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Ph. Gaël.le Astier-Perret

MAISON DE LA DANSE SAISON 2026-2027

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MAISON DE LA DANSE, LYON.

Contempler le corps. Avant-goût d’une saison.

Feuilleter une saison avant de la découvrir sur scène. Et la prolonger par l’écriture.

Contemplare il corpo. Anticipazioni di una stagione.

Sfogliare una stagione prima di scoprirla sulla scena. E percorrerla attraverso la scrittura.

Scrivo questo articolo sulla programmazione 2026-2027 della Maison de la Danse di Lione innanzi tutto per il mio piacere: il piacere dell’anticipazione che la scrittura sa offrire.

Immergersi in una nuova stagione teatrale significa in qualche modo concedersi di lasciarsi sedurre: lasciarsi andare alla curiosità e al desiderio di scoprire le opere. Inoltre, accedere alle creazioni attraverso le parole di chi l’ha concepita e la porta in scena significa, in un certo senso, cominciare a farne esperienza, ben oltre il tempo necessariamente limitato delle conferenze stampa.

Si tratta del momento in cui cominciano a delinearsi percorsi mentali, come itinerari coreografici tracciati a partire dalle opere che già conosciamo, dalle intuizioni che hanno suscitato, dalle anticipazioni che ne abbiamo avute. È soprattutto un modo per restare in ascolto del nostro desiderio. A quali opere sceglieremo di assistere? Ed è anche una sfida: quando arriverà il momento, avremo l’occasione di distinguere tra ciò che la nostra immaginazione ha saputo suggerire e le proiezioni che ha erroneamente sovrapposto ad esse.

In questo tempo di attesa, ho provato ad osservare la stagione 2026-2027 della Maison de la Danse non come una semplice successione di spettacoli, ma cercando di capire se questa programmazione lasciasse intravedere una specifica idea del corpo. Una certa idea ricorrente sembra emergere nel modo di pensare il corpo contemporaneo.

Quattro direzioni principali si annunciano nelle scelte artistiche di quest’anno: il corpo come luogo di trasformazione e liberazione, come in WE NEED SILENCE di Katerina Andreou; il corpo collettivo, in particolare in My Fierce Ignorant Step di Christos Papadopoulos; il corpo come luogo di memoria, trasmissione e riscrittura, con Sacre # 2 di Dominique Brun; infine, il corpo i cui confini sbiadiscono a contatto con una diversa materia, con altre sensazioni e presenze, come in STRIP del Collettivo Les Idoles.

Si tratta di un corpo che non è mai solo, mai neutro, mai stabile: un corpo attraversato da sollecitazioni percettive, da forze, dal disordine e dalle relazioni, dagli altri, dalla storia e dal mondo che lo circonda.

Da tempo, nei discorsi che accompagnano la creazione contemporanea, si afferma che il corpo non va in scena per essere contemplato. Ma è davvero necessario pensare il corpo che si sperimenta, si interroga o entra in relazione in contrapposizione al corpo da contemplare? La vulnerabilità, l’imperfezione, la stanchezza o la fragilità non sottraggono al corpo il suo potere di fascinazione. Possono, al contrario, spostarlo altrove o trasformarlo. Contemplare un corpo che dubita, che resiste, che vacilla o che fallisce significa ancora contemplare — ma in altra maniera.

Per quanto mi riguarda, non posso farne a meno. Nella frattura identitaria, nella rivolta delle danze urbane, nella caduta (che ci promette Après moi, le déluge di (LA)HORDE / Ballet national de Marseille). Il corpo, strumento meraviglioso: non posso fare a meno di contemplarlo. Nel sovraccarico, nella presenza collettiva, nella collisione, nel grido: neppure in quel caso.

E anche quando la danza va alla ricerca di forme nuove, più sensibili e meno visive, attraverso il silenzio, il dispositivo sonoro o la trance, il corpo resta per me l’immaginario d’elezione, il più poetico, il più perturbante. Questo incredibile strumento, capace di «sentire altrimenti» e di trasformare il proprio modo di evolvere, rimane per me l’oggetto ultimo della contemplazione.

La stagione 2026-2027 non si discosta in maniera significativa dalle ricerche proposte negli ultimi anni, ma sembra spostarne leggermente la prospettiva: il corpo contemporaneo diventa tanto più interessante quanto più si lascia attraversare da una rete di stimoli, relazioni e forze che lo oltrepassano. Un corpo controtempo, sfuggente.

Per alcuni artisti, questa ricerca sembra collocarsi nella continuità del proprio percorso e delle creazioni che lo caratterizzano. Per altri, produce una tensione più ambivalente. Penso in particolare al lavoro di Dalila Belaza, artista associata per le prossime tre stagioni. Nella sua creazione Orage, a cui ho assistito in occasione della Biennale de la danse 2025, il corpo era interamente immerso nel rapporto con il suono, la vibrazione, l’oscurità e la presenza del musicista. Eppure, qualcosa mi sembrava ostacolare l’esperienza dello spettatore. Un materiale corporeo saldato nella traccia sonora, senza dubbio, violentemente attraversato da essa. Ma come tenuto a distanza dalla sala e dal pubblico. Non vedo l’ora di scoprire, in novembre, una scrittura più corale, con Un peu pour mon cœur…

Un ultimo elemento prolunga questa lettura oltre il palcoscenico: la Maison de la Danse non limita l’idea di relazione alla scena. Il progetto Mercredis curieux rende accessibile la pratica della danza al giovane pubblico con bisogni specifici, mentre SACRE et territoire dispiega spettacoli, residenze e azioni di mediazione nei territori più rurali della regione (Ain, Allier e Beaujolais).

La domanda su «chi possa abitare il corpo che danza e dove la danza possa avere luogo» esula così dal contesto degli spettacoli in programma e riguarda in maniera più ampia il progetto culturale della Maison de la Danse. Come istituzione, questo teatro sembra ridefinire regolarmente i confini della danza: chi può praticarla o scoprirla, in quali spazi e a quali condizioni.

E poi basta guardare all’apertura della stagione, fuori dalle mura: a Les Subs, Katerina Andreou e Mélissa Guex presentano SHOUT TWICE, al termine di una residenza di creazione. Un inizio di stagione che prende forma nell’immensa Verrière, una struttura metallica ottocentesca che ricorda una grande serra, dove il confine tra il palcoscenico e la sala si fa inevitabilmente più poroso.

Adoro queste incursioni della Maison de la Danse nella città, questo modo delicato di abitare luoghi che non le sono propri. Quanto alla scena: dalle compagnie del cuore agli artisti da scoprire, la stagione di quest’anno risulta appena più raccolta della precedente, ma non abbastanza da rendere meno fitti i nostri taccuini degli spettacoli.

di Francesca Oddone, 27 agosto 2026
Articolo pubblicato su Persinsala

 
MAISON DE LA DANSE – STAGIONE 2026–2027
Lione, settembre 2026 – giugno 2027
 
Direzione: Tiago Guedes
In programma: Katerina Andreou & Mélissa Guex, Christos Papadopoulos, Angelin Preljocaj, Dalila Belaza, Cloud Gate Dance Theatre of Taiwan, (LA)HORDE, Anne Nguyen, Ballet de l’Opéra de Lyon, Ballet de l’Opéra national du Rhin, Xiexin Dance Theatre, Circa, Grupo Corpo, Les Idoles, ecc.
 

J’écris cet article sur la programmation 2026-2027 de la Maison de la Danse avant tout pour le plaisir : celui de l’avant-goût que procure l’écriture.

Se plonger dans une nouvelle saison, c’est déjà se laisser happer : la curiosité s’éveille, le désir de découvrir les œuvres grandit. Parcourir les créations à travers les paroles de celles et ceux qui portent la saison, c’est, d’une certaine manière, commencer à en faire l’expérience, au-delà du temps compté des conférences de presse.

C’est alors que des chemins se creusent : des itinéraires chorégraphiques s’esquissent dans l’esprit, au gré des œuvres déjà connues, des intuitions nées à leur contact et des anticipations suscitées. C’est surtout une manière de rester à l’écoute de notre désir. Lesquelles allons-nous découvrir sur scène ? C’est aussi un défi : le moment venu, nous pourrons mesurer ce que notre imagination en avait pressenti – et ce qu’elle avait, sans doute, projeté.

Je n’ai pas abordé la saison 2026-2027 de la Maison de la Danse comme une simple succession de spectacles, mais j’ai cherché à savoir si cette programmation laissait apparaître, en creux, une certaine idée du corps. À la parcourir, une conception du corps contemporain semble revenir avec insistance.

Peu à peu, quatre lignes de force se dégagent : le corps comme lieu de transformation et de libération, dans WE NEED SILENCE de Katerina Andreou ; le corps collectif, notamment dans My Fierce Ignorant Step de Christos Papadopoulos ; le corps comme lieu de mémoire, de transmission et de réécriture, avec Sacre # 2 de Dominique Brun ; enfin, un corps dont les frontières se brouillent au contact d’autres matières, d’autres sensations et d’autres présences, comme dans STRIP du collectif Les Idoles.

Il s’agit, dans tous les cas, d’un corps qui n’est jamais seul, jamais neutre, jamais stable : un corps traversé par les sollicitations perceptives, les forces, le désordre et les relations, par les autres, par l’histoire et par le monde qui l’entoure.

On entend parfois, dans les discours qui accompagnent la création contemporaine, que le corps ne serait désormais plus destiné à être contemplé. Mais faut-il vraiment opposer le corps à contempler au corps à éprouver, à questionner ou à mettre en relation ? La vulnérabilité, l’imperfection, la fatigue et la fragilité n’ôtent rien à son pouvoir de fascination. Elles peuvent, au contraire, le déplacer. Contempler un corps qui doute, qui résiste, qui vacille ou qui échoue, c’est encore contempler – mais autrement.

Pour ma part, je ne peux pas m’en empêcher. Dans la faille identitaire, dans la révolte des danses urbaines ou dans la chute (Après moi, le déluge de (LA)HORDE / Ballet national de Marseille), je reviens toujours au corps, cet outil merveilleux : je ne peux m’empêcher de le contempler. Ni la surcharge, ni la présence collective, ni la collision, ni le cri ne m’en détournent.

Et même lorsque la danse part en quête de formes nouvelles, plus sensibles et moins visuelles, qu’elle passe par le silence, les dispositifs sonores ou la transe, le corps demeure le foyer privilégié de mon imaginaire, le plus poétique, le plus troublant. Cet instrument extraordinaire, capable de « ressentir autrement » et de transformer sa manière d’évoluer, reste à mes yeux l’objet ultime de contemplation.

La saison 2026-2027 ne rompt pas avec les pistes explorées par la Maison de la Danse ces dernières années, mais elle semble en déplacer légèrement la focale : le corps contemporain devient d’autant plus intéressant lorsqu’il est pris dans un réseau de stimulations, de relations et de forces qui le dépassent. Un corps à contrepied, insaisissable.

Pour certain(e)s artistes, cette mise en relation semble s’inscrire dans la continuité de leur démarche et de leurs œuvres antérieures. Pour d’autres, elle revêt une forme plus ambivalente. Je pense notamment à Dalila Belaza, artiste associée à la Maison de la Danse pour les trois prochaines saisons. Dans Orage, que j’ai découvert lors de la Biennale de la danse 2025, le corps était tout entier pris dans un rapport au son, à la vibration, à l’obscurité et à la présence du musicien. Et pourtant, quelque chose me semblait faire obstacle à l’expérience du spectateur. Livré à la matière sonore, traversé par elle, certes, le corps paraissait néanmoins maintenu à distance de la salle et du public. J’ai donc hâte de découvrir, en novembre, comment ce mouvement se déploiera dans l’écriture plus chorale d’Un peu pour mon cœur…

Un dernier élément prolonge cette lecture au-delà du plateau : la Maison de la Danse ne réserve pas à la scène cette conception de la relation. Le projet Mercredis curieux ouvre la pratique de la danse à de jeunes publics ayant des besoins spécifiques, tandis que SACRE et territoire déploie spectacles, résidences et actions de médiation dans les territoires ruraux de l’Ain, de l’Allier et du Beaujolais.

La question « Qui peut habiter le corps dansant, et où la danse peut-elle avoir lieu ? »  dépasse donc le seul cadre des spectacles programmés pour toucher au projet même de la Maison. En tant qu’institution, celle-ci semble ainsi interroger régulièrement les frontières de la danse : qui peut la pratiquer ou la découvrir, dans quels espaces et à quelles conditions ?

Il suffit d’ailleurs de considérer l’ouverture de la saison, hors les murs : aux Subs, Katerina Andreou et Mélissa Guex présentent SHOUT TWICE, après avoir été accueillies en résidence de création. La saison s’ouvre ainsi sous l’immense Verrière, dans un espace où la frontière entre le plateau et la salle devient immédiatement plus poreuse.

J’aime particulièrement ces ex-cursions de la Maison de la Danse dans la ville, cette manière délicate d’habiter des lieux qui ne sont pas les siens. Côté plateau, autant de compagnies fétiches que d’artistes à découvrir : une saison à peine plus resserrée, mais certainement pas de quoi alléger nos carnets de spectacles.

Par Francesca Oddone, 27 août 2026
Article paru sur 
Persinsala

MAISON DE LA DANSE – SAISON 2026–2027
Lyon, septembre 2026 – juin 2027

Direction : Tiago Guedes
Au programme : Katerina Andreou & Mélissa Guex, Christos Papadopoulos, Angelin Preljocaj, Dalila Belaza, Cloud Gate Dance Theatre of Taïwan, (LA)HORDE, Anne Nguyen, Ballet de l’Opéra de Lyon, Ballet de l’Opéra national du Rhin, Xiexin Dance Theatre, Circa, Grupo Corpo, Les Idoles, etc.

Infos : maisondeladanse.com

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