns ricomincia più volte, come se ripartisse ogni volta dal suo punto iniziale. Il gruppo percorre il fondo della scena, seguito da un fascio di luce mobile che ne ricalca la traiettoria, mentre lo strofinio dei costumi – interamente riciclati e avvolgenti soltanto la parte inferiore dei corpi – accompagna il movimento. Poco a poco, si afferma un’impressione di erranza collettiva: quella di una comunità in cammino, accompagnata da un corteo insolito di animali domestici e forme vegetali.
Le gonne candide, lunghe e aderenti al corpo, sono punteggiate da piccole mollette fissate al tessuto, che si urtano a ogni movimento. Il minimo spostamento genera un fruscio asciutto e continuo, sempre sul punto di disperdersi. La vera rottura sonora arriva però all’improvviso, quando il rumore delle punte irrompe, esacerbato dal sollevarsi degli interpreti. Il contatto con il suolo introduce una tensione più dura, quasi percussiva, che ridefinisce immediatamente l’ascolto. In questo passaggio, i corpi incarnano un altro paesaggio: trucco, gioielli e vibrazioni del bacino fanno emergere un’intensità nuova, più marcata, quasi incantatoria, in cui il gesto si trasforma in energia ritmica condivisa.
La luce accentua i contrasti tra il bianco dei costumi e la tonalità della pelle dei danzatori, tra le capigliature afro vaporose e gli uccelli stilizzati sospesi a un filo. Il fruscio delle gonne richiama quello delle piume, prolungando la dimensione organica del movimento. In uno slittamento verso il lato destro della scena, l’attenzione si sposta progressivamente su un musicista seduto al margine del palco. Una voce lirica accompagna la transizione tra l’universo di Saint-Saëns e sonorità subsahariane, in particolare quelle di una mbira, suonata con i pollici, la cui tessitura metallica introduce una nuova temporalità musicale.
Compaiono allora abbondanti ciuffi di tulle scarlatto, portati in equilibrio sulle teste degli interpreti, mentre luci rosse accompagnano il passaggio dai toni lirici a un registro vocale più grave, radicato nella pulsazione ritmica africana. Le mollette diventano ornamenti, i tessuti rossi avvolgono i corpi, che si ricompongono in un’entità collettiva, fiera e compatta, liberandosi delle punte per trasformarle in strumenti di percussione. Un fischietto e una sorta di maraca sostengono la voce dal vivo, mentre l’intensità sonora cresce: vocalizzazioni festose emergono, sostenute da forme di yodel delle interpreti, dilatandosi nello spazio e invadendo la sala con un’effervescenza condivisa.
In questo sconfinamento finale, i riferimenti di partenza — il cigno, le punte classiche — non scompaiono: vengono piuttosto riappropriati, a favore di un corpo collettivo in continua trasformazione, in cui la scena smette di essere un luogo di rappresentazione per diventare uno spazio del sentire.
La creazione di Mamela Nyamza prende forma dal suo assolo The Dying Swan, creato a New York nel 1999 durante l’esperienza della coreografa all’Alvin Ailey American Dance Theater. Tornata a Johannesburg, l’artista riunisce un ensemble composto esclusivamente da danzatori neri, formati nella tecnica classica, con l’intento esplicito di inscrivere il proprio lavoro in una presa di posizione politica nei confronti del balletto: «Making a statement about ballet». Questo gesto fondativo sposta la grammatica classica verso un altro orizzonte di significato, in cui il radicamento memoriale diventa il punto di partenza per una rinascita spirituale, intesa come riappropriazione e deviazione dei codici, aprendo alla possibilità di riconfigurare il gesto classico a partire da corpi situati.
di Francesca Oddone, spettacolo visto il 23 aprile 2026
Articolo pubblicato su Persinsala
Hatched Ensemble | Mamela Nyamza
creazione e coreografia Mamela Nyamza
interpreti Hatontle Tema, Khaya Ndlovu, Thamsanqa Tshabalala, Dineo Mapoma, Thato Molusi, Mbali Brandt, Thabang Mojapelo, Zandile Constable, Pavishen Paideya, Thimna Sitokisi
canto Litho Nqai
musica Giver «Azah» Mphago
direzione prove Kirsty Ndawo
credito fotografico Val Adamson
creazione sostenuta dal National Arts Council of South Africa. Coproduzione National Arts Council & Makhanda National Arts Festival.
Sur le plateau d’Hatched Ensemble, une installation de silhouettes blanches se détache d’emblée dans l’espace scénique. Disposées comme les fragments d’un écosystème animal artificiel, ces formes composent un paysage en suspens. Autour de ce dispositif, les interprètes se rassemblent, chaussent leurs pointes à vue et entrent en dialogue avec ces éléments, dans un mouvement ralenti qui épouse les notes de La Mort du cygne de Camille Saint-Saëns.
Là où la musique convoque l’imaginaire d’un corps solitaire, vertical et virtuose – celui du cygne classique –, la scène lui oppose un ensemble de dix corps groupés, ancrés au sol. À la ligne ascendante du ballet répond ici une organisation horizontale du geste, fondée sur la densité du groupe et une lenteur presque laborieuse, qui déplace la référence sans jamais l’illustrer. De dos, les corps – noirs, sculptés par la lumière – se déploient assis ou à genoux. Les bras, dans leur articulation souple et élégante, évoquent les ailes du cygne. En traversant lentement la scène, au ras du sol, ils interagissent avec des figurines artificielles, dont le déplacement produit de légers grincements, en décalage avec la trame sonore classique.
Le paysage sonore contribue à cette tension perceptive : la variation de Saint-Saëns recommence à plusieurs reprises, comme relancée depuis son point d’origine. Le groupe traverse le fond de scène, suivi par un faisceau lumineux mobile qui découpe sa trajectoire, tandis que le froissement des costumes – entièrement recyclés – accompagne le mouvement, n’enveloppant que la partie inférieure des corps. Peu à peu s’installe une impression d’errance collective : celle d’une communauté en déplacement, accompagnée d’un étrange cortège d’animaux domestiques et de formes végétales.
Les jupes blanches, légères, sont ponctuées de petites pinces fixées au tissu, qui s’entrechoquent à chaque mouvement. Le moindre déplacement fait naître un bruissement sec et continu, à la limite de la dispersion. Mais la véritable rupture sonore survient brusquement, lorsque le bruit des pointes s’intensifie à mesure que les interprètes se redressent. Le contact avec le sol introduit une tension plus dure, presque percussive, qui reconfigure immédiatement l’écoute. Dans ce basculement, les corps changent d’horizon : maquillage, bijoux et vibrations du bassin font émerger une intensité nouvelle, plus affirmée, presque incantatoire, où le geste devient énergie rythmique partagée.
La lumière accentue les contrastes entre la blancheur des costumes et la carnation des danseurs, entre les chevelures afro vaporeuses et les oiseaux stylisés flottants et suspendus à un fil. Le froissement des jupes évoque des plumes, prolongeant la dimension organique du mouvement. Dans un glissement vers le côté droit du plateau, l’attention se déplace progressivement vers un musicien assis en bord de scène. Une voix lyrique assure la transition entre l’univers de Saint-Saëns et des sonorités subsahariennes, notamment celles d’une mbira, jouée avec les pouces dont la texture métallique introduit une nouvelle temporalité musicale.
Des touffes de tulle écarlate apparaissent alors, portées en équilibre sur les têtes des interprètes, tandis que des lumières rouges accompagnent le passage des tons lyriques vers des registres plus graves, plus ancrés dans la pulsation rythmique africaine. Les pinces deviennent des parures, les tissus rouges enveloppent les corps, qui se recomposent en une entité collective, fière et resserrée, se libérant des chaussons pour les transformer en instruments de percussion. Un sifflet et une sorte de maraca soutiennent la voix en direct, tandis que l’intensité sonore croît progressivement, envahissant l’espace et atteignant le public. Cris et vocalisations collectives surgissent alors, ouvrant la scène à une effervescence partagée.
Dans ce débordement final, les références initiales – le cygne, les chaussons classiques – ne disparaissent pas : elles s’avèrent appropriées, au profit d’un corps collectif en perpétuelle transformation, où la scène cesse d’être un lieu de représentation pour devenir un champ d’intensités.
La chorégraphie de Mamela Nyamza trouve son origine dans son solo The Dying Swan, créé à New York en 1999 lors de son passage à l’Alvin Ailey American Dance Theater. De retour à Johannesburg, l’artiste réunit un ensemble exclusivement composé de danseurs noirs, tous formés à la technique classique, avec l’intention explicite d’inscrire son travail dans une prise de position politique à l’égard du ballet : « Making a statement about ballet ». Ce geste fondateur déplace la grammaire classique vers un autre horizon de sens, où les dimensions spirituelles et mémorielles deviennent le point de départ d’une réappropriation et d’un détournement des codes, ouvrant la voie à une reconfiguration du geste classique à partir de corps situés.
Par Francesca Oddone, spectacle vu le 23 avril 2026
Article publié sur Persinsala
Le spectacle a eu lieu
Maison de la Danse
8 Avenue Jean Mermoz, 69008 Lyon (FR)
22-25 avril 2026
Hatched Ensemble | Mamela Nyamza
conception, chorégraphie Mamela Nyamza
interprétation Hatontle Tema, Khaya Ndlovu, Thamsanqa Tshabalala, Dineo Mapoma, Thato Molusi, Mbali Brandt, Thabang Mojapelo, Zandile Constable, Pavishen Paideya, Thimna Sitokisi
chant Litho Nqai
musique Giver « Azah » Mphago
répétitrice Kirsty Ndawo
crédit photographique Val Adamson
création soutenue par National Arts Council of South Africa. Coproduction National Arts Council & Makhanda National Arts Festival.



