LES NUITS DE FOURVIÈRE, LYON.
La maquette d’un complexe industriel surgit des eaux du lac
Dans le cadre saisissant des Théâtres romains de Fourvière, la relecture d’Angelin Preljocaj réinscrit l’imaginaire romantique dans le récit d’un effondrement progressif de l’équilibre entre l’homme et la nature.
Traduzione in italiano
La maquette di un progetto industriale affiora dal lago
Nel suggestivo scenario dei teatri romani di Fourvière, la riscrittura di Preljocaj traspone l'immaginario romantico nella rappresentazione di un progressivo collasso degli equilibri tra uomo e natura.
C’è un’immagine che, più di ogni altra, definisce il Lago dei cigni di Angelin Preljocaj: la trasposizione dell’immaginario fiabesco delle leggende germaniche e slave, sedimentato nella coreografia di Petipa e Ivanov, in un paesaggio di epoca industriale. La vicenda costruita sulla partitura di Čajkovskij resta riconoscibile, ma il suo orizzonte muta radicalmente.
Presentata nel 2020 alla Comédie de Clermont-Ferrand e riproposta alle Nuits de Fourvière, la creazione si apre su un fondale attraversato dalle videoproiezioni di Boris Labbé: un flusso di immagini in bianco e nero in continua metamorfosi. Nuvole, foreste, meduse, rocce, rive di un lago, pioggia, grattacieli e fabbriche si susseguono senza soluzione di continuità, componendo uno spazio in cui il paesaggio naturale e quello industriale convivono. Il lago cessa così di essere soltanto un luogo della fiaba per trasformarsi in uno spazio mentale, sospeso tra memoria letteraria e coscienza.
Come nella tradizione, la pièce si apre con una festa. Alla corte principesca del libretto ottocentesco subentra però l’universo dell’alta borghesia imprenditoriale: camerieri che sistemano il tovagliato e servono champagne, ospiti avvolti nei costumi colorati di Igor Chapurin. È in questa prima sequenza che emerge con maggiore evidenza il dialogo di Preljocaj con il lessico classico. La struttura del ballo di società, la gerarchia dello spazio, la verticalità delle posture e le batterie di salti maschili richiamano le grandi elevazioni e il virtuosismo del principe Siegfried. Questo impianto viene tuttavia poco a poco deformato da torsioni del busto, improvvisi cedimenti del peso, prese ravvicinate e una gestualità che si concentra soprattutto sulle spalle e sulle braccia, fino a evolvere radicalmente quando Siegfried, estraneo al mondo cui appartiene, abbandona la festa e raggiunge il lago. La cesura è sottolineata dall’apparizione della maquette di uno stabilimento industriale e dalla manipolazione di un grande schema progettuale che invade lo spazio scenico.
Con l’ingresso nel mondo dei cigni, la scenografia video assume una funzione narrativa determinante: edifici in costruzione che si ingigantiscono, reticoli tridimensionali e paesaggi digitali che affiorano e si dissolvono suggeriscono un lago già minacciato dalla presenza umana. A questa trasformazione dello spazio corrisponde quella del movimento: l’incontro con Odette introduce una scrittura più fluida e organica, culminando nel grande passo a due che costituisce il cuore lirico del balletto.
A livello drammaturgico, Preljocaj interrompe la continuità della partitura di Čajkovskij con gli inserti elettronici del collettivo 79D. Si tratta di fenditure sonore attraverso cui il presente irrompe nella fiaba: la materia orchestrale lascia improvvisamente spazio a pulsazioni metalliche, frequenze elettroniche e paesaggi acustici che accompagnano l’avanzare del mondo industriale. In questa creazione il conflitto si sottrae tanto alla relazione familiare quanto all’incantesimo di Rothbart per assumere una dimensione manifestamente ecologica. Le immagini della devastazione ambientale mostrano il lago progressivamente invaso dalle costruzioni industriali, mentre i cigni diventano la rappresentazione di un ecosistema destinato a soccombere. Le luci di Éric Soyer accompagnano il progressivo oscurarsi dello spazio scenico, senza che questa cupezza investa la scrittura coreografica.
Preljocaj evita infatti che la narrazione precipiti in un registro esclusivamente tragico. La coreografia si apre a tratti a un registro sorprendentemente giocoso, infrangendo la solennità con improvvisi cambi di dinamica, prese apparentemente improvvisate e inattesi momenti di leggerezza. Anche la celebre variazione dei quattro cignetti acquista una qualità più vivace e terrena nella desacralizzazione del passo di repertorio, mentre Odile, nel terzo quadro, sostituisce la nobile distanza della fanciulla ottocentesca con una seduzione ironica e provocatoria, costruita sulla spontaneità e sulla manipolazione del desiderio di Siegfried. Cifra ricorrente del suo linguaggio, il coreografo restituisce al corpo il piacere del movimento anche nei passaggi più drammatici.
Se nel primo atto l’impianto classico viene incrinato, è nella seconda parte della creazione che la grammatica contemporanea prende definitivamente il sopravvento. La scrittura procede per accumulo, moltiplicando passaggi a terra, piedi riportati en dedans e continue riconfigurazioni del gruppo. I danzatori si osservano, si organizzano in aggregazioni mobili, soggette a continue dispersioni e ricomposizioni, muovendosi per propagazione come un organismo unico che reagisce agli stimoli dell’ambiente. La composizione spaziale privilegia diagonali, traiettorie oblique e flussi continui, evitando la frontalità e la fissità delle figure tradizionali. Ne deriva una tessitura che lavora più sulla circolazione dell’energia che sul disegno delle forme, restituendo ai cigni una qualità quasi etologica, più vicina al comportamento di uno stormo che alla sua stilizzazione accademica.
Nel finale la fabbrica è ormai stata eretta e suoni discordanti invadono il paesaggio sonoro. La morte di Odette non viene enfatizzata come apice drammatico, ma si dissolve nella continuità dell’azione scenica. L’incantesimo della fiaba e la tragedia individuale lasciano il posto a un risvolto storico e collettivo che implica industrializzazione, sfruttamento delle risorse e distruzione dell’ambiente. Di conseguenza, anche la morte del cigno non racconta più soltanto il destino di due amanti, ma diventa l’immagine della perdita irreversibile di un equilibrio tra l’uomo e la natura.
di Francesca Oddone, visto il 2 luglio 2026
Articolo pubblicato su Persinsala
Lo spettacolo è andato in scena
Les Nuits de Fourvière
Théâtres romains de Fourvière
17, rue Cleberg 69005 Lyon (FR)
1-3 luglio 2026
Il Lago dei cigni | Balletto Preljocaj
coreografia Angelin Preljocaj
musica Pëtr Il’ič Čajkovskij
musica aggiuntiva 79D
creazione video Boris Labbé
creazione luci Éric Soyer
costumi Igor Chapurin
assistente alla direzione artistica Youri Aharon Van den Bosch
assistente alle prove Cécile Médour
coreologia Dany Lévêque
interpreti Lucile Boulay, Celian Bruni, Elliot Bussinet, Zoé Charpentier, Baptiste Coissieu, Leonardo Cremaschi, Mirea Delogu, Lucia Deville, Antoine Dubois, Clara Freschel, Isabel García López, Jack Gibbs, Mar Gómez Ballester, Naïse Hagneré, Verity Jacobsen, Jordan Kindell, Beatrice La Fata, Laurent Le Gall, Théa Martin, Florine Pegat Toquet, Agathe Peluso, Mireia Reyes Valenciano, Simon Ripert, Khevyn Sigismondi, Manuela Spera, Micol Taiana
produzione Ballet Preljocaj
coproduzione Chaillot – Théâtre national de la Danse, Biennale de la danse de Lyon 2021 / Maison de la Danse, La Comédie de Clermont-Ferrand, Festspielhaus St. Pölten (Austria), Les Théâtres – Grand Théâtre de Provence, Teatri di Compiègne
Residenza di creazione: Grand Théâtre de Provence
Une image, plus que toute autre, résume Le Lac des cygnes d’Angelin Preljocaj : la transposition dans un paysage industriel de l’univers féerique issu des légendes germaniques et slaves, cristallisé dans la chorégraphie de Petipa et Ivanov. Portée par la partition de Tchaïkovski, l’intrigue reste immédiatement reconnaissable, mais son horizon s’en trouve déplacé.
Créée en 2020 à la Comédie de Clermont-Ferrand avant d’être reprise aux Nuits de Fourvière, l’œuvre s’ouvre sur une scénographie vidéo conçue par Boris Labbé : un flux d’images en noir et blanc, en perpétuelle métamorphose. Nuages, forêts, méduses, rochers, rives lacustres, pluie, gratte-ciel et usines se succèdent sans rupture, dessinant un espace où le paysage naturel et le paysage industriel coexistent. Le lac cesse alors d’être le simple décor du conte pour devenir un espace mental, suspendu entre mémoire littéraire et conscience.
Comme le veut la tradition, le ballet s’ouvre sur une fête. La cour princière du livret du XIXe siècle cède toutefois la place à l’univers de la grande bourgeoisie industrielle : des serveurs dressent les tables et font circuler le champagne parmi des invités vêtus des costumes colorés imaginés par Igor Chapurin. C’est dans cette première séquence que le dialogue de Preljocaj avec le vocabulaire classique se révèle le plus clairement. La structure du bal mondain, la hiérarchie de l’espace, la verticalité des postures et les batteries de sauts masculins rappellent les grandes élévations et la virtuosité associées au prince Siegfried. Peu à peu, pourtant, cet héritage se déforme : torsions du buste, ruptures soudaines de l’équilibre, portés rapprochés et gestuelle concentrée sur les épaules et les bras infléchissent l’écriture. La métamorphose s’accomplit lorsque Siegfried, étranger au monde auquel il appartient, quitte la réception pour rejoindre le lac. Cette rupture prend corps avec l’apparition de la maquette d’un complexe industriel, puis par le déploiement d’un vaste plan d’architecte qui surgit sur le plateau.
Lorsque le monde des cygnes apparaît, la scénographie vidéo acquiert une fonction pleinement narrative. Des bâtiments en construction grandissent à vue, tandis que des structures tridimensionnelles et des paysages numériques apparaissent puis s’effacent, laissant deviner un lac déjà menacé par la présence humaine. À cette mutation de l’espace répond celle du mouvement : la rencontre avec Odette introduit une écriture plus fluide et plus organique, plus élégante aussi, qui trouve son accomplissement dans le grand pas de deux, véritable cœur lyrique du ballet.
Sur le plan dramaturgique, Preljocaj rompt la continuité de la partition de Tchaïkovski par des séquences électroniques du collectif 79D. Ces irruptions sonores ouvrent la fable au présent : la matière orchestrale cède brusquement la place à des pulsations métalliques, des fréquences électroniques et des paysages acoustiques qui accompagnent la progression inexorable du monde industriel. Le conflit ne relève plus ni des rapports familiaux ni du sortilège de Rothbart, et prend une dimension ouvertement écologique. Les images de la dévastation environnementale montrent un lac de plus en plus envahi par les constructions industrielles, tandis que les cygnes deviennent les figures d’un écosystème voué à disparaître. Les lumières d’Éric Soyer accompagnent l’assombrissement progressif du plateau, sans que cette obscurité ne gagne pour autant l’écriture chorégraphique.
Preljocaj veille en effet à ne jamais enfermer le récit dans un registre exclusivement tragique. Par moments, la chorégraphie s’autorise à une légèreté inattendue : la solennité se brise au gré de brusques changements de dynamique, de portés qui semblent naître spontanément du mouvement et de fugaces parenthèses d’insouciance. La célèbre variation des quatre petits cygnes acquiert ainsi une qualité plus frétillante et plus terrestre par la désacralisation du pas de répertoire, tandis qu’au troisième tableau Odile substitue à la noble distance de l’héroïne romantique une séduction ironique et provocatrice, fondée sur la spontanéité autant que sur la manipulation du désir de Siegfried. Fidèle à l’une des constantes de son langage chorégraphique, Preljocaj restitue au corps le plaisir du mouvement jusque dans les passages les plus dramatiques.
Si le premier acte fissure déjà l’édifice classique, c’est dans la seconde partie de l’œuvre que la grammaire contemporaine s’impose pleinement. L’écriture procède par accumulation, multipliant les passages au sol, les pieds ramenés en dedans et les incessantes reconfigurations du groupe. Les danseurs s’observent, s’organisent en formations mouvantes, sans cesse dispersées puis recomposées, évoluant par propagation comme un organisme unique réagissant aux sollicitations de son environnement. La composition spatiale privilégie les diagonales, les trajectoires obliques et les flux continus, délaissant la frontalité et la fixité des figures traditionnelles. Il en résulte une trame chorégraphique qui travaille davantage à la circulation de l’énergie qu’au dessin des formes, conférant aux cygnes une qualité presque éthologique, plus proche du comportement d’un vol d’oiseaux que de sa stylisation académique.
Au dénouement, l’usine est achevée et des sonorités discordantes envahissent le paysage sonore. La mort d’Odette n’est pas traitée comme un point culminant, mais se fond dans la continuité de l’action scénique. Le sortilège du conte de fée et la tragédie individuelle cèdent la place à une dimension historique et collective, où se rejoignent industrialisation, exploitation des ressources et destruction de l’environnement. Dès lors, la mort du cygne ne raconte plus seulement le destin de deux amants : elle devient l’image de la perte irréversible d’un équilibre entre l’homme et la nature.
Par Francesca Oddone
Article paru sur Persinsala
Le spectacle a eu lieu
Les Nuits de Fourvière
Théâtres romains de Fourvière
17, rue Cleberg 69005 Lyon (FR)
1-3 juillet 2026
Le Lac des cygnes | Ballet Preljocaj
chorégraphie Angelin Preljocaj
musique Piotr Ilitch Tchaïkovski
musique additionnelle 79D
vidéo Boris Labbé
lumières Éric Soyer
costumes Igor Chapurin
adjoint à la direction artistique Youri Aharon Van den Bosch
assistante répétitrice Cécile Médour
choréologue Dany Lévêque
danseurs à la création Lucile Boulay, Celian Bruni, Elliot Bussinet, Zoé Charpentier, Baptiste Coissieu, Leonardo Cremaschi, Mirea Delogu, Lucia Deville, Antoine Dubois, Clara Freschel, Isabel García López, Jack Gibbs, Mar Gómez Ballester, Naïse Hagneré, Verity Jacobsen, Jordan Kindell, Beatrice La Fata, Laurent Le Gall, Théa Martin, Florine Pegat Toquet, Agathe Peluso, Mireia Reyes Valenciano, Simon Ripert, Khevyn Sigismondi, Manuela Spera, Micol Taiana
Production Ballet Preljocaj
Coproduction Chaillot – Théâtre national de la Danse, Biennale de la danse de Lyon 2021 / Maison de la Danse, La Comédie de Clermont-Ferrand, Festspielhaus St Pölten (Autriche), Les Théâtres – Grand Théâtre de Provence, Théâtres de Compiègne
Résidence de création : Grand Théâtre de Provence



