MAISON DE LA DANSE, LYON.
La fragile obstination de la vie
Le regard se laisse saisir par les images troublantes de Preljocaj. Au cœur du deuil, la danse fait surgir la fragile obstination de la vie.
Traduzione in italiano
La fragile ostinazione della vita
Lo sguardo si lascia attraversare dalle immagini perturbanti di Preljocaj. La danza attraversa il lutto e continua a interrogare la vita.
Il brano hard rock Chop Suey! dei System of a Down irrompe nella sala della Maison de la Danse di Lione mentre le luci si abbassano. La musica cresce d’intensità, il buio avvolge la platea e il sipario si apre. L’avvio di Requiem(s) di Angelin Preljocaj è intenso e quasi sospeso.
Il palcoscenico è immerso nella foschia e nell’oscurità. Tre gruppi di quattro danzatori emergono dal buio: le loro fattezze corporee, scolpite dal disegno luci di Éric Soyer, sembrano dilatarsi nello spazio e avvicinarsi allo sguardo dello spettatore. È un’immagine estremamente cinematografica. In alto, sopra di loro, altri tre corpi sono sospesi all’interno di altrettanti bozzoli, come grandi nidi o involucri metallici dalla forma ovoidale. Questa prima scena è densa di mistero e di bellezza.
Una mano scende dai gusci verso il basso, cercando il contatto con il gruppo, che risponde al gesto proiettando le braccia verso l’alto. Poi scendono le gambe. I danzatori fanno ruotare su se stesso il corpo racchiuso nell’involucro, fino a liberarlo completamente: una sorta di nascita al contrario, o forse una discesa dalla Croce. La lentezza con cui le figure vengono calate dall’alto e prese in carico dai danzatori, con le braccia aperte a T e il capo reclinato sulla spalla, evoca l’iconografia della Deposizione e, insieme, quella dei tre crocifissi del Golgota.
Quando tutti i corpi sono al suolo, il gruppo si ricompone davanti al pubblico, fino a riunire sul palco i diciannove danzatori. La traccia sonora cambia, avviando un dialogo tra diversi brani e generi musicali. Al posto della chitarra irrompono rintocchi ritmici, come gocce pesanti che cadono una dopo l’altra e che progressivamente si trasformano in un suono di tamburi. Sul fondo della scena compaiono alcune immagini video: un gufo, o forse i dettagli delle ali di una statua funeraria, di quelle figure in pietra che popolano i cimiteri.
Il disegno luci, morbido e avvolgente, accarezza i corpi lattiginosi. Il ritmo accelera, il movimento diventa rincorsa, fino a quando due figure cadono e restano a terra. È il primo lutto. Gli altri danzatori li sollevano e li portano via come salme, mentre il gruppo indietreggia fisicamente di fronte alla morte. La disperazione prende forma nella disposizione dei corpi: raccolti in coppie simmetriche, l’uno sulle ginocchia dell’altro, richiamano ancora una volta l’immaginario di cui fa parte la Pietà, il corpo sostenuto dopo la morte, il silenzio attonito di fronte alla vita che sfugge.
Nel frattempo, sullo sfondo, anche le proiezioni evolvono. Al posto delle figure alate compaiono mani aperte, attraversate dalla sabbia che continua a colare, inafferrabile, scivolando tra le dita.
Quanti lutti attraversano questa rappresentazione? Molti, e ciascuno sembra avere un proprio corpo, un proprio gesto, una diversa forma di assenza. Non appena le prime figure senza vita vengono sospinte e trascinate via, la scena si raccoglie attorno al dolore nella perdita della madre di due duo maschili, accompagnati dalle immagini di un viso di donna coperto da una veletta. Quindi attorno a quello di una coppia nella perdita della figlia, in una successione di abbracci e cadute di corpi, agghindati in preziosi abiti neri, che cercano di sostenersi a vicenda. E ogni volta in cui si ha una caduta, una perdita che perturba l’insieme o la simmetria, il gruppo si riorganizza, come accade nella società.
Con l’evolversi della pièce, lo spettatore ha la sensazione che il lutto si allarghi: dalle mancanze intime si passa alle immagini della guerra, alle città distrutte, ai corpi travolti dalla violenza della storia. Una registrazione della voce del filosofo Gilles Deleuze apre una riflessione sulla morte e richiama Primo Levi, interrogando ciò che resta dell’essere umano dopo l’esperienza dei campi, la relazione tra vittime e carnefici e il sentimento di vergogna. Sullo sfondo fiocchi di cenere ricoprono un paesaggio devastato dal conflitto. I danzatori si stendono a terra e scompaiono nel buio, mentre le braccia, raggiunte da una luce radente, si muovono verso l’alto, come pianticelle che spuntano dalle radici o come filamenti che risalgono dal sottosuolo.
La traccia sonora alterna le musiche di 79D, Ligeti, Mozart, Bach, Hildur Guðnadóttir, Messiaen, Haas, Jóhann Jóhannsson a canti medievali. Ci sono le note armoniose dell’oboe, eppure l’immaginario funebre è ovunque. Ci sono i dettagli visivi ricorrenti dell’estetica di Preljocaj, come le gonne. La vita sembra irrompere in ogni sequenza, eppure è la morte a farsi largo all’interno della vita.
I lutti si accumulano, si sovrappongono, cambiano dimensione: quello di chi perde una persona amata, quello della comunità, quello di un’intera generazione. E, nella danza, la fragile ostinazione della vita continua a reinventarsi, a essere ancora lì. Nel movimento finale, l’energia circola nel gruppo con maggiore libertà e la composizione lascia emergere in maniera più eclatante l’attenzione nei confronti di chi resta.
Le immagini visive travolgono lo sguardo dello spettatore, quasi prendendo il sopravvento sulla scrittura coreografica che le sostiene. Eppure, quella di Preljocaj è una scrittura precisa e rigorosa, riconoscibile nei tratti caratteristici della sua estetica: una gestualità molto articolata, nella quale il movimento sembra nascere dalle singole articolazioni del corpo — braccia, gomiti, polsi, bacino, gambe — e procede attraverso angoli, torsioni, cambi di direzione, nel prolungamento degli arti. L’organizzazione dei corpi nello spazio scivola con fluidità dentro la composizione geometrica, così come la processione di figure che attraversa la scena.
In questa creazione del 2024, arrivata alla centesima replica in questa serata alla Maison de la Danse, affiora inoltre il ruolo dei corpi inerti, che non partecipano più al movimento e devono essere sollevati, trascinati, sostenuti, manipolati. Il contatto diventa così letteralmente il motore del movimento: una mano cerca un’altra mano, un corpo ne sostiene un altro, che viene ora cullato, ora rimosso. È una scrittura nella quale la precisione del gesto convive continuamente con il peso, la gravità e l’abbandono del corpo, conservando una qualità tagliente, articolata, scattante e tecnica, che si fonde con momenti di grande morbidezza.
Nel movimento finale, la musica dell’album Toxicity, dei System of a Down, torna a immettere energia sulla scena, insieme ai lunghi costumi rosso fuoco (Eleonora Peronetti). La forza plastica dell’avvio sembra qui messa al servizio di una forma più dichiaratamente simbolica e spettacolare: il rosso, la dimensione rituale, i manichini bianchi sospesi sul fondo.
Il lavoro contemporaneo di Preljocaj possiede una componente teatrale, narrativa e iconografica propria. In Requiem(s) la perdita, la lacerazione, la rivolta o la rassegnazione prendono corpo attraverso una forma coreografica caparbia: la vita continua a muoversi malgrado gli imprevisti, il dolore e il lutto, nella forza fisica e compositiva delle immagini. La tensione emotiva sembra permeare ogni sequenza. Nella conclusione, invece, l’allegoria della vita sembra assumere una dimensione più esplicitamente liberatoria.
Eppure, la morte non scompare. Resta sospesa dietro i danzatori, nelle sagome bianche che continuano a occupare il fondo della scena. Ricordano il linguaggio di Noces (1989), o forse il bianco macabro di un’infanzia mai nata. Una voce suggerisce che ci sia qualcosa al di là. E forse è proprio questa compresenza, più che l’esplosione finale, a lasciare aperto – amplificandolo – il senso di questi Requiem(s): la vita continua a muoversi, mentre la morte rimane lì, silenziosa, alle sue spalle.
di Francesca Oddone, visto il 1 ottobre 2026
L’articolo è pubblicato su L’Oca
Lo spettacolo è in scena
Maison de la Danse
8 Avenue Jean Mermoz, 69008 Lyon (FR)
30 settembre – 8 ottobre 2026
Requiem(s) | Angelin Preljocaj
coreografia Angelin Preljocaj
creazione luci Éric Soyer
costumi Eleonora Peronetti
video Nicolas Clauss
scenografia Adrien Chalgard
musiche György Ligeti, Wolfgang Amadeus Mozart, System of a Down, Johann Sebastian Bach, Hildur Guðnadóttir, canti medievali (anonimi), Olivier Messiaen, Georg Friedrich Haas, Jóhann Jóhannsson, 79D
assistente, vicedirettore artistico Youri Aharon Van den Bosch
assistente alle prove Cécile Médour
coreologo Dany Lévêque
fotografia Didier Philispart
coproduzione Ballet Preljocaj
coproduzione La Villette – Parigi; Chaillot – Théâtre National de la Danse; Festival Montpellier Danse 2024; Grand Théâtre de Provence; Vichy Culture – Opéra de Vichy.
Il Ballet Preljocaj Centre Chorégraphique National è sostenuto dal Ministero della Cultura e della Comunicazione – DRAC PACA, dalla Regione Sud – Provence-Alpes-Côte d’Azur, dal Dipartimento delle Bouches-du-Rhône, dalla Métropole Aix-Marseille Provence e dalla Città di Aix-en-Provence. Beneficia inoltre del sostegno del Groupe Partouche – Pasino Grand Aix-en-Provence, del Cercle des mécènes entreprises & particuliers e dei suoi partner.
Le morceau de hard rock Chop Suey! de System of a Down retentit dans la salle de la Maison de la Danse tandis que les lumières s’éteignent. La musique gagne en intensité, l’obscurité enveloppe le public et le rideau s’ouvre. Le début de Requiem(s) d’Angelin Preljocaj installe une atmosphère dense, presque suspendue.
Le plateau est plongé dans la brume et l’obscurité. Trois groupes de quatre danseurs émergent du noir. Leurs silhouettes claires se détachent peu à peu, comme si elles se dilataient dans l’espace à mesure que la lumière les atteint (Éric Soyer). La scène possède alors quelque chose de profondément cinématographique. Au-dessus des danseurs, trois autres corps sont suspendus dans autant de cocons ovales, semblables à de grands nids ou à des cages métalliques. Cette première vision est chargée de mystère et de beauté.
Une main descend de l’un des cocons et cherche le contact avec le groupe, qui répond en projetant les bras vers le haut. Puis les jambes apparaissent à leur tour. Les danseurs font pivoter sur lui-même le corps enfermé, jusqu’à le dégager entièrement de son enveloppe. Comme une sorte de naissance à l’envers, ou peut-être une descente de Croix. La lenteur avec laquelle les corps sont descendus puis pris en charge par les danseurs, les bras ouverts en T et la tête inclinée sur l’épaule, fait surgir à la fois l’iconographie de la Déposition et l’image des trois crucifiés du Golgotha.
Lorsque tous les corps sont au sol, le groupe se resserre autour d’eux et se recompose, jusqu’à réunir les dix-neuf danseurs sur le plateau. La trame sonore se déploie alors, faisant dialoguer des morceaux et des univers musicaux très différents. Aux guitares succèdent des tintements rythmiques, comme de lourdes gouttes tombant les unes après les autres, qui se transforment progressivement en battements de tambours. Au fond de la scène apparaissent des images vidéo : un hibou, peut-être, ou les détails des ailes d’une statue funéraire, de ces figures angéliques qui peuplent les cimetières.
La lumière douce caresse les corps laiteux. Le rythme s’accélère, le mouvement se transforme en course, jusqu’à ce que deux danseurs tombent et restent au sol. C’est le premier deuil. Les autres les soulèvent et les emportent comme des dépouilles, tandis que le groupe semble reculer devant la mort. Le désespoir se dessine dans la disposition des corps : réunis par paires symétriques, l’un sur les genoux de l’autre, ils convoquent à nouveau l’imaginaire de la Pietà, le corps porté après la mort, le silence stupéfait face à une vie qui s’échappe.
Au fond de la scène, les projections évoluent à leur tour. Aux figures ailées succèdent des mains ouvertes, traversées par du sable qui s’écoule sans cesse, insaisissable, glissant entre les doigts.
Combien de deuils traversent les Requiem(s) de Preljocaj ? Beaucoup, et chacun semble trouver son propre corps, son propre geste, sa propre manière de faire absence. À peine les premiers corps inertes ont-ils été poussés ou traînés hors de scène que la mort de la mère prend forme dans deux duos masculins, auxquels répond, en arrière-plan, l’image d’un visage de femme couvert d’une voilette. Puis la douleur se concentre autour d’un couple confronté à la disparition d’un enfant, dans une succession d’étreintes et de chutes, tandis que leurs corps, vêtus de précieux costumes noirs, cherchent à se soutenir l’un l’autre. Et chaque fois qu’une chute ou une perte vient perturber l’ensemble ou rompre l’équilibre, le groupe se réorganise, comme le ferait une société.
Au fil de la pièce, le deuil semble se dilater. Il s’étend aux images de la guerre, aux villes détruites, aux corps emportés par la violence de l’Histoire. La voix enregistrée du philosophe Gilles Deleuze ouvre une réflexion sur la mort et convoque Primo Levi, interrogeant ce qui reste de l’être humain après l’expérience des camps, les relations entre victimes et bourreaux et le sentiment de honte. Une réflexion qui m’a semblé particulièrement actuelle. À l’arrière-plan, des flocons de cendre recouvrent un paysage dévasté par le conflit. Les danseurs s’allongent au sol et disparaissent dans l’obscurité. Seuls leurs bras, saisis par une lumière rasante, se soulèvent, comme de jeunes pousses surgissant des racines ou des filaments remontant des profondeurs du sol.
Malgré une trame sonore foisonnante, mêlant les musiques de 79D, Ligeti, Mozart, Bach, Hildur Guðnadóttir, Messiaen, Haas et Jóhann Jóhannsson à des chants médiévaux, l’imaginaire funèbre est partout. Je le perçois dans les notes du hautbois, dans la concentration de la performance, dans la longueur des jupes, récurrente dans l’univers esthétique de Preljocaj. La vie fait irruption dans chaque séquence et pourtant, au bout du compte, c’est la mort qui se fraie un chemin à l’intérieur de la vie.
Les deuils s’accumulent, se superposent, changent d’échelle : la perte d’un être aimé, celle d’une communauté, ou d’une génération entière. Et, dans la danse, cette fragile obstination de la vie à continuer, à se réinventer, à être encore là. Jusque dans le mouvement final, où l’énergie circule plus librement au sein du groupe et la composition se tourne davantage vers ceux qui restent.
La puissance visuelle de la pièce emporte parfois le regard, au point de reléguer presque au second plan l’écriture chorégraphique. Pourtant, celle de Preljocaj demeure d’une grande précision. On y reconnaît les traits d’une esthétique fondée sur une gestuelle très articulée, où le mouvement semble naître des différentes articulations du corps — bras, coudes, poignets, jambes — avant de se déployer dans les angles, les torsions, les changements de direction et dans le prolongement des membres. L’organisation des corps dans l’espace traverse avec fluidité la composition géométrique, tout comme la procession de figures parcourt le plateau.
Dans cette création de 2024, qui atteignait sa centième représentation ce soir-là à la Maison de la Danse, se dessine également le rôle des corps inertes, qui ne participent plus au mouvement et qu’il faut soulever, traîner, soutenir, manipuler. Le contact devient alors littéralement le moteur du mouvement : une main cherche une autre main, un corps en soutient un autre, tantôt bercé, tantôt emporté. La précision du geste cohabite ainsi avec le poids, la gravité, l’abandon du corps. La danse conserve sa qualité tranchante, articulée, nerveuse et technique, mais sait aussi se fondre dans des moments d’une grande douceur.
Dans le mouvement final, la musique de l’album Toxicity, de System of a Down, revient injecter de l’énergie sur le plateau, relayée par les longs costumes rouge feu (Eleonora Peronetti). La force plastique du début me semble ici davantage mise au service d’une forme spectaculaire et plus explicitement symbolique : le rouge, la dimension rituelle, les mannequins blancs accrochés au fond de la scène.
Le travail contemporain de Preljocaj possède une dimension théâtrale, narrative et iconographique qui lui est propre. Dans Requiem(s), la perte, la déchirure, la révolte ou la résignation prennent corps à travers une danse obstinée : la vie continue de se mouvoir de par les accidents, la douleur et le deuil, portée par la force des corps et la composition des images. La tension émotionnelle affleure dans chaque séquence. Dans la conclusion, cependant, l’allégorie de la vie semble prendre une tonalité plus explicitement libératrice.
Et pourtant, la mort ne disparaît pas. Elle reste accrochée derrière les danseurs, dans ces formes blanches qui continuent d’occuper le fond du plateau. Elles rappellent le langage de Noces (1989), ou peut-être le blanc macabre d’une enfance jamais née. Une voix suggère qu’il existe quelque chose au-delà. Peut-être est-ce précisément cette coexistence, davantage que l’explosion finale, qui laisse ouvert — et amplifie — le sens de ces Requiem(s) : la vie continue d’avancer, tandis que la mort demeure là, silencieuse, derrière elle.
par Francesca Oddone, vu le 1er octobre 2026
Article à paraître sur L’Oca
Le spectacle est à l’affiche
Maison de la Danse
8 Avenue Jean Mermoz, 69008 Lyon (FR)
30 septembre – 08 octobre 2026
Requiem(s) | Angelin Preljocaj
chorégraphie Angelin Preljocaj
lumières Éric Soyer
costumes Eleonora Peronetti
vidéo Nicolas Clauss
scénographie Adrien Chalgard
musiques György Ligeti, Wolfgang Amadeus Mozart, System of a Down, Jean-Sébastien Bach, Hildur Guonadottir, Chants médiévaux (anonymes), Olivier Messiaen, Georg Friedrich Haas, Jóhann Jóhannsson, 79D
assistant, adjoint à la direction artistique Youri Aharon Van den Bosch
coproduction Ballet Preljocaj
coproduction La Villette – Paris ; Chaillot – Théâtre National de la danse ; Festival Montpellier Danse 2024 ; Grand Théâtre de Provence ; Vichy Culture-Opéra de Vichy Le Ballet Preljocaj Centre Chorégraphique National est subventionné par le Ministère de la culture et de la communication – DRAC PACA, la Région Sud -Provence-Alpes-Côte d’Azur, le Département des Bouches-du-Rhône, la Métropole Aix-Marseille Provence et la Ville d’Aix-en-Provence. Il bénéficie du soutien du Groupe Partouche – Pasino Grand Aix-en-Provence, du Cercle des mécènes entreprises & particuliers, ainsi que de ses partenaires.



