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Ph. Joseph Berardi

ADVIENNE QUE POURRA

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THÉÂTRE ASTRÉE, LYON.

Alea jacta est

Sortie de résidence de la Cie MF au Théâtre Astrée de Lyon.

Il peso dell'imprevisto

Restituzione della residenza della Compagnia MF al Théâtre Astrée di Lione.

Ci sono spettacoli che incontriamo una volta compiuti. E poi ci sono quelli di cui, per un breve tratto, possiamo osservare la costruzione.

Al Théâtre Astrée di Lione, la Compagnia MF presenta Advienne que pourra al termine di un periodo di residenza. Quella che vediamo non è ancora la forma definitiva dello spettacolo, ma – nelle parole di uno dei coreografi – lo scheletro della creazione: un insieme di materiali, gesti, relazioni e piste di ricerca ancora in movimento, a cui si aggiungeranno, nel tempo, i muscoli, i tendini e tutto ciò che darà corpo alla forma finale.

Quattro interpreti e un enorme materasso sono i protagonisti della pièce. Ispirato all’universo surrealista e onirico di René Magritte, il materasso non è un semplice elemento scenografico: è un oggetto che struttura lo spazio, ne orienta la geometria e modifica la percezione dei corpi, diventando un vero e proprio partner della coreografia. Il materiale, la forma rettangolare e le molteplici possibilità d’uso definiscono le relazioni tra i corpi, avvicinandoli, sostenendoli, separandoli.

All’inizio della pièce, il materasso si rivela gradualmente: disposto in verticale, ne emerge un angolo, sulla destra del plateau. La prima interprete, Justine Tourillon, lo osserva mentre compare dal rideau allemand. Il suo corpo si inclina seguendo la stessa diagonale dell’oggetto. Poi comincia un assolo e, con esso, prende forma quell’atmosfera tenue, insieme vaporosa e ludica, propria della Compagnia MF, sospesa tra gesto concettuale e ironia.

A sostenere il solo, una traccia sonora ancora in divenire, firmata da Benjamin Hutter, che accosta alla scena Never Enough, cantata da Loren Allred per il film musicale The Greatest Showman (2017). Davanti alla superficie bianca e smisurata del materasso, la danzatrice riproduce in playback le parole della canzone, lasciando che la mimica facciale ne accompagni il testo. Quel «mai abbastanza» risuona come un desiderio di adeguatezza, di appagamento, di contatto o forse di abbandono, senza che sia necessario stabilire con precisione che cosa il corpo stia cercando. Di fronte a un oggetto così vasto, la mancanza rimane. La gestualità fa sorridere, eppure stride.

È un’immagine semplice e potente, che introduce quella sensazione di desolazione destinata ad attraversare la creazione. Mentre il corpo della danzatrice gli gira intorno, il materasso comincia a essere movimentato e, a tratti, lascia intravedere arti e frammenti di corpi parzialmente celati dietro alla sua massa imponente. Lo sguardo è così attirato verso ciò che la superficie sottrae alla vista: come sono disposti i corpi e quale forma stanno assumendo? A poco a poco, gli interpreti emergono, in apparizioni rapide e sorprendenti.

Finché, in un momento di silenzio, alla fine del brano, il materasso si abbatte in avanti, rivelando i quattro artisti perfettamente distesi sulla sua superficie. Il disvelamento ha qualcosa di magico: quattro diverse fisicità si muovono all’unisono, offrendo i propri profili sul bianco del materasso, prima di sollevarsi e dare avvio a una scrittura fatta di salti, cadute e gioco. La geometria dell’oggetto diventa allora materia coreografica: il suo perimetro delimita il campo d’azione dei corpi, che vi sperimentano gravità, disequilibrio e possibilità di rialzarsi. È questo il filo conduttore della trilogia dedicata alla gravità, inaugurata con C’est pas grave, proseguita con Ça ira e destinata a concludersi con Advienne que pourra.

Ogni capitolo della trilogia si organizza attorno a un principio spaziale elementare che orienta la scrittura coreografica. C’est pas grave si fonda sul cerchio, attraverso movimenti orbitali e rotatori dei corpi; Ça ira esplora la camminata differita attraverso una costruzione triangolare; Advienne que pourra trova invece la propria architettura nel rettangolo. Da una pièce all’altra, queste forme organizzano le traiettorie, le distanze e le relazioni tra gli interpreti, rinnovando continuamente le possibilità offerte ai corpi di espandersi, cadere, o perfino essere schiacciati.

Il capitolo conclusivo, la cui presentazione è prevista al Teatro della Tosse di Genova in anteprima nazionale, il 20 novembre 2026, coprodotta da INSA Lyon e dal Centro Nazionale di Produzione della Danza (CNPD) Körper di Napoli, delinea uno spazio in cui la caduta cessa di essere sinonimo di fallimento per diventare esperienza di abbandono, rimbalzo e trasformazione. Lo slancio del salto, gesto centrale della pièce, racchiude in sé il senso del titolo, accada quel che accada: un impulso di cui è difficile controllare l’esito, che chiede al corpo di lasciarsi attraversare dall’imprevisto.

La superficie imbottita non è soltanto un escamotage per proteggere i corpi nei loro atterraggi dinamici. È un elemento di cui prendersi cura. La lentezza con cui viene manipolata contrasta con la rapidità delle giravolte e dei salti, con l’adrenalina del rischio e con l’urgenza febbrile del presente.

I corpi sono rilassati, desolati e malleabili. Generano il movimento e al tempo stesso lo subiscono. Il materasso diventa allora anche un elemento simbolico: una superficie davanti alla quale i corpi si dispongono, come davanti a un oracolo da interrogare; un muro del pianto di fronte al quale si inclinano nella disperazione o nella preghiera; un ostacolo oltre il quale gettare lo sguardo.

Nella parte finale dello spettacolo, quando entrano le note di Que Sera, Sera (Whatever Will Be, Will Be) di Jay Livingston e Ray Evans, il linguaggio ludico che Francesco Colaleo e Maxime Freixas hanno l’abitudine di portare in scena torna ad abitare i corpi. La trama sonora, che evoca reminiscenze e nostalgie, lascia affiorare un alone di speranza nella giostra dei corpi, che intrecciano la voce alla ripetizione dei gesti. Cadono e si rialzano, compiono capriole come bambini, sospirano e schiamazzano fino a essere esausti, finché la musica stessa accelera in maniera imprevista e le voci si disallineano leggermente.

Resta sospesa nell’aria una nota incerta, venata di disincanto, cullata da una resilienza disarmante. Benché ancora in lavorazione, la pièce rende riconoscibili l’universo della Cie MF e la singolarità del suo linguaggio. Ci sono le portées e le piramidi di corpi, senza mai approdare alla performance circense. C’è la precisione della forma, ma anche un elemento scenico che resiste al pieno controllo. Ed è proprio sull’imprevisto che la drammaturgia si richiude, lasciando dietro di sé la leggerezza irreale di un materasso tanto ingombrante quanto complesso da movimentare e l’estrema fisicità di una pièce incarnata con assoluta delicatezza.

di Francesca Oddone, visto il 18 settembre 2026
Articolo pubblicato su Persinsala

Lo spettacolo è andato in scena
Théâtre Astrée
6 avenue Gaston Berger, 69100 Villeurbanne
18 settembre 2026

Advienne que pourra | Cie MF

coreografia Francesco Colaleo, Maxime Freixas
interpreti Serena Bottet, Francesco Colaleo, Maxime Freixas, Justine Tourillon
musica Benjamin Hutter
costumi Gabrielle Marty
luci Lucia Ferrero
scenografia Anne Dumont e Atic Fabriquant de Sécurité
responsabile della produzione Lisa Chatain
produzione Cie MF | Maxime & Francesco
coproduzioni INSA de Lyon 1, Teatro della Tosse, Genova (Italia), Körper, Napoli (Italia).

Con il sostegno di Ville de Billom, Pôle en Scènes, Bron, CND Lyon, Théâtre des 2 Rives, Charenton-le-Pont, Maison de la danse, Lyon, Spedidam, Adami.

Il y a des spectacles que nous découvrons une fois achevés. Et puis il y a ceux dont nous pouvons, pendant un temps, assister à la construction.

Au Théâtre Astrée de Lyon, la Cie MF présente Advienne que pourra à l’issue d’une période de résidence. Ce que nous voyons n’est pas encore la forme définitive du spectacle, mais pour reprendre les mots de l’un des chorégraphes, c’est « le squelette de la création » : un ensemble de matériaux, de gestes, de relations et de pistes de recherche encore en mouvement. Puis viendront les muscles, les tendons et tout ce qui donnera corps à la pièce.

La pièce réunit quatre interprètes et un immense matelas. Inspiré de l’univers surréaliste et onirique de René Magritte, le matelas structure l’espace, en modifie la géométrie et change notre perception des corps : il devient un partenaire de jeu à part entière. Sa matière, son format rectangulaire et les multiples usages qu’il autorise agissent sur les rapports entre les corps, les rapprochant, les soutenant, les séparant.

Au début, le matelas se révèle progressivement. Placé à la verticale, il n’apparaît d’abord que par un angle, à droite du plateau. La première interprète, Justine Tourillon l’observe tandis qu’il émerge derrière le rideau à l’allemande. Son corps s’incline selon la même diagonale. Un solo commence et avec lui se dessine cette atmosphère douce, vaporeuse et ludique propre à la Cie MF, à mi-chemin entre geste conceptuel et ironie.

La bande sonore de Benjamin Hutter, encore en cours d’élaboration, fait entendre Never Enough, interprétée par Loren Allred dans le film musical The Greatest Showman (2017). Face à l’immense surface blanche du matelas, la danseuse reprend les paroles en playback et laisse sa mimique suivre le texte. Ce « jamais assez » résonne comme un désir d’adéquation, satisfaction, contact, peut-être d’abandon, sans qu’il soit nécessaire de déterminer précisément ce que le corps cherche. Face à un objet aussi vaste, le manque demeure. La gestuelle fait sourire et laisse pourtant une impression étrange.

Cette image simple et puissante installe le sentiment de désolation qui traversera la pièce. Tandis que le corps de la danseuse tourne autour du matelas, celui-ci commence à bouger. Derrière sa masse apparaissent par instants des membres, des fragments de corps. Le regard est ainsi attiré vers ce que la surface soustrait à la vue : comment les corps sont-ils disposés, quelle forme composent-ils ? Peu à peu, les interprètes apparaissent, au gré de mouvements rapides et surprenants.

À la fin du morceau, le silence revient et le matelas bascule vers l’avant, révélant les quatre artistes parfaitement allongés sur sa surface. Le dévoilement tient du tour de magie : quatre corps aux silhouettes différentes se meuvent à l’unisson, de profil sur le blanc du matelas. Puis les interprètes se relèvent et engagent une écriture faite de sauts, de chutes et de jeu. La géométrie de l’objet devient matière chorégraphique : son périmètre délimite le champ d’action des corps, qui y éprouvent leur poids, le déséquilibre et la possibilité de se relever. La gravité est le fil conducteur de la trilogie ouverte avec C’est pas grave, poursuivie avec Ça ira et appelée à s’achever avec Advienne que pourra.

Chaque volet repose sur un principe spatial élémentaire qui oriente l’écriture chorégraphique. Dans C’est pas grave, le cercle imprime aux corps des mouvements orbitaux et rotatoires. Ça ira explore la marche différée à travers une construction triangulaire. Advienne que pourra s’organise, quant à lui, autour du rectangle. D’une pièce à l’autre, ces figures organisent les trajectoires, les distances et les relations entre les interprètes, renouvelant sans cesse les possibilités offertes aux corps de se déployer, de tomber, voire d’être écrasés.

Ce dernier volet sera présenté en avant-première italienne au Teatro della Tosse, à Gênes, le 20 novembre 2026. Coproduit par l’INSA Lyon et le Centre national de production chorégraphique (CNPD) Körper de Naples, il dessine un espace où la chute cesse d’être synonyme d’échec pour devenir une expérience d’abandon, de rebond et de transformation. L’élan du saut, geste central de la pièce, renferme le sens du titre, advienne que pourra : une impulsion dont il est difficile de contrôler l’issue, qui demande au corps de se laisser traverser par l’imprévu.

La surface rembourrée n’est pas seulement un moyen de protéger les corps lors de leurs atterrissages dynamiques. C’est un élément dont il faut prendre soin. La lenteur avec laquelle elle est manipulée contraste avec la rapidité des pirouettes et des sauts, avec l’adrénaline du risque et avec l’urgence fébrile du présent.

Les corps sont calmes, désolés, malléables. Ils produisent le mouvement autant qu’ils le subissent. Le matelas devient alors aussi un élément symbolique : une surface devant laquelle les corps se disposent, comme devant un oracle à interroger ; un mur des lamentations devant lequel ils s’inclinent dans le désespoir ou la prière ; un obstacle au-delà duquel porter le regard.

Dans la dernière partie, lorsque retentissent les premières notes de Que Sera, Sera (Whatever Will Be, Will Be) de Jay Livingston et Ray Evans, le langage ludique que Francesco Colaleo et Maxime Freixas ont l’habitude de porter sur scène vient de nouveau habiter les corps. La trame sonore, qui fait surgir des réminiscences et des nostalgies, laisse affleurer une lueur d’espoir dans la ronde des corps, qui mêlent leur voix à la répétition des gestes. Ils tombent et se relèvent, font des roulades comme des enfants, soupirent et crient jusqu’à l’épuisement, tandis que la musique elle-même accélère de manière imprévisible et que les voix se décalent légèrement.

Une note incertaine reste en suspens dans l’air, teintée de désenchantement, portée par une résilience désarmante. Bien qu’encore en cours de création, la pièce laisse déjà reconnaître l’univers de la Cie MF et la singularité de son langage. Il y a les portés et les pyramides de corps, sans jamais basculer dans la performance circassienne. Il y a la précision de la forme, mais aussi un élément scénique dont la masse échappe en partie au contrôle. Et c’est précisément sur l’imprévu que la dramaturgie se referme, laissant derrière elle la légèreté irréelle d’un matelas aussi encombrant que complexe à déplacer, et l’extrême physicalité d’une pièce incarnée avec une infinie délicatesse.

Par Francesca Oddone, vu le 18 septembre 2026
Article paru sur Persinsala

Le spectacle a eu lieu
Théâtre Astrée
6 avenue Gaston Berger, 69100 Villeurbanne
18 settembre 2026

Advienne que pourra | Cie MF

chorégraphie Francesco Colaleo, Maxime Freixas
interprétation Serena Bottet, Francesco Colaleo, Maxime Freixas, Justine Tourillon
musique Benjamin Hutter
costumes Gabrielle Marty
lumière Lucia Ferrero
scénographie Anne Dumont et Atic Fabriquant de Sécurité
chargée de production Lisa Chatain

production Cie MF | Maxime & Francesco
coproductions INSA de Lyon 1, Teatro della Tosse Gênes Italie, Korper Naples Italie
Soutiens : Ville de Billom, Pôle en Scènes Bron, CND Lyon, Théâtre des 2 Rives Charenton-le-Pont, Maison de la danse Lyon, Spedidam, Adami

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