LES NUITS DE FOURVIÈRE, LYON.
Anatomie d’une surcharge
Regard sur Honda Romance de Vimala Pons : le système scénique sous le poids d’un satellite.
Traduzione in italiano
Anatomia di un sovraccarico
Sguardo su Honda Romance di Vimala Pons: il sistema scenico sotto il peso di un satellite.
Il satellite Honda Romance è senza dubbio un oggetto scenico: una replica in scala reale, realizzata per lo spettacolo che Vimala Pons presenta nell’ambito del Festival Les Nuits de Fourvière di Lione. Si tratta di una massa imponente, che domina orizzontalmente il palco della Maison de la Danse all’apertura dello spettacolo. Sotto questo congegno tecnologico, o detrito spaziale, è schiacciato il corpo dell’autrice e interprete principale. Del corpo, apparentemente nudo, emergono soltanto gambe, braccia e testa. A terra, a portata di mano, un microfono da reporter.
La scenografia è illuminata da una luce fredda su pavimento bianco, delimitata da pannelli laterali bianchi e da un fondale bianco e nero. Ai margini della scena, anch’essi bianchi, compaiono tre cannoni ad aria compressa. A completare il quadro visivo, alcuni performer filmano l’azione con i propri telefoni cellulari.
Questa immagine iniziale possiede tutti i tratti di un epilogo, più che di un avvio narrativo. L’azione comincia però nel momento in cui il corpo di Vimala Pons tenta di sollevare il peso che le è precipitato sulla schiena. Parallelamente, il satellite prende voce con un timbro femminile soffuso, presentandosi e presentando la scena: «Sono Honda Romance, un prototipo sviluppato da Honda. Lei è Nathalie. Sono innamorata di lei. L’ho schiacciata con il mio amore.» Il testo, ironico, introduce una prima dissonanza percettiva nello spettatore.
Il satellite richiama il peso della tecnologia, del sovraccarico informativo, delle emozioni e delle relazioni, più in generale di tutto ciò che grava sull’esistenza. È una variazione di un tema centrale nel lavoro di Vimala Pons: portare oggetti enormi per mostrare lo sforzo necessario a mantenere l’equilibrio. La presenza dei performer che filmano attiva un ulteriore livello: la trasformazione del dramma e delle emozioni in immagini e dati riutilizzabili nello spazio digitale.
Oggetto impossibile da portare, Vimala Pons riesce a sottrarsi alla massa del prototipo soltanto grazie all’ausilio dei cavi di sollevamento scenico. La gravità fisica diventa così una figura dell’accumulo – di immagini frammentate e residui emotivi – ma anche una lente attraverso cui leggere la resilienza. Quando il suo corpo vacillante ed estenuato ritrova la verticalità, Pons scioglie i capelli, comincia a cantare, perfino a saltare. È come se un altro spettacolo cominciasse: «l’histoire de toutes les histoires». Il testo, a questo punto, non è più irrilevante.
Liberata dal satellite, una nuova macchina di perturbazione fisica entra in funzione: i tre cannoni puntati verso la performer emettono raffiche di vento improvvise e violente, che interrompono continuamente gesto e parola. Il corpo viene sbilanciato, la voce si spezza o devia direzione, ogni movimento è costretto a resistere a una forza invisibile ma costante. Si tratta di soffi potentissimi che troncano il flusso delle emozioni e dei pensieri, rendendo fisico il caos emotivo e, al tempo stesso, materializzando le forze esterne che agiscono sull’individuo: pressione sociale, notifiche, algoritmi, informazioni, rumore mentale.
L’effetto è quello di una comicità crudele: la performer attraversa stati emotivi differenti ma viene continuamente resettata dai getti d’aria. La relazione con i cannoni si fa talvolta dialogica, come se diventassero interlocutori del suo discorso. Ne deriva una tensione costante, ma anche un effetto di attrazione che mantiene lo spettatore con lo sguardo ancorato alla scena.
La stratificazione sonora — composta da parlato frammentato, respiro amplificato, getti d’aria e una traccia musicale usata come controcampo emotivo — contribuisce all’espansione del sistema percettivo. La musica, spesso disallineata rispetto alla voce, produce dissonanza più che accompagnamento. Sovrapposizioni, sospensioni improvvise, silenzi, suoni elettronici e momenti melodici quasi pop costruiscono un paesaggio di instabilità, che è un tema centrale nel lavoro di Vimala Pons, già attraversato in opere come Grande (2016) e Le Périmètre de Denver (2022).
Con Honda Romance (2025) questo tema si espande dal singolo individuo a un gruppo di dieci performer. È la prima creazione corale dell’artista, che privilegia qui l’esperienza sensoriale rispetto alla linearità narrativa e la costruzione di immagini e stati percettivi rispetto al racconto.
Nella seconda parte dello spettacolo, i performer entrano uno dopo l’altro dal fondale praticabile – una membrana liminale che funziona come soglia di apparizione scenica. L’ingresso dei corpi assume gradualmente la forma di una sfilata seriale, automatica, in cui ogni figura si aggiunge alla precedente, secondo traiettorie regolari e parallele, mentre linee vocali inattese si innestano sul paesaggio sonoro. Gli accessori che portano con sé — cappotti, cappelli, costumi vari, piatti in porcellana, bottiglie, specchi, bambole — vengono convertiti in strumenti performativi, senza una logica apparente, tranne quella della micro-trasformazione continua. Le entrate e le uscite degli interpreti si moltiplicano fino a diventare impossibili da contare.
Con l’avanzare del movimento, gli oggetti quotidiani e tecnologici vengono abbandonati sul palco, contribuendo così alla composizione di un universo di detriti scenici. È in questa parte che lo spettacolo appare meno controllato nella sua tensione formale, restituendo una dinamica di ripetizione più tradizionale, che richiama la scrittura coreografica contemporanea di Maguy Marin, ma anche il flusso di gesti individuali di Boris Charmatz.
Eppure, è proprio questo accumulo, questa camminata sempre uguale e sempre diversa dei corpi a preparare la chiave di lettura dell’opera. Basta infatti ascoltare la voce del satellite, che interviene ancora a tratti e tenta di dare forma a ciò che avviene sulla scena: «Here is the human». L’essere umano osservato dalla tecnologia. Corpi disomogenei, alti, bassi, queer, multiformi, colti nel loro transitare incessante: un meraviglioso collasso.
Le performance vocali corali, all’apparenza incongrue ma necessarie, convergono nel finale a ricomporre temporaneamente il caos, offrendo al pubblico una sorta di atterraggio percettivo morbido. È questo il dispositivo di uscita dallo stato di saturazione che attraversa tutto lo spettacolo: un gesto di tenuta collettiva di fronte all’urto del mondo.
di Francesca Oddone, visto il 12 giugno 2026
Articolo pubblicato su Altrevelocità
Lo spettacolo è andato in scena
Maison de la Danse
8 Avenue Jean Mermoz, 69008 Lyon (FR)
10-12 giugno 2026
Honda Romance | Vimala Pons
ideazione, scrittura e regia Vimala Pons
interpretazione Sabianka Bencsik, Joseph Decange, Océane Deweirder, François Gardeil, Myriam Jarmache, Flor Paichard, Vimala Pons, Firoozeh Raeesdana, Neige Requier, Léa Trommenschlager
collaborazione alla concezione e alla regia
composizione musicale Tsirihaka Harrivel
composizione musicale del coro Rebeka Warrior
collaborazione artistica per la direzione, l’adattamento e l’arrangiamento musicale Fiona Monbet, Romain Louveau / Miroirs Étendus
creazione luci Arnaud Pierrel
creazione suono Anaëlle Marsollier
costumi Marie La Rocca
direzione luci Alice Nedelec
vestiarista Clémentine Page
crediti fotografici DR
produzione TOUT ÇA / QUE ÇA e Comédie de Genève
produzione musicale Miroirs Étendus
coproduzione MC2: Maison de la Culture de Grenoble, Les Nuits de Fourvière — festival internazionale della Metropoli di Lione, Odéon-Théâtre de l’Europe — Parigi, Festival d’Automne — Parigi, Centre Dramatique National de Tours — Théâtre Olympia, Malraux Scène Nationale Chambéry Savoie, Le Lieu Unique — Nantes, CDN Orléans / Centre-Val de Loire, CENTQUATRE-PARIS, Les Halles de Schaerbeek — Bruxelles, 3 bis f Centre d’arts contemporains arts vivants & arts visuels — Aix-en-Provence; UTOPISTES — Cité Internationale des Arts du Cirque.
Con il sostegno della Fondation BNP Paribas. Sostegni in residenza: Plateforme 2 Pôles Cirque en Normandie — La Brèche a Cherbourg, Villa Belleville — Parigi, La Ménagerie de Verre nell’ambito del dispositivo StudioLab, MC2: Maison de la Culture de Grenoble — scena nazionale. Tsirihaka Harrivel e Vimala Pons sono artisti associati al Lieu Unique (Nantes). Vimala Pons è artista associata del CENTQUATRE (Parigi), della MC2: Maison de la Culture de Grenoble — scena nazionale e del Centre Dramatique National de Tours — Théâtre Olympia. TOUT ÇA / QUE ÇA è convenzionata dal Ministero della Cultura francese — DRAC Île-de-France.
Le satellite Honda Romance est sans aucun doute un objet de scène : une réplique à l’échelle réelle, réalisée pour le spectacle que Vimala Pons présente dans le cadre du Festival des Nuits de Fourvière à Lyon. Il s’agit d’une masse imposante, qui domine horizontalement le plateau de la Maison de la Danse à l’ouverture du spectacle. Sous cet assemblage technologique, ou débris spatial, se trouve écrasé le corps de l’autrice et interprète principale. Du corps, apparemment nu, n’émergent que les jambes, les bras et la tête. À portée de main, posé au sol, un micro de reporter.
La scénographie est baignée d’une lumière froide sur un sol blanc, délimitée par des panneaux latéraux blancs et un fond de scène noir et blanc. Aux marges du plateau, se dressent trois canons à air comprimé, tout aussi blancs. Pour compléter ce dispositif visuel, un groupe de performeurs filment l’action à l’aide de leurs téléphones portables.
Cette image introductive possède tous les traits d’un épilogue, plutôt que d’un commencement narratif. Pourtant, l’action débute au moment où le corps de Vimala Pons tente de soulever le poids qui s’est abattu sur son dos. Simultanément, le satellite prend la parole d’une voix féminine douce, se présentant lui-même et présentant la scène : « Moi, je suis Honda Romance, un prototype développé par Honda. Elle, c’est Nathalie. Je suis amoureuse d’elle. Je l’ai écrasée par mon amour. » Ce texte, teinté d’ironie, glisse une première dissonance perceptive chez le spectateur.
Le satellite convoque le poids de la technologie, de la surcharge informationnelle, des émotions et des relations ; plus largement, de tout ce qui pèse sur l’existence. Il constitue une variation autour d’un thème central dans le travail de Vimala Pons : porter des objets démesurés afin de rendre visible l’effort nécessaire au maintien de l’équilibre. La présence des performeurs qui filment active un niveau de lecture supplémentaire : la transformation du drame et des émotions en images et en données réutilisables dans l’espace numérique.
Objet impossible à porter, Vimala Pons ne parvient à se soustraire à la masse du prototype qu’avec l’aide des câbles de levage scénique. La gravité physique devient ainsi la figure de l’accumulation — d’images fragmentées et de résidus émotionnels — mais aussi une lentille à travers laquelle lire la résilience. Lorsque son corps vacillant et épuisé retrouve enfin la verticalité, Pons défait ses cheveux, se met à chanter, puis à sauter. Comme si un autre spectacle commençait alors : « l’histoire de toutes les histoires ». À cet instant, le texte n’est plus secondaire.
Libérée du satellite, une nouvelle machine de perturbation physique entre en action : les trois canons braqués vers l’interprète projettent des rafales de vent soudaines et violentes, qui interrompent sans cesse le geste et la parole. Le corps se déséquilibre, la voix se brise, chaque mouvement est contraint de résister à une force invisible mais constante. Ces souffles extrêmement puissants morcèlent le flux des émotions et des pensées, matérialisant à la fois le chaos émotionnel et les forces extérieures qui agissent sur l’individu : pression sociale, notifications, algorithmes, informations, bruit mental.
L’effet produit est celui d’une cruauté comique. La performeuse traverse différents états d’âme, mais se retrouve sans cesse réinitialisée par les jets d’air. La relation avec les canons devient parfois dialogique, comme s’ils se transformaient en interlocuteurs de son discours. Il en résulte une tension permanente, mais aussi un puissant effet d’attraction qui maintient le regard du spectateur rivé à la scène.
La stratification sonore — composée de paroles fragmentées, de respiration amplifiée, de rafales d’air et d’une trame musicale utilisée comme contrechamp émotionnel — contribue à l’expansion du système perceptif. Souvent en décalage de la voix, la musique produit davantage de dissonance que d’accompagnement. Superpositions, suspensions soudaines, silences, sons électroniques et moments mélodiques presque pop composent un paysage d’instabilité, thème majeur dans le travail de Vimala Pons, déjà à l’œuvre dans GRANDE (2016) et Le Périmètre de Denver (2022).
Avec Honda Romance (2025), cette problématique s’élargit de l’individu à un collectif de dix interprètes. Il s’agit de la première création chorale de l’artiste, qui privilégie ici l’expérience sensorielle à la linéarité narrative, ainsi que la construction d’images et d’états perceptifs au détriment du récit.
Dans la seconde partie du spectacle, les interprètes entrent les uns après les autres depuis le fond praticable — une membrane liminaire qui fonctionne comme un seuil d’apparition scénique. Peu à peu, l’arrivée des corps prend la forme d’un défilé sériel et automatique, où chaque figure s’ajoute à la précédente selon des trajectoires régulières et parallèles, tandis que des lignes vocales inattendues s’insèrent dans le paysage sonore. Les accessoires qu’ils transportent — manteaux, chapeaux, costumes divers, assiettes en porcelaine, bouteilles de soda, miroirs, poupées — sont convertis en outils performatifs, sans logique apparente, sinon celle d’une micro-transformation continue. Les entrées et sorties des artistes se multiplient jusqu’à devenir impossibles à compter.
Au fil du mouvement, objets du quotidien et dispositifs technologiques sont abandonnés sur le plateau, contribuant à la composition d’un champ de débris scéniques. C’est dans cette séquence que la tension formelle du spectacle semble se relâcher légèrement, laissant place à une dynamique répétitive plus conventionnelle, qui évoque à la fois l’écriture chorégraphique contemporaine de Maguy Marin et les flux gestuels individuels de Boris Charmatz.
Pourtant, c’est précisément cette accumulation, cette marche toujours identique et toujours différente des corps, qui prépare la clé de lecture de l’œuvre. Il suffit d’écouter la voix du satellite, qui intervient encore par intermittence et tente de donner forme à ce qui se déroule sur scène : « Here is the human ». L’être humain observé par la technologie. Des corps hétérogènes, grands, petits, queer, multiformes, saisis dans leur transit incessant : un merveilleux effondrement.
Les interventions vocales collectives, en apparence incongrues mais profondément nécessaires, convergent dans le final pour recomposer provisoirement le chaos, offrant au public une sorte d’atterrissage perceptif en douceur. Un geste de tenue collective face à la détresse du monde.
Par Francesca Oddone, vu le 12 juin 2026
Article paru sur Altrevelocità
Le spectacle a eu lieu
Maison de la Danse
8 Avenue Jean Mermoz, 69008 Lyon (FR)
10-12 juin 2026
Honda Romance | Vimala Pons
écriture et interprétation Vimala Pons
composition musicale Tsirihaka Harrivel
composition musicale du Chœur Rebeka Warrior
collaboration artistique pour la direction, l’adaptation et l’arrangement musical Fiona Monbet et Romain
recherche scénographique Benjamin Bertrand, Marion Flament et Vimala Pons
regard scénographique Marion Flament
régie générale Benjamin Bertrand, Marc Chevillon
conception lumière Arnaud Pierrel
conception sonore Anaëlle Marsollier
conception costumes Marie La Rocca
assistanat costumes Anne Tesson
collaboration et coordination artistique Emeline Hervé
avec les chanteurs et chanteuses Sabianka Bencsik, Joseph Decange, Océane Deweirder, François Gardeil, Myriam Jarmache, Flor Paichard, Firoozeh Raeesdana, Vic Requier, Léa Trommenschlager
construction du décor Ateliers de la Comédie de Genève
production TOUT ÇA / QUE ÇA et Comédie de Genève
production musicale Miroirs Étendus
coproduction MC2 : Maison de la culture de Grenoble, Les Nuits de Fourvière – festival international de la Métropole de Lyon, Odéon-Théâtre de l’Europe – Paris, Festival d’Automne – Paris, Centre dramatique national de Tours – Théâtre Olympia, Malraux scène nationale Chambéry Savoie, Le Lieu Unique – Nantes, CDN Orléans / Centre-Val de Loire, CENTQUATRE-PARIS, Les Halles de Schaerbeek – Bruxelles, 3 bis f Centre d’arts contemporains arts vivants & arts visuels – Aix-en-Provence, UTOPISTES – Cité Internationale des Arts du Cirque
Avec le soutien de la Fondation BNP Paribas • Soutiens à la résidence Plateforme 2 Pôles Cirque en Normandie – La Brèche à Cherbourg, Villa Belleville – Paris, La Ménagerie de Verre dans le cadre du dispositif StudioLab, MC2 : Maison de la culture de Grenoble – Scène nationale
Tsirihaka Harrivel et Vimala Pons sont artistes associé·es au Lieu Unique (Nantes)
Vimala Pons est artiste associée du CENTQUATRE (Paris), la MC2 : Maison de la culture de Grenoble – Scène nationale et le Centre Dramatique National de Tours – Théâtre Olympia
TOUT ÇA / QUE ÇA est conventionné par le Ministère de la Culture – DRAC Île-de-France.




