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Ph. Tomas Lauvland Pettersen

UNE MAISON DE POUPÉE

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LES CÉLESTINS, LYON.

Les fils invisibles et la dissolution de Nora

Dans l’univers scénique de Yngvild Aspeli, les macarons sont interdits, tandis que le cauchemar du contrôle et de la manipulation prend forme à travers des marionnettes à taille humaine.

I fili invisibili e la dissoluzione di Nora

Nell’universo scenico di Yngvild Aspeli i pasticcini sono proibiti, mentre l’incubo del controllo e della manipolazione prende corpo attraverso marionette a grandezza umana.

Fuori dalla sala, sulla Place des Célestins, punto di passaggio tra la Presqu’île et la Saona, gli alberi fioriti di magnolia rosa frusciano nella luce obliqua del crepuscolo. All’interno, nella Grande Salle del Théâtre des Célestins, un’allodola sbatte contro il vetro di una finestra e muore tra le mani dell’attrice Maja Kunšič, nel ruolo di Nora. Il fragile urto del volatile contro una superficie trasparente ma invalicabile è l’immagine che introduce lo spettatore in uno spazio di cattività silenziosa e senza uscita.

La scenografia di François Gauthier-Lafaye dispone nello spazio un divano, un tavolo e pochi elementi modulabili; tuttavia, appare evidente che non ci troviamo di fronte alla rassicurante ricostruzione realista di un interno borghese, ma piuttosto di fronte a uno spazio mentale e simbolico. La versione di Une maison de poupée di Yngvild Aspeli, direttrice artistica della compagnia Plexus Polaire, non emerge come un semplice adattamento di Henrik Ibsen, ma come una riscrittura plastica e trasformativa.

La regista norvegese, nella co-regia con Paola Rizza, introduce la pièce attraverso un’estetica fortemente cinematografica. La casa di Nora è scolpita da tagli di luce molto netti, che producono un’atmosfera grave e intensa: non ci troviamo in uno spazio abitabile, ma in un ambiente che suggerisce controllo, claustrofobia e osservazione. Inoltre, il palco è abitato dalla presenza di alcune marionette iperrealistiche a grandezza umana, che rappresentano il sistema domestico entro il quale si svolge l’azione: i bambini, il marito, le relazioni quotidiane. In questi primi momenti percettivi, tutta la scena diventa macchina teatrale pienamente esposta.

La manipolazione delle marionette entra quasi subito come secondo dispositivo drammaturgico, che definisce le regole dello spazio scenico e dell’azione narrativa. I pupazzi sostituiscono le figure umane oppure ne forniscono un doppio inquietante: corpi scenici ibridi, cavi, scheletrati internamente. La manipolazione è visibile: non viene nascosta, ma resa parte integrante del linguaggio scenico. Così, i confini tra chi agisce e chi è agito si fanno instabili e i corpi sembrano a volte mossi da forze esterne.

Nel lavoro di Yngvild Aspeli il concetto di corpo condiviso destabilizza continuamente la percezione dell’unità tra corpo e voce. Perfino la voce dei pupazzi non è un semplice doppiaggio. Può emergere in sincrono diretto, essere decentrata quando le figure sono manovrate da più performer, oppure provenire da una sorgente esterna, registrata o live. Questo produce un effetto di dissociazione: il corpo della marionetta è visibile, mentre la voce sembra appartenere a un’altra materia, leggermente disallineata rispetto al movimento. Maja Kunšič resta così l’unica presenza umana sul palco, circondata da figure manipolate e voci senza appartenenza.

Eppure, la struttura narrativa di Ibsen rimane intatta e scorre sotto questa deformazione visionaria. Nora Helmer, moglie apparentemente felice e protetta entro la stabilità di una casa borghese, prende lentamente consapevolezza che il suo matrimonio è basato su un’asimmetria di potere. Trattata come creatura ornamentale, infantilizzata, Nora ha intrapreso in segreto un’azione decisiva per salvare il marito; azione che si ritorce contro di lei nel momento in cui viene scoperta. Il punto di rottura nel testo coincide con la celebre decisione di Nora, che abbandonerà marito e figli per ricercare la propria indipendenza.

Nella lettura di Yngvild Aspeli, l’accento non è sul finale emancipatorio. Nora non appare soltanto come una figura imprigionata in una struttura patriarcale: è soprattutto un corpo letteralmente controllato, duplicato, sorvegliato, è una donna a cui viene perfino negato il diritto di mangiare i pasticcini («Nora, you are not to eat macaroons… I forbid it.»). Attorno a lei si addensa una stanza cupa, delimitata da tende nere e infestata dalla presenza di ragni. Questi ultimi, assenti nel testo di Ibsen, assumono nello sviluppo dell’estetica scenica una potente valenza metaforica. Il loro ingrandirsi graduale traduce visivamente uno dei nuclei centrali della regia: il controllo non coincide necessariamente con una presenza manifesta, ma agisce in modo sotterraneo sui corpi, sui gesti e sulle possibilità di scelta dei personaggi.

Particolarmente significativo è il legame semantico con l’immaginario della marionetta: se i fili rendono evidente la manipolazione, la ragnatela ne costituisce la prosecuzione invisibile. Una trama che attraversa i corpi e li intrappola entro un dispositivo di dominio psicologico, domestico e coniugale, o, più ampiamente, entro il regime dello sguardo sociale. Un analogo processo di espansione investe anche il telaio del ricamo di Nora, che si configura come immagine della memoria e del conflitto: una tessitura incessante che, da gesto intimo e quotidiano, si dilata fino a saturare l’orizzonte della scena.

L’effetto complessivo della scenografia e delle marionette veicola una lettura estremamente fisica del dramma. Se nel testo originale, il risveglio di Nora resta un processo interiore, nel teatro di Aspeli, esso diventa materia tangibile. Il segreto genera un sonno interrotto da suoni e sogni orribili: i ragni si moltiplicano, i bambini spariscono, l’albero di Natale crolla in un angolo della scena. La psiche si esteriorizza: dipendenza emotiva ed economica, costruzione sociale dell’identità si rendono visibili sul palco, in corpi diversi e frammentati. La marionetta a grandezza naturale sembra allora incarnare la Nora pubblica, che aderisce alle aspettative costruite dagli altri, mentre il corpo dell’attrice lascia emergere la Nora cosciente, inquieta, prossima alla disobbedienza.

Nel momento in cui Nora decide di lasciare il tetto coniugale, tutto il sistema visivo del controllo si trasforma: le bambole si disfano, perdono pezzi, le zampe del ragno si fanno gigantesche e inglobano la protagonista, che viene progressivamente assorbita dal dispositivo scenico. La costruzione del finale, sostenuta da una traccia acustica elettronica pulsante e avvolgente, risulta così fluida che Nora sembra divenire ragno essa stessa, dissolvendo definitivamente il confine tra spazio reale e spazio mentale.

Mentre Nora esce di scena, il meccanismo del controllo continua ad aleggiare sulla sala, esercitando altrove la propria presa.

di Francesca Oddone, visto il 2 maggio 2026
Articolo pubblicato su Persinsala

Lo spettacolo è andato in scena
Les Célestins, Théâtre de Lyon

4, rue Charles Dullin 69002 Lyon (FR)
28 aprile- 2 maggio 2026

Une maison de poupée | Yngvild Aspeli, Paola Rizza

con Yngvild Aspeli, Viktor Lukawski
testo tratto da Henrik Ibsen
regia di Yngvild Aspeli e Paola Rizza
drammaturgia Pauline Thimonnier
musica Guro Skumsnes Moe
coro Oslo 14 Ensemble
realizzazione delle marionette Carole Allemand, Yngvild Aspeli, Pascale Blaison, Delphine Cerf, Romain Duverne e Sébastien Puech
scenografia François Gauthier-Lafaye coreografia Cécile Laloy
creazione luci Vincent Loubière
costumi Benjamin Moreau
suono Raphaël Barani
palco e manipolazione Alix Weugue
realizzazione delle scene Eclektik Sceno
direttrice di produzione e distribuzione Claire Costa
responsabile di produzione e distribuzione Noémie Jorez
amministrazione Anne-Laure Doucet
amministrazione tournée Iris Oriol

Devant le théâtre, sur la place des Célestins – point de passage entre la Presqu’île et la Saône – les magnolias roses frémissent dans la lumière oblique du crépuscule. À l’intérieur, dans la Grande Salle du Théâtre des Célestins, une alouette se heurte à une vitre et meurt entre les mains de l’actrice Maja Kunšič, qui interprète Nora. Le choc fragile de l’oiseau contre une surface transparente mais infranchissable introduit le public dans un espace de captivité silencieuse, sans échappatoire.

La scénographie de François Gauthier-Lafaye dispose sur le plateau un canapé, une table et quelques éléments modulables. Pourtant, il apparaît immédiatement que nous ne sommes pas face à la reconstitution rassurante d’un intérieur bourgeois réaliste, mais dans un espace mental et symbolique. La version d’Une maison de poupée de Yngvild Aspeli, directrice artistique de la compagnie Plexus Polaire, dépasse le simple exercice d’adaptation d’Henrik Ibsen : elle en propose une réécriture plastique et radicale.

La metteuse en scène norvégienne, en collaboration avec Paola Rizza, inscrit la pièce dans une esthétique résolument cinématographique. La maison de Nora est sculptée par des découpes de lumière nettes, installant une atmosphère grave et tendue : il ne s’agit plus d’un lieu habitable, mais d’un espace de contrôle, claustration et surveillance. Le plateau est également peuplé de marionnettes hyperréalistes à taille humaine, qui incarnent le système domestique au cœur de l’action : les enfants, le mari, les relations quotidiennes. Très vite, la scène apparaît comme une machine théâtrale pleinement exposée.

La manipulation des marionnettes s’impose rapidement comme un second dispositif dramaturgique, structurant l’espace scénique et la narration. Les pantins remplacent les figures humaines ou en deviennent les doubles inquiétants : des corps scéniques hybrides, creux, soutenus par une ossature interne. La manipulation demeure constamment perceptible, intégrée au langage même de la mise en scène. Peu à peu, les frontières entre manipulateur et manipulé se brouillent, tandis que les corps semblent traversés par des forces extérieures.

Dans le travail de Yngvild Aspeli, la notion de corps partagé déstabilise sans cesse la relation entre corps et voix. La voix des marionnettes n’est jamais un simple doublage. Elle peut surgir en synchronisation directe, se décentrer lorsque plusieurs interprètes manipulent une même figure, ou provenir d’une source extérieure, enregistrée ou diffusée en direct. Il en résulte un effet de dissociation : le corps de la marionnette est pleinement visible, tandis que la voix paraît appartenir à une autre matière, légèrement désaccordée du mouvement. Maja Kunšič demeure ainsi la seule présence humaine identifiable sur le plateau, entourée de figures manipulées et de voix sans appartenance.

Pourtant, la structure dramatique d’Ibsen reste intacte sous cette déformation visionnaire. Nora Helmer, épouse apparemment comblée au sein d’un foyer bourgeois stable, découvre progressivement que son mariage repose sur une profonde asymétrie de pouvoir. Réduite à un rôle décoratif, infantilisée, elle a pourtant accompli en secret un acte décisif pour sauver son mari, acte qui se retourne contre elle lorsqu’il est découvert. Le point de bascule du texte correspond à sa décision célèbre : quitter son mari et ses enfants afin de conquérir son indépendance.

Dans la lecture de Yngvild Aspeli toutefois, l’accent ne porte pas principalement sur le geste d’émancipation final. Nora n’est pas seulement une figure enfermée dans une structure patriarcale : elle apparaît avant tout comme un corps littéralement contrôlé, dédoublé, surveillé — une femme à qui l’on interdit jusqu’au droit de manger des macarons (« Nora, you are not to eat macaroons… I forbid it. »). Autour d’elle se déploie une pièce sombre, bordée de rideaux noirs et envahie par des araignées. Absentes chez Ibsen, celles-ci deviennent ici un motif central de la dramaturgie visuelle. Leur prolifération traduit l’un des principes fondamentaux de la mise en scène : le contrôle n’est pas nécessairement visible, mais une force souterraine agissant sur les corps, les gestes et les choix. Le lien avec l’univers de la marionnette devient alors explicite : si les fils rendent la manipulation visible, la toile d’araignée en constitue le prolongement invisible — un réseau qui traverse les corps et les enferme dans un système de domination psychologique, domestique et conjugale, ou plus largement dans le régime du regard social. Le même processus d’expansion affecte le métier à broder de Nora, qui devient une image de la mémoire et du conflit : une trame continue débordant du geste intime et quotidien pour envahir progressivement tout l’espace scénique.

L’effet d’ensemble produit par la scénographie et les marionnettes oriente ainsi le spectacle vers une lecture profondément physique du drame. Là où, chez Ibsen, l’éveil de Nora demeure un processus intérieur, il devient ici matière sensible. Le secret engendre un sommeil hanté de sons et de visions cauchemardesques : les araignées prolifèrent, les enfants disparaissent, le sapin de Noël s’effondre dans un coin du plateau. La psyché se matérialise : dépendance affective et économique et construction sociale de l’identité deviennent visibles sur scène, fragmentées en plusieurs corps. La marionnette à taille humaine incarne alors la Nora publique, conforme aux attentes sociales, tandis que le corps de l’actrice révèle une Nora consciente, inquiète, déjà en rupture.

Au moment où Nora décide de quitter le foyer conjugal, tout le dispositif visuel du contrôle se transforme : les poupées se désarticulent, les pattes de l’araignée deviennent gigantesques et engloutissent la protagoniste, progressivement absorbée par le dispositif scénique. Soutenu par une bande sonore électronique pulsante et enveloppante, le final se déploie avec une telle fluidité que Nora semble elle-même se métamorphoser en araignée, dissolvant définitivement la frontière entre espace réel et espace mental.

Lorsque Nora quitte la scène, le mécanisme du contrôle continue de flotter dans la salle, poursuivant ailleurs son emprise.

Par Francesca Oddone, vu le 2 mai 2026
Article publié sur Persinsala

Le spectacle a eu lieu
Les Célestins, Théâtre de Lyon
4, rue Charles Dullin 69002 Lyon (FR)
28 avril- 2 mai 2026

Une maison de poupée | Yngvild Aspeli, Paola Rizza

avec Yngvild Aspeli, Viktor Lukawski
texte d’après Henrik Ibsen
mise en scène Yngvild Aspeli, Paola Rizza
dramaturgie Pauline Thimonnier
musique Guro Skumsnes Moe
chorale Oslo 14 Ensemble
fabrication des marionnettes Carole Allemand, Yngvild Aspeli, Pascale Blaison, Delphine Cerf, Romain Duverne, Sébastien Puech
scénographie François Gauthier‑Lafaye
chorégraphie Cécile Laloy
lumière Vincent Loubière
costumes Benjamin Moreau
son Raphaël Barani
plateau et manipulation Alix Weugue
fabrication du décor Eclektik Sceno
directrice de production et diffusion Claire Costa
chargée de production et diffusion Noémie Jorez
administration Anne‑Laure Doucet
administration de tournée Iris Oriol

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