LES SUBSISTANCES, LYON.
La mémoire individuelle sous le regard administratif
Une création qui fait vaciller : à la Verrière des Subsistances, à Lyon, Nicolas Barry interroge le dispositif de la demande d’asile en France.
Traduzione in italiano
La memoria individuale sotto la lente amministrativa
Una creazione immersiva che colpisce allo stomaco: nella Verrière delle Subsistances di Lione, Nicolas Barry interroga il dispositivo della domanda di asilo in Francia.
Fucsia, rosso, verde acido, giallo, blu. Come i tendaggi di un teatrino di marionette, due grandi teli colorati, sostenuti da una struttura di legno, occupano lo spazio della Verrière alle Subsistances, dove viene ospitata la creazione di Nicolas Barry, programmata per questa stagione dalla Maison de la danse. Una scenografia minimale, pensata per adattarsi al plateau, ai luoghi non teatrali e persino allo spazio pubblico, che fin dall’inizio introduce una nota di straniamento.
Barry è un artista che attraversa i territori della danza e del teatro, intrecciando nelle sue creazioni scrittura, corpo, parola e performance. La Demande d’asile è il secondo capitolo del ciclo Le Rêve de la vie humaine, avviato nel 2023 con Le Rêve de voler. Il carattere ibrido del suo linguaggio si manifesta fin dalle prime battute. Non c’è un’introduzione narrativa tradizionale: il dispositivo è immediatamente in funzione. Le due interpreti sono già dentro la logica del colloquio: una domanda, una risposta. Poi un’altra domanda, un’altra risposta, con una regolarità meccanica, mentre qualcosa, nel corpo, sembra dissociarsi.
La sensazione di straniamento nasce dallo scarto che si produce fra le parole e ciò che accade fisicamente. Le due interpreti seguono due partiture distinte, una testuale e una coreografica, che avanzano contemporaneamente senza mai coincidere del tutto. Il movimento non illustra il testo: gli fa da contrappunto, lo contraddice, talvolta sembra persino resistergli.
Non si tratta, del resto, di un dialogo qualsiasi, ma della riproduzione scenica di un colloquio presso l’OFPRA (Office français de protection des réfugiés et apatrides), l’organismo francese incaricato di esaminare le domande di protezione internazionale. La richiedente asilo viene convocata da un ufficiale di protezione e deve raccontare, precisare e approfondire la propria storia: le ragioni della fuga, gli eventi vissuti, le eventuali persecuzioni o minacce subite, i motivi per cui teme di tornare nel proprio Paese. Una procedura amministrativa fondata sulla necessità di ricostruire con precisione una vicenda personale, spesso segnata dalla violenza e dal trauma.
Barry trasforma questo spazio amministrativo in un dispositivo performativo, in cui l’interrogatorio viene tradotto nei corpi. La ripetizione delle domande trova un corrispettivo nella ripetizione dei gesti; l’insistenza dell’interrogatore diventa accumulazione fisica; la necessità di ricordare, specificare, scavare nella propria storia si converte in uno sforzo quasi atletico: gambe lanciate verso l’alto fino a sfiorare le orecchie, salti, estensioni, sbilanciamenti e improvvise riprese dell’equilibrio. La parola continua a procedere con la sua apparente precisione, mentre il corpo sembra spinto verso l’eccesso e come sottoposto a una prova di resistenza.
L’assurdità che ne deriva introduce una dimensione grottesca: la condizione di pressione non viene semplicemente rappresentata o mimata, ma resa percepibile attraverso la fatica, il sovraccarico, la perdita progressiva di controllo, la deformazione del gesto. La specificità del linguaggio scenico di Barry si costruisce così attraverso l’accumulazione e la disarticolazione fra parola e gesto.
La richiedente asilo non è chiamata soltanto a ricordare: deve performare il proprio ricordo. Le sue parole rivelano che si è preparata al colloquio, che ha ripetuto più volte il proprio racconto per poterlo ricostruire nella forma richiesta dall’amministrazione. Ma al tempo stesso emerge la sua resistenza alle domande che scavano nell’intimità, nella storia personale e familiare, in una memoria quasi sempre dolorosa. La procedura chiede di tornare sui dettagli. Come se, entrando sempre più a fondo nel racconto, finissero per perquisire il corpo stesso.
«J’ai mal et j’ai peur de mourir» (Sto male e ho paura di morire). La frase, semplice e terribile, porta la sofferenza fuori dalla dimensione del racconto e la inscrive direttamente nel corpo. Di fronte a un funzionario che si rapporta con la richiedente asilo con sospetto, come se – cito – non avesse orecchie, viso, né occhi, come se la sua lingua fosse sporca, lo spettatore partecipa del sentimento di impotenza di una persona straniera che deve riuscire, in pochi minuti e tra i muri angusti di un ufficio, a dimostrare, cioè a documentare, la propria situazione familiare, la propria istruzione, il proprio orientamento sessuale, le persecuzioni subite, le proprie motivazioni, le proprie paure, fino a trasformare l’esperienza di una vita in un racconto sufficientemente coerente e credibile da poter essere ascoltato e riconosciuto dall’amministrazione, e tradursi infine nell’attribuzione di uno status giuridico.
Quando l’apparato discorsivo dello spettacolo deborda e il colloquio trascina la richiedente in disquisizioni sull’amore e sulla letteratura di Racine, il corpo perde progressivamente il controllo, fino a sfiorare il cortocircuito. A quel punto, quando la richiedente afferma: «Je vais brûler cette pièce en la quittant» (Brucerò questa stanza appena esco da qui), la frase apre a un’altra dimensione. Non sembra una minaccia, ma il desiderio di liberarsi di uno spazio diventato insopportabile, di cancellare le tracce di ciò che vi è stato depositato. Come se, per poter uscire da quella stanza, fosse necessario bruciare insieme il dolore, l’offesa, la vessazione, la pressione e il ricordo dell’umiliazione.
Nel finale, la commozione del pubblico è intensa. La scrittura di Barry ha messo in relazione un testo drammatico con una scrittura altamente fisica, mentre il disegno sonoro di Martin Poncet contribuisce a sostenere la drammaturgia. Anche le voci delle due interpreti sembrano perdere la loro funzione dialogica per diventare esse stesse materia sonora, un’impronta acustica che resta nell’aria quando la logica serrata del domanda-risposta si è ormai spezzata. Il duo composto da Sophie Billon e Nangaline Gomis sa porgere questa materia fisica e verbale con una delicatezza capace, al tempo stesso, di coinvolgere e mettere a disagio. Rialzandosi dalle panche mobili disposte nello spazio aperto della Verrière, lo spettatore appare stanco, quasi esausto: per poco meno di un’ora ha condiviso una dissincronia implacabile, nella tensione di un corpo costretto a fare i conti con il linguaggio.
di Francesca Oddone, visto il 18 settembre 2026
Articolo pubblicato su Altrevelocità
Lo spettacolo è andato in scena
Les SUBS
8 bis Quai Saint-Vincent, 69001 Lyon, France
17-18 settembre 2026
La demande d’asile | Nicolas Barry
testo, coreografia, scenografia Nicolas Barry
interpretazione Sophie Billon, Nangaline Gomis
concezione sonora Martin Poncet
co-concezione della scenografia Mathis Brunet-Bahut
costruzione Yohan Chemmoul-Barthélémy
pittrice decoratrice Elsa Markou
produzione / amministrazione Bureau d’accompagnement STP
fotografie Guillaume Belvèze
produzione ensemble facture
creazione itinerante (palcoscenico – luoghi non dedicati – spazio pubblico)
coproduzione e accoglienza in residenza Théâtre de Vanves; Les Rencontres chorégraphiques internationales de Seine-Saint-Denis; La Comète – Saint-Étienne; Maison de la danse
con il sostegno dell’associazione Beaumarchais-SACD, nell’ambito di Espace Public 2024
con il sostegno della Spedidam
con il sostegno della DRAC Auvergne-Rhône-Alpes, nell’ambito dell’Aiuto alla creazione.
Fuchsia, rouge, vert, jaune, bleu. Comme les rideaux d’un petit théâtre de marionnettes, deux grands pans de tissu colorés, soutenus par une structure en bois, occupent l’espace de la Verrière aux Subsistances, où est accueillie la création de Nicolas Barry, programmée cette saison par la Maison de la danse. Une scénographie minimale, pensée pour s’adapter au plateau, aux lieux non dédiés et même à l’espace public, qui introduit un léger déplacement des repères.
Barry est un artiste qui traverse les territoires de la danse et du théâtre, mêlant dans ses créations écriture, corps, parole et performance. La Demande d’asile est le deuxième chapitre du cycle Le Rêve de la vie humaine, amorcé en 2023 avec Le Rêve de voler. Le caractère hybride de son langage se manifeste dès les premières répliques. Il n’y a pas d’introduction narrative traditionnelle : le dispositif est immédiatement à l’œuvre. Les deux interprètes sont déjà prises dans la logique de l’entretien : une question, une réponse. Puis une autre question, une autre réponse, avec une régularité mécanique, tandis que quelque chose, dans le corps, semble se dissocier.
Cette sensation de décalage naît de l’écart qui se creuse entre les mots et ce qui se joue physiquement. Les deux interprètes suivent deux partitions distinctes, l’une textuelle, l’autre chorégraphique, qui avancent simultanément sans jamais tout à fait coïncider. Le mouvement n’illustre pas le texte : il lui fait contrepoint, le contredit, semble parfois même lui résister.
Il ne s’agit d’ailleurs pas de n’importe quel dialogue, mais de la reproduction scénique d’un entretien à l’OFPRA (Office français de protection des réfugiés et apatrides), l’organisme français chargé d’examiner les demandes de protection internationale. La demandeuse d’asile est convoquée par un officier de protection et doit raconter, préciser et approfondir son histoire : les raisons de sa fuite, les événements vécus, les éventuelles persécutions ou menaces subies, les raisons pour lesquelles elle craint de retourner dans son pays. Une procédure administrative fondée sur la nécessité de reconstituer avec précision une histoire personnelle, souvent marquée par la violence et le traumatisme.
Barry transforme cet espace administratif en dispositif performatif, où l’interrogatoire se traduit dans les corps. La répétition des questions trouve son équivalent dans la répétition des gestes ; l’insistance de l’interrogatrice se transforme en accumulation physique ; la nécessité de se souvenir, de préciser, de creuser dans sa propre histoire devient un effort presque athlétique : jambes projetées vers le haut jusqu’à frôler les oreilles, sauts, extensions, déséquilibres et rétablissements soudains. La parole poursuit son cours avec son apparente précision, tandis que le corps semble poussé vers l’excès et comme soumis à une épreuve d’endurance.
L’absurdité qui en découle introduit une dimension grotesque : la situation de pression n’est pas simplement représentée ou mimée, mais rendue perceptible à travers la fatigue, la surcharge, la perte progressive de contrôle, la déformation du geste. La singularité du langage scénique de Barry se construit ainsi dans l’accumulation et la disjonction entre parole et geste.
La demandeuse d’asile n’est donc pas seulement appelée à se souvenir : elle doit performer son propre souvenir. Ses paroles révèlent qu’elle s’est préparée à l’entretien, qu’elle a répété son récit à plusieurs reprises pour pouvoir le reconstruire dans la forme attendue par l’administration. Mais apparaît aussi sa résistance face aux questions qui fouillent l’intimité, l’histoire personnelle et familiale, une mémoire presque toujours douloureuse. La procédure exige de revenir sur les détails. Comme si, en pénétrant toujours plus profondément dans le récit, on finissait par fouiller le corps lui-même.
« J’ai mal et j’ai peur de mourir. » La phrase, simple et terrible, fait affleurer la souffrance au-delà du seul récit pour l’inscrire directement dans le corps. Face à une fonctionnaire qui considère la demandeuse d’asile avec méfiance, comme si – je cite – elle n’avait ni oreilles, ni visage, ni yeux, comme si sa langue était sale, le spectateur partage le sentiment d’impuissance d’une personne étrangère qui doit parvenir, en quelques minutes et entre les murs étroits d’un bureau, à démontrer, c’est-à-dire à documenter, sa situation familiale, son niveau d’instruction, son orientation sexuelle, les persécutions subies, ses motivations, ses peurs, jusqu’à transformer l’expérience d’une vie en un récit suffisamment cohérent et crédible pour pouvoir être entendu et reconnu par l’administration, pour se traduire finalement par l’attribution d’un statut juridique.
À mesure que le discours du spectacle déborde et que la conversation s’engage dans des considérations sur l’amour et la littérature de Racine, le corps perd progressivement le contrôle, jusqu’à frôler le court-circuit. À ce moment-là, lorsque la demandeuse affirme : « Je vais brûler cette pièce en la quittant », la phrase ouvre sur une autre dimension. Elle ne semble pas constituer une menace, mais exprimer le désir de se libérer d’un espace devenu insupportable, d’effacer les traces de ce qui s’y est déposé. Comme si, pour pouvoir sortir de cette pièce, il fallait brûler avec elle la douleur, l’offense, l’humiliation, la pression et le souvenir de ce qui a été subi.
Dans le final, l’émotion du public est intense. L’écriture de Barry met en relation un texte dramatique et une écriture hautement physique, tandis que la conception sonore de Martin Poncet contribue à soutenir la dramaturgie. Les voix des deux interprètes semblent elles aussi perdre leur fonction dialogique pour devenir matière sonore, une empreinte acoustique qui demeure dans l’air lorsque la logique serrée du question-réponse s’est finalement brisée. Le duo formé par Sophie Billon et Nangaline Gomis sait porter cette matière physique et verbale avec une délicatesse qui, tout à la fois, implique et met mal à l’aise. En se relevant des bancs mobiles disposés dans l’espace ouvert de la Verrière, le spectateur semble fatigué, presque épuisé : pendant un peu moins d’une heure, il a partagé une dissonance implacable, dans la tension d’un corps contraint de composer avec le langage.
par Francesca Oddone, vu le 18 septembre 2026
Article paru sur Altrevelocità
Le spectacle a eu lieu
Les SUBS
8 bis Quai Saint-Vincent, 69001 Lyon, France
17-18 septembre 2026
texte, chorégraphie, scénographie Nicolas Barry
interprétation Sophie Billon, Nangaline Gomis
conception sonore Martin Poncet
co-conception de la scénographie Mathis Brunet-Bahut
construction Yohan Chemmoul-Barthélémy
peintre décoratrice Elsa Markou
production / administration Bureau d’accompagnement STP
crédit photographique Guillaume Belvèze
production ensemble facture
création volante (plateau – lieux non dédiés – espace public)
coproduction et accueil en résidence Théâtre de Vanves ; Les Rencontres chorégraphiques internationales de Seine-Saint-Denis ; La Comète – Saint-Étienne ; Maison de la danse
avec le soutien de l’association Beaumarchais-SACD Espace Public 2024
avec le soutien de la Spedidam
avec le soutien de la DRAC Auvergne-Rhône-Alpes au titre de l’Aide à la création.



