BIENNALE DE LA DANSE, LYON.
La mise en abîme et le défi visible
Le chorégraphe flamand Jan Martens, à la Biennale de la danse de Lyon 2025, propose une pièce fortement influencée par la photographie américaine de Philippe Halsman. Alors : Let’s Jump !
Traduzione in italiano
La myse en abîme e la sfida visibile
Il coreografo fiammingo Jan Martens alla Biennale della danza di Lione propone una coreografia fortemente influenzata dalla fotografia americana di Philppe Halsman. E allora: Jump!
Gli otto interpreti della pièce The Dog Days Are Over 2.0 entrano dal fondo del palco della Grande Salle del teatro Les Célestins di Lione. A luci accese in sala, gli artisti cominciano a riscaldarsi sulla scena. Portano costumi sportivi, composti da canottiere e calzoncini colorati. Sul davanti del palcoscenico, ad attenderli, c’è una lunga fila di scarpe da ginnastica. Gli artisti si massaggiano, si sfregano i muscoli, quindi vengono in avanti e indossano calze e scarpe con un’accuratezza esagerata. Alcuni si siedono per essere più comodi. Quando tutti sono pronti, si rimettono in piedi e le luci in sala si abbassano, senza spegnersi. La domanda che attraversa il pubblico è: per cosa si stanno preparando?
Con una lieve flessione delle ginocchia e una vibrazione del bacino, gli interpreti iniziano a saltellare in maniera discorde, senza musica, utilizzando di tanto in tanto la voce per contare. I saltelli a piedi uniti si sincronizzano progressivamente e la fila di danzatori si muove all’unisono, con i gomiti che si sfiorano e le mani chiuse a pugno davanti al bacino.
Dall’avvio dei salti, assistiamo a settanta minuti di movimento incessante. La prima parte di coreografia, geometrica e ripetitiva, è di Jan Martens, mentre la seconda parte porterà in scena una gestualità più personale, proposta dagli interpreti stessi. Il gruppo sulla scena ruota di quarantacinque gradi verso una diagonale, poi torna a formare una fila, infine un cerchio, modificando la disposizione interna della formazione e il tipo di rimbalzo: a piedi uniti, alternati, avanti e indietro, sul fianco. Il movimento dei piedi e delle gambe domina la coreografia, anche se a tratti si assiste a una minima gestualità delle braccia e del tronco, ad esempio, quando gli interpreti si tengono per la mano oppure simulano il gesto degli avanbracci alternati nella corsa. È una corsa verso dove? Dove li porterà questo saltare?
Mentre i movimenti restano puliti, anche nelle variazioni ritmiche e nelle accelerazioni, la traspirazione dei corpi diventa visibile e le bocche si aprono per espellere l’espiro. Il suono della respirazione diventa udibile, generando una composizione acustica minimale che si innesta sul ritmo dei salti e sullo scricchiolio delle scarpe a contatto con il rivestimento del palco. Il contare che viene lanciato nell’aria ad alta voce è un punto di riferimento per i rimbalzi e diviene parte integrante del paesaggio sonoro.
Nella seconda parte della pièce, a questo paesaggio sonoro si aggiungono gli arpeggi di una chitarra classica e il disegno luci di Jan Fedinger accompagna gli interpreti con maggiore morbidezza. Poco a poco, i passi divengono più vari e articolati: possiamo riconoscere dei pas de bourrée saltati, passi chassé e skip a ginocchia alte, sempre in perfetta sincronia. Le danzatrici e i danzatori della compagnia GRIP saltano oltre la musica, oltre il buio; il loro contare viene inframezzato dai nomi dei passi, della direzione verso cui rivolgersi o delle parti del corpo coinvolte: down and up, push, shoulders, knees. I loro corpi sono madidi di sudore e la respirazione diviene ancora più affannata. Si percepiscono anche lievi colpi di tosse.
Il pubblico comprende la fatica e si chiede quanto resisteranno. Si avverte il desiderio di applaudire per concedere loro un momento di sollievo. Ed è esattamente il tipo di reazione sulla quale si interroga l’opera di Jan Martens: come spettatori, è necessario prendere posizione o è possibile limitarsi a essere testimoni dello sforzo, della vulnerabilità, della sofferenza dei corpi in scena? Il coreografo mira a creare un effetto di mîse en abyme, in cui lo spettatore si ritrova immerso nelle stesse fatiche, tensioni e fragilità degli interpreti.
Quella a cui assiste il pubblico è una sfida visibile, gioiosa ma anche crudele; è la sfida di una coreografia che tende alla perfezione, ai limiti della resistenza fisica e mentale. Significa anche assistere all’errore, che inevitabilmente accade. Nelle parole di Jan Martens, cogliere la faille – la crepa, l’imperfezione – richiama la ricerca di autenticità del grande fotografo americano Philippe Halsman, che con la sua serie Jump! rappresentò numerosi personaggi celebri mentre saltavano. Halsman sosteneva che quando un soggetto salta, la sua maschera sociale cade e la vera personalità emerge. Realizzato principalmente negli anni Cinquanta, il lavoro di Halsman ha rivoluzionato l’idea di ritratto tradizionale, rompendo le convenzioni e introducendo all’interno dell’opera artistica il movimento spontaneo e le emozioni. In quest’ottica, la reinterpretazione di Martens – che riprende con nuovi interpreti la propria opera The Dog Days Are Over del 2014 – e l’utilizzo del salto come strumento espressivo indica al pubblico che anche l’imperfezione, la stanchezza estrema, lo sfinimento possono diventare un’esperienza condivisa tra l’interprete e lo spettatore.
La pièce si conclude con un effetto visivo potente: un proiettore centrale illumina frontalmente una striscia orizzontale. Le scarpe colorate dei danzatori continuano a muoversi mentre i loro corpi restano nascosti nel buio. Poi, finalmente, tutto si ferma e la striscia di luce sale lentamente verso l’alto, nel silenzio, illuminando ginocchia, anche, busto, spalle, visi congestionati, mentre il respiro dei danzatori si calma, assottigliandosi fino al silenzio. E ciascuno applaude, interrogandosi sul proprio modo di fruire, o consumare la performance.
di Francesca Oddone, visto il 19 settembre 2025
Articolo pubblicato su Persinsala
Lo spettacolo è andato in scena
Les Célestins, Théâtre de Lyon
4, rue Charles Dullin 69002 Lyon (FR)
17-19 settembre 2025
The Dog Days Are Over 2.0 | Jan Martens – GRIP
creazione 2025
direzione artistica Jan Martens
assistenza artistica Naomi Gibson
assistenza artistica e coaching Piet Defrancq, Steven Michel
interpreti Pierre Bastin, Camilla Bundel, Jim Buskens, Zoë Chungong, Simon Lelièvre, Florence Lenon, Elisha Mercelina, Dan Mussett, Pierre Adrien Touret, Zora Westbroek, Maisie Woodford, Paolo Yao
drammaturgia: Renée Copraij
creazione luci: Jan Fedinger
distribuzione internazionale: A propic — Marion Gauvent, Line Rousseau
grafica: Nick Mattan
produzione: GRIP – Hanne Doms, Anneleen Hermans, Rudi Meulemans, Klaartje Oerlemans, Jennifer Piasecki, Sylvie Svanberg, Nele Verreyken
coproduzione: La Comédie de Clermont-Ferrand – Scène nationale, Maison de la danse, Lione – Polo europeo di creazione, con il sostegno della Biennale della danza 2025, Theater Rotterdam, Perpodium
residenze: Opera Ballet Vlaanderen, La Comédie de Clermont-Ferrand – Scène nationale
con il sostegno finanziario del Governo fiammingo, Tax-Shelter del Governo federale belga tramite Cronos Invest
con il sostegno di Dance Reflections by Van Cleef & Arpels
ringraziamenti: Opera Ballet Vlaanderen
Les huit interprètes de la pièce The Dog Days Are Over 2.0 entrent par le fond de la scène dans la Grande Salle du théâtre des Célestins à Lyon. Les lumières de la salle restent allumées tandis qu’ils s’échauffent sur scène. Ils portent des tenues sportives : débardeurs et shorts colorés. Devant la scène, une longue rangée de chaussures de sport les attend. Les artistes se massent, frottent leurs muscles, puis avancent pour glisser leurs pieds dans chaussettes et chaussures avec une précision volontairement exagérée. Certains s’assoient pour plus de confort. Une fois prêts, ils se relèvent et l’éclairage de la salle baisse, sans s’éteindre. Une question traverse alors le public : à quoi se préparent-ils ?
Avec une légère flexion des genoux et une vibration du bassin, les interprètes commencent à sautiller de manière discordante, sans musique, utilisant parfois leur voix pour compter. Les sauts pieds joints se synchronisent peu à peu et les danseurs se déplacent à l’unisson, formant une ligne : les coudes se frôlent, les poings se serrent devant les anches.
Le public va assister à soixante-dix minutes de mouvement incessant. La première partie de la chorégraphie, géométrique et répétitive, est signée Jan Martens ; la seconde, plus libre, intègre une gestuelle personnelle, proposée par les interprètes eux-mêmes.
Le groupe pivote de quarante-cinq degrés vers une diagonale, revient en file, puis en cercle, modifiant à la fois l’organisation de la formation et le type de rebond : pieds joints, alternés, avant-arrière, latéraux. Le mouvement des jambes et des pieds domine, tandis que les bras et le buste interviennent ponctuellement – lorsque les interprètes se tiennent par la main ou imitent le mouvement des avant-bras alternés de la course. Mais c’est une course vers où ? Où ces sauts les conduisent-ils ?
Même lorsque le rythme s’accélère et se décompose, la précision reste implacable. La transpiration devient visible, les bouches s’entrouvrent pour expulser l’air. La respiration collective se fait entendre distinctement, générant une composition sonore minimale mêlée au rythme des sauts et au grincement des chaussures sur le sol. Le comptage à haute voix sert de repère et s’intègre pleinement au paysage sonore.
Dans la deuxième partie de la pièce, ce paysage est enrichi par les arpèges d’une guitare classique et par le dispositif lumière de Jan Fedinger, qui accompagne les interprètes avec plus de douceur. Peu à peu, les pas se diversifient : pas de bourrée sautés, pas chassés, skips à genoux hauts, toujours en parfaite synchronisation. Les danseurs et danseuses de la compagnie GRIP sautent au-delà de la musique et de l’obscurité ; leur comptage se ponctue des noms des pas, des directions ou des parties du corps : down and up, push, shoulders, knees. Leurs corps ruissellent de sueur, leur souffle devient haletant, de légers toussotements apparaissent.
Le public ressent leur fatigue et s’interroge : combien de temps tiendront-ils encore ? Le désir d’applaudir pour leur offrir un répit se fait sentir. C’est précisément ce que questionne Jan Martens : en tant que spectateurs, faut-il intervenir ou rester témoins de l’essoufflement, de la vulnérabilité et de la souffrance des corps sur scène ? Le chorégraphe met en abyme la position du spectateur, plongé dans les mêmes efforts, tensions et fragilités que les interprètes.
Ce à quoi l’on assiste est un défi visible, à la fois joyeux et exigeant : une chorégraphie tendue vers la perfection, aux bords de la résistance physique et mentale. Mais aussi l’acceptation de l’erreur, inévitable. Pour Martens, saisir la faille – la fissure, l’imperfection – renvoie à la quête d’authenticité de Philippe Halsman. Avec sa série Jump !, dans les années 1950, le photographe américain a immortalisé de nombreuses personnalités célèbres en plein saut. D’après lui, lorsqu’un sujet s’élance vers le haut, son masque social tombe et sa véritable personnalité émerge. Ce travail a révolutionné l’art du portrait, en rompant avec les conventions et en introduisant le mouvement spontané et l’expression brute des émotions dans l’œuvre artistique. Dans cette perspective, la réinterprétation de Martens – qui revisite sa pièce The Dog Days Are Over de 2014 – et l’usage du saut comme outil expressif démontrent que l’imperfection, l’extrême fatigue et l’épuisement peuvent devenir une expérience partagée, authentique, entre l’interprète et le spectateur.
La pièce s’achève sur un effet visuel saisissant : un projecteur central éclaire frontalement une bande horizontale. Les chaussures colorées des danseurs continuent de marteler le sol tandis que les corps disparaissent dans l’obscurité. Puis, tout s’arrête. La bande lumineuse s’élève lentement, dans le silence, révélant genoux, hanches, torse, épaules et visages congestionnés, tandis que la respiration des interprètes s’apaise peu à peu. L’applaudissement final devient alors un geste réflexif : chacun mesure sa manière de recevoir et de consommer la performance.
Par Francesca Oddone, vu le 19 septembre 2025
Article paru sur Persinsala
Le spectacle a eu lieu
Les Célestins, Théâtre de Lyon
4, rue Charles Dullin, 69002 Lyon (FR)
17–19 septembre 2025
The Dog Days Are Over 2.0 | Jan Martens – GRIP
création 2025
direction artistique Jan Martens
assistance artistique Naomi Gibson
assistance artistique et coaching Piet Defrancq, Steven Michel
interpètes Pierre Bastin, Camilla Bundel, Jim Buskens, Zoë Chungong, Simon Lelièvre, Florence Lenon, Elisha Mercelina, Dan Mussett, Pierre Adrien Touret, Zora Westbroek, Maisie Woodford, Paolo Yao
dramaturgie Renée Copraij
création lumières Jan Fedinger
diffusion internationale A propic — Marion Gauvent, Line Rousseau
graphisme Nick Mattan
production GRIP — Hanne Doms, Anneleen Hermans, Rudi Meulemans, Klaartje Oerlemans, Jennifer Piasecki, Sylvie Svanberg, Nele Verreyken
coproduction La Comédie de Clermont-Ferrand – Scène nationale, Maison de la Danse – Pôle européen de création, avec le soutien de la Biennale de la danse de Lyon 2025, Theater Rotterdam, Perpodium
résidences Opera Ballet Vlaanderen, La Comédie de Clermont-Ferrand – Scène nationale
avec le soutien financier du Gouvernement flamand, Tax Shelter du Gouvernement fédéral belge via Cronos Invest
avec le soutien de Dance Reflections by Van Cleef & Arpels
remerciements Opera Ballet Vlaanderen




