BIENNALE DE LA DANSE, LYON.
Et si ce n’était pas un dyptique ?
La compagnie brésilienne de danse contemporaine Balé da Cidade de São Paulo présente à Lyon deux créations divergentes par leur atmosphère et leur langage, qui transmettent l’énergie et l’originalité des chorégraphes Rafaela Sahyoun et Alejandro Ahmed. L’effet sur le public est celui d’une vague déferlante.
Traduzione in italiano
E se non fosse un dittico?
La compagnia brasiliana di danza contemporanea Balé da Cidade de São Paulo presenta a Lione due creazioni divergenti, per atmosfera e linguaggi, che veicolano la grande energia e l’originalità dei coreografi Rafaela Sahyoun e Alejandro Ahmed. L’effetto sul pubblico è quello di un’onda travolgente.
La compagnia brasiliana di danza contemporanea Balé da Cidade de São Paulo presenta, alla Maison de la Danse di Lione, un dittico di straordinaria forza espressiva, composto da due opere estremamente differenti. In Fôlego, di Rafaela Sahyoun, la coreografia nasce da un’energia circolare e incandescente: quattordici interpreti avviano un’oscillazione rotonda e incessante, portata dal bacino, dal torace, dal collo, dalla testa, fino alle lunghe capigliature. I corpi dei danzatori si riflettono in un immenso specchio posizionato sul fondale della scena, che trasforma i semplici spostamenti del gruppo in geometrie ipnotiche, moltiplicando i punti di vista.
Sulla musica elettronica di The Field, il colore dei costumi di Karina Mondini cambia di temperatura e di intensità nel disegno luci di Aline Santini. Questo gioco di luce e rifrazione contribuisce a sostenere la grande intensità veicolata dai corpi che incarnano il movimento circolare, attraverso la rotazione di articolazioni, spalle, braccia e capo. Le tecniche espressive con influenze afro si riconoscono nella segmentazione della postura fisica: ginocchia sempre piegate e forte connessione con il suolo, bacino ruotato all’indietro e petto proteso in avanti. I movimenti, intimamente legati alla percussione e al ritmo, sprigionano una grande potenza nelle gambe dei danzatori, con numerosi salti e un’energia collettiva che si esprime nei corpi, fusi in formazioni che coinvolgono sempre tutti gli interpreti in scena. Nei momenti finali, molto riusciti, il pubblico intravede le sagome dei corpi in ombra mentre i proiettori illuminano la rifrazione a colori nello specchio. Si tratta di un primo tempo luminoso e potente, in cui Rafaela Sahyoun porta in scena una compagnia dal linguaggio fortemente fisico e performativo.
Nel secondo tempo, con Réquiem SP, il nuovo direttore artistico Alejandro Ahmed propone un complesso ritratto della megalopoli di San Paolo del Brasile, città di contrasti e rinascite. Diciotto interpreti si orientano all’interno di uno spazio coreografico che muove dalla samba al krump, dal balletto classico al jumpstyle, intrecciando linguaggi e identità per raccontare un itinerario emotivo che va dal lutto alla rigenerazione.
La pièce si apre in uno scenario cupo, post-apocalittico, sulla partitura del Requiem di György Ligeti. Le parole latine del Requiem appaiono nei sovratitoli e sugli schermi rettangolari che delimitano la scena. Gli interpreti portano costumi neri dalle spalle imbottite e una protagonista femminile è incappucciata e con il viso velato.
La struttura dell’opera è articolata in due atti continui, intervallati da un interludio. Durante l’interludio, il suono nasce dall’ambiente stesso (microfonazione, timbratura digitale di gocce d’acqua, contesto scenico). Agli angoli anteriori della scena, due prismi luminosi costituiti dai contenitori di acqua che compongono il sistema (Water Percussion, o Rain Machine) lasciano cadere le gocce di liquido, il cui rumore viene istantaneamente amplificato e convertito in impulsi sonori e tracciati luminosi, proiettati sul fondale della scena. Sotto gli occhi del pubblico, la scenografia diventa un ecosistema estremamente ricco, in cui oggetti, controlli fisici digitali, video-immagini, microfoni ambientali diventano parte della coreografia e del senso dello spettacolo.
Nel secondo atto, il canto liturgico, prezioso e austero, lascia spazio alle sonorità urbane del musicista elettronico canadese Venetian Snares (alias Aaron Funk), con i brani Hajnal e Kétsarkú Mozgalom. Una telecamera sospesa scende verticalmente al centro della scena generando immagini che vengono proiettate sulla parete di fondo, alle quali si sovrappongono le inquadrature di una seconda camera su treppiede mobile, movimentata dagli artisti stessi, che si avvicendano alle riprese. In questa prospettiva, lo spazio scenico si allarga ulteriormente e diviene incredibilmente complesso: il palcoscenico è un ambiente ibrido, che ospita suono, proiezioni luminose, calligrammi, caratteri dell’alfabeto fonetico, corpo, danza e tecnologia.
Gli stimoli che deve gestire lo spettatore sono articolati e di natura diversa, vanno dagli elementi luminosi che disegnano, lettere, croci, candele, ombre cinesi, agli elementi sonori, che alternano sgocciolamenti, singhiozzi e urla isteriche, alla performance molto fisica dei corpi, che si relazionano a un contesto fatto di schermi e strisce di pavimento che vengono smantellate durante la pièce. Si tratta di un’opera immersiva e disorientante che irrompe nella sala: immagini che si scompongono, come nei circuiti di videosorveglianza, un’illuminazione che segue i danzatori quando scendono tra il pubblico per effettuare riprese con i propri telefoni cellulari, passi di samba, atmosfera da Squid Game e il sipario che si abbassa più volte senza significare la conclusione della serata.
L’opera di Alejandro Ahmed, creata per il Balé da Cidade de São Paulo con il supporto dell’Orquestra Sinfônica Municipal e del Coral Paulistano, si configura come un progetto che accende un dialogo multiforme e sofisticato tra danza, musica, ambiente urbano e tecnologia. Il disegno luci, i dati sonori e le immagini partecipano in modo altamente concettuale al dispositivo estetico e coreografico. Il lavoro sul corpo non è per questo meno intenso: cadute, spazi non convenzionali, gesti che evocano dislocamento, tensione, caos, ibridazione. È un’opera composta di frammenti cinematografici, di continue metamorfosi, di tecnica e di furia, che apre interrogativi risonanti tra la severità della prima parte e l’elettronica radicale e istintiva del secondo atto, tra la morte, il lutto e le sfide pop.
Il linguaggio sperimentale di Réquiem SP, per la sua densità e autonomia, si afferma come spettacolo autosufficiente e compiuto; inserito in un dittico, rischia piuttosto di debordare, eccedendo i limiti della forma che gli viene imposta.
di Francesca Oddone, visto il 18 ottobre 2025
Articolo pubblicato su Persinsala
Lo spettacolo è andato in scena
Maison de la Danse
8 Avenue Jean Mermoz, 69008 Lyon (FR)
15-19 ottobre 2025
Fôlego (2022)
direzione artistica Rafaela Sahyoun
interpreti Balé da Cidade de São Paulo
creazione luci Aline Santini
costumi Karina Mondini — Tela Studio SP
musica The Field
Réquiem SP (2025)
direzione artistica Alejandro Ahmed
crediti fotografici Jorge Sato
musica György Ligeti, Tálamo K, Venetian Snares (alias Aaron Funk)
coproduzione Balé da Cidade de São Paulo • Fôlego e Réquiem SP •
produzione Theatro Municipal da Cidade de São Paulo
La compagnie brésilienne Balé da Cidade de São Paulo présente à la Maison de la Danse de Lyon un diptyque d’une force expressive exceptionnelle, composé de deux œuvres très différentes. Dans Fôlego, de Rafaela Sahyoun, la chorégraphie naît d’une énergie circulaire et incandescente : quatorze interprètes initient une oscillation ronde et incessante, portée par le bassin, le torse, le cou, la tête, jusqu’aux longues chevelures. Les corps des danseurs se reflètent dans un immense miroir placé au fond de la scène, transformant les simples déplacements du groupe en géométries hypnotiques et multipliant les points de vue.
Sur la musique électronique de The Field, la couleur des costumes de Karina Mondini change de température et d’intensité dans le dessin lumineux d’Aline Santini. Ce jeu de lumière et de réfraction soutient l’intensité des corps qui incarnent le mouvement circulaire, à travers la rotation des articulations, des épaules, des bras et de la tête. Les techniques expressives d’influence afro se reconnaissent dans la segmentation de la posture physique : genoux toujours fléchis, forte connexion au sol, bassin tourné vers l’arrière et poitrine projetée vers l’avant. Les mouvements, intimement liés à la percussion et au rythme, libèrent une grande puissance dans les jambes des danseurs, avec de nombreux sauts et une énergie collective qui s’exprime dans des corps fondus en formations impliquant toujours l’ensemble des interprètes. Dans les moments finaux, particulièrement réussis, le public distingue les silhouettes des corps dans l’ombre, tandis que les projecteurs illuminent la réfraction colorée du miroir.
Il s’agit d’un premier temps lumineux et puissant, dans lequel Rafaela Sahyoun met en scène une compagnie au langage résolument physique et performatif.
Dans le second temps, avec Réquiem SP, le nouveau directeur artistique Alejandro Ahmed propose un portrait complexe de la mégapole de São Paulo, ville de contrastes et de renaissances. Dix-huit interprètes évoluent dans un espace chorégraphique qui va de la samba au krump, du ballet classique au jumpstyle, mêlant langages et identités pour raconter un itinéraire émotionnel allant du deuil à la régénération.
La pièce s’ouvre sur un décor sombre, post-apocalyptique, sur la partition du Requiem de György Ligeti. Les paroles latines du Requiem apparaissent dans les surtitres et sur les écrans rectangulaires qui délimitent la scène. Les interprètes portent des costumes noirs aux épaules rembourrées ; une protagoniste féminine est encapuchonnée et le visage voilé.
La structure de l’œuvre comprend deux actes continus, séparés par un interlude. Pendant cet interlude, le son naît de l’environnement même : microphonie, timbrage numérique de gouttes d’eau, espace scénique. Aux angles avant de la scène, deux prismes lumineux constitués des réservoirs d’eau du dispositif (Water Percussion ou Rain Machine) laissent tomber les gouttes, dont le bruit est immédiatement amplifié et converti en impulsions sonores et en tracés lumineux projetés sur le fond de scène. Sous les yeux du public, la scénographie devient un écosystème extrêmement riche, où objets, dispositifs numériques, images vidéo et microphones d’ambiance participent à la chorégraphie et au sens du spectacle.
Dans le deuxième acte, le chant liturgique, précieux et austère, cède la place aux sonorités urbaines du musicien électronique canadien Venetian Snares (alias Aaron Funk), avec les morceaux Hajnal et Kétsarkú Mozgalom. Une caméra suspendue descend verticalement au centre de la scène, générant des images projetées sur la paroi du fond, auxquelles se superposent les prises d’une seconde caméra montée sur un trépied mobile, manipulée tour à tour par les artistes eux-mêmes. L’espace scénique s’élargit encore et devient d’une complexité étonnante : le plateau se transforme en un environnement hybride, accueillant son, projections lumineuses, calligrammes, caractères de l’alphabet phonétique, corps, danse et technologie.
Les sollicitations auxquelles le spectateur est confronté sont multiples et variées : éléments lumineux dessinant lettres, croix, bougies, ombres chinoises ; éléments sonores alternant gouttes, sanglots et cris hystériques ; performance physique intense des corps interagissant avec un environnement d’écrans et de bandes de sol démontées au fil de la pièce.
Il s’agit d’une œuvre immersive et déstabilisante, qui envahit la salle : images fragmentées comme dans des circuits de vidéosurveillance, éclairages suivant les danseurs lorsqu’ils descendent parmi le public pour filmer avec leurs téléphones portables, pas de samba, atmosphère de Squid Game et rideau qui se baisse à plusieurs reprises sans marquer la fin du spectacle.
L’œuvre d’Alejandro Ahmed, créée pour le Balé da Cidade de São Paulo avec le soutien de l’Orquestra Sinfônica Municipal et du Coral Paulistano, s’affirme comme un projet établissant un dialogue multiforme et raffiné entre danse, musique, environnement urbain et technologie. La création lumières, les données sonores et les images participent de manière conceptuelle au dispositif esthétique et chorégraphique. Le travail sur le corps n’en est pas moins intense : chutes, espaces non conventionnels, gestes évoquant déplacement, tension, chaos, hybridation. C’est une œuvre composée de fragments cinématographiques, de métamorphoses continues, de technique et de fureur, ouvrant des questionnements vibrants entre la rigueur de la première partie et l’électronique radicale et instinctive du second acte, entre mort, deuil et défis pop.
Le langage expérimental de Réquiem SP, par sa densité et son autonomie, s’impose comme un spectacle complet et autosuffisant ; intégré dans un diptyque, il semble presque déborder, excédant les limites de la forme qui lui est imposée.
Par Francesca Oddone, vu le 18 octobre 2025
Article paru sur Persinsala
Le spectacle a eu lieu
Maison de la Danse
8 Avenue Jean Mermoz, 69008 Lyon (FR)
15–19 octobre 2025
Fôlego (2022)
direction artistique Rafaela Sahyoun
interprètes Balé da Cidade de São Paulo
création lumières Aline Santini
costumes Karina Mondini — Tela Studio SP
musique The Field
Réquiem SP (2025)
direction artistique Alejandro Ahmed
crédits photographiques Jorge Sato
musique György Ligeti, Tálamo K, Venetian Snares (alias Aaron Funk)
coproduction Balé da Cidade de São Paulo • Fôlego et Réquiem SP
production Theatro Municipal da Cidade de São Paulo


