LYON.
La faille entre deux appartenances
Une histoire de défis relevés : du quartier au Centre chorégraphique national, le parcours de Moncef Zebiri est celui d’une danse nourrie par l’expérience du terrain, la transmission et l’engagement collectif.
Traduzione in italiano
La faglia tra due appartenenze
Una storia di sfide raccolte e affrontate: dalle strade di periferia al Centro Coreografico Nazionale, il percorso di Moncef Zebiri è quello di un danzatore nutrito dall’esperienza sul campo, dal desiderio di trasmissione e dall’impegno collettivo.
«Pulite il pavimento!» È così che il giovane Moncef Zebiri si divertiva ad apostrofare i ragazzi che praticavano il breaking nel suo quartiere. Una presa in giro ispirata ai loro movimenti al suolo, nei corridoi tra i palazzi, lanciata da chi osservava senza avere ancora il coraggio di partecipare. Qualche anno più tardi, però, sarebbe diventato uno di loro.
All’epoca, la danza non lo riguarda. Come molti ragazzi del suo quartiere, Moncef gioca a calcio e guarda da lontano i breaker che si allenano negli spazi pubblici. Tuttavia, di fronte a una sfida lanciatagli da alcuni coetanei, la curiosità prende il sopravvento. Comincia a riprodurre alcuni movimenti, poi a frequentare i luoghi in cui la cultura hip-hop nasce e si diffonde: dalla cittadina di Bron ai sotterranei della stazione ferroviaria di Lyon-Perrache, fino alla piazza antistante il teatro dell’Opéra di Lione. A ogni tappa, Moncef attraversa una frontiera, geografica ma anche simbolica.
In quegli anni, gli interventi di azione culturale svolgono un ruolo decisivo. I laboratori organizzati nei centri sociali, i progetti sviluppati da Pôle en Scènes e le iniziative promosse da Mourad Merzouki aprono nuovi orizzonti. Moncef scopre che la danza può sbloccare un linguaggio, offrire uno strumento di espressione e un modo diverso di abitare lo spazio pubblico.
Insieme al collettivo Pokémon Crew, battle, jam e allenamenti quotidiani finiscono per diventare un vero e proprio stile di vita. Le vittorie si moltiplicano, cresce la visibilità mediatica e, dopo la conquista del titolo mondiale, i danzatori vengono persino ricevuti all’Hôtel de Ville di Lione. Eppure, dietro questa ascesa, si gioca un altro delicato equilibrio: in una famiglia di sei figli, lo studio rimane una priorità. «Mi destreggiavo tra la danza e gli studi. Per i miei genitori era importante. Non volevo entrare in conflitto con loro». La passione doveva trovare il proprio spazio senza interrompere il dialogo con la famiglia.
Seduti sulla terrazza del NoZe Café, in una mattina d’estate, Moncef mi racconta il passaggio dalle battle alla creazione coreografica. Autodidatta, inizia a pensare il movimento in un altro modo: non più come confronto o sfida, ma come scrittura collettiva. Ben presto sceglie di attingere a ciò che conosce meglio: la propria storia.
La sua prima creazione, Là-bas chez vous (2010), esplora in modo intimo la sensazione di essere divisi tra più mondi. La storia familiare, gli sguardi rivolti ai figli di immigrati diventano materia coreografica. «Ero sballottato tra due culture», riassume. Accanto al danzatore Brahim Zaibat, si interroga anche sul modo in cui gli altri li percepiscono, tra identità imposte e proiezioni esterne.
I festival, gli incontri e la frequentazione delle scene contemporanee internazionali alimentano progressivamente il suo sguardo; tuttavia, Moncef rifiuta di lasciarsi rinchiudere in modelli precostituiti. «Il migliore insegnamento per me è venuto dall’esperienza sul campo.» Il suo approccio rimane profondamente ancorato alla pratica. Poco alla volta però, la sua estetica si allontana da una logica esclusivamente performativa per lasciare maggiore spazio all’interpretazione, alla profondità del gesto e alle storie che quel gesto porta con sé.
È una riflessione che attraversa anche il nuovo progetto, The Get Down, una creazione per dieci danzatori e quattro musicisti. Attraverso questo lavoro, Moncef Zebiri cerca di ritrovare l’essenza della cultura hip-hop: un linguaggio nato all’interno di comunità spesso confrontate con diverse forme di dominio sociale, culturale ed economico. Una ricerca che porta la riflessione ben oltre la scena: come riconoscere pienamente la ricchezza di pratiche a lungo relegate ai margini? Come affermare il valore artistico di danze nate fuori dai circuiti dominanti?
Per lui, la danza urbana porta in sé proprio questa forza: quella di uno sguardo costruito tra realtà diverse, capace di resistere alle gerarchie culturali che strutturano il mondo dell’arte e di estendersi naturalmente alle questioni legate al territorio. «Non ho voglia di scegliere tra la Francia e l’Algeria. È questo che arricchisce la mia percezione. Questa frontiera, il Mediterraneo, io sto bene in quel mare.»
Oggi, la scena lionese gli appare come un territorio dinamico, ricco di strutture dedicate alla formazione, alla creazione e alla diffusione, dove tuttavia i legami tra pratiche amatoriali e professionali restano ancora da rafforzare. Il Défilé della Biennale de la danse rimane, secondo lui, uno dei pochi spazi capaci di far coesistere questi mondi diversi all’interno di uno stesso slancio collettivo.
Questo profondo legame con il lavoro di mediazione, con i progetti condotti insieme agli abitanti e la convinzione della necessità di coinvolgere pubblici sempre più diversi nelle dinamiche culturali non potevano che portarlo verso una nuova tappa. A 37 anni, mentre continua a definirsi innanzitutto danzatore e coreografo, una candidatura al programma La Relève della Direction régionale des affaires culturelles (DRAC) lo mette di fronte a un universo istituzionale fatto di studio, responsabilità e nuovi codici. «Ero completamente spaesato», racconta sorridendo.
Eppure, pochi mesi più tardi, entra nel Centre Chorégraphique National di Rillieux-la-Pape. Accompagnato da Marianne Rosset e da altri partner istituzionali e artistici, si confronta con le sfide legate alla direzione di una struttura culturale: reti, amministrazione, responsabilità gestionali.
Una sfida di grande portata, all’interno di un percorso che non lo allontana dal contesto da cui proviene. Un modo per ricordare che l’impegno artistico, sociale e culturale si costruisce prima di tutto nella relazione con gli altri, nel cuore di quella faglia feconda tra appartenenze molteplici.
di Francesca Oddone
« Vous faites la serpillière ! » C’est ainsi que le jeune Moncef Zebiri s’amusait à interpeller les danseurs qui pratiquaient le breaking dans son quartier. Une moquerie inspirée par leurs mouvements au sol dans l’allée entre les immeubles, lancée par celui qui observe sans encore oser participer. Quelques années plus tard, il deviendra pourtant l’un d’eux.
À l’époque, la danse ne le concerne pas. Comme beaucoup de jeunes de son quartier, il joue au football et regarde de loin les breakers qui s’entraînent dans l’espace public. Face à un défi, la curiosité l’emporte. Il commence à reproduire certains mouvements, puis à fréquenter les lieux où la culture hip-hop s’invente et se transmet : de Bron au sous-sol de la gare Perrache, jusqu’au parvis de l’Opéra de Lyon. À chaque étape, il franchit une frontière, géographique autant que symbolique.
L’action culturelle joue alors un rôle décisif. Les ateliers menés dans les centres sociaux, les projets développés à Pôle en Scènes ou encore les initiatives portées par Mourad Merzouki ouvrent de nouveaux horizons. Moncef découvre que la danse peut déverrouiller un langage, offrir un moyen d’expression et une manière d’habiter l’espace public.
Avec les Pokémon Crew, les battles, les jams et les entraînements quotidiens deviennent un véritable mode de vie. Les victoires s’enchaînent, la reconnaissance médiatique arrive, les danseurs sont même reçus à l’Hôtel de Ville de Lyon lorsqu’ils sont proclamés champions du monde. Pourtant, derrière cette ascension se joue un autre équilibre. Dans une famille de six enfants, les études restent une priorité. « Je jonglais entre la danse et les études. C’était important pour mes parents. Je ne voulais pas entrer en conflit avec eux. » La passion doit trouver sa place sans rompre le dialogue familial.
Installés à la terrasse du NoZe Café par un matin d’été, Moncef me raconte le passage du battle à la création chorégraphique. Autodidacte, il apprend à penser le mouvement autrement : non plus comme une confrontation, mais comme une écriture collective. Très vite, il choisit de puiser dans ce qu’il connaît le mieux : sa propre histoire.
Sa première pièce, Là-bas chez vous (2010), explore de manière intime le sentiment d’être partagé entre plusieurs mondes. Le parcours familial, les regards portés sur les enfants issus de l’immigration deviennent matière chorégraphique. « J’étais balloté entre deux cultures », résume-t-il. Aux côtés de Brahim Zaibat, il interroge également la manière dont les autres les perçoivent, entre assignations identitaires et projections extérieures.
Si les festivals, les rencontres et la fréquentation des scènes contemporaines nourrissent progressivement son regard, Moncef refuse de se laisser enfermer dans des modèles préétablis. « Ma meilleure formation, ça a été le terrain. » Son approche reste profondément ancrée dans l’expérience. Peu à peu, son esthétique s’éloigne d’une logique exclusivement performative de battle pour accorder davantage de place à l’interprétation, à la profondeur du geste et aux récits qu’il porte.
Cette réflexion irrigue notamment son nouveau projet The Get Down, pièce réunissant dix danseurs et quatre musiciens, attendu sur scène en mai 2027. À travers cette création, il cherche à retrouver l’essence de la culture hip-hop : un langage forgé par des communautés souvent confrontées à différentes formes de domination sociale, culturelle ou économique. Car les enjeux esthétiques résonnent bien au-delà de la scène : comment reconnaître pleinement la richesse de pratiques longtemps reléguées à une position subalterne ? Comment défendre la valeur artistique des danses issues des marges ?
Pour lui, la danse urbaine porte précisément cette force : celle d’un regard construit entre plusieurs réalités, qui résiste aux hiérarchies culturelles structurant le monde de l’art et s’étend naturellement aux enjeux de territoire. « Je n’ai pas envie de choisir entre la France et l’Algérie. C’est ce qui enrichit ma perception. Cette frontière, la Méditerranée, je suis bien dans cette mer-là. »
Aujourd’hui, la scène lyonnaise apparaît à ses yeux comme un territoire dynamique, riche de structures de formation, de création et de diffusion, où les liens entre pratiques amateurs et professionnelles restent toutefois à renforcer. Le Défilé de la Biennale de la danse demeure, selon lui, l’un des rares espaces capables de faire coexister ces différents mondes dans un même élan collectif. Cet attachement profond au travail de médiation, aux projets menés avec les habitants et la conviction qu’il est nécessaire d’associer des publics d’autant plus variés aux dynamiques culturelles ne pouvaient que le conduire à franchir une nouvelle étape.
À 37 ans, alors qu’il se définit encore avant tout comme danseur et chorégraphe, une candidature au programme La Relève – porté par le Ministère de la Culture, Sciences Po Executive Education et l’association Les Déterminés – le place face à un univers institutionnel, entre études, réseaux et responsabilités. « J’étais largué », confie-t-il dans un sourire. Quelques mois plus tard pourtant, il intègre le Centre chorégraphique national de Rillieux-la-Pape. Au contact de nombreux partenaires institutionnels et artistiques, Moncef découvre les réalités de la direction d’une structure culturelle : relations, administration, gestion. Un défi de taille dans un parcours qui ne l’éloigne pas du milieu dont il est issu. Une manière de rappeler que l’engagement artistique, social et culturel se construit avant tout dans la relation aux autres, au cœur de cette faille féconde entre plusieurs appartenances.
Par Francesca Oddone




