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Ph. Marc Domage

ICÔNES

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OPÉRA NATIONAL DE LYON, LYON.

La délicatesse

Construire des chorégraphies sans s’appuyer sur la narration

La delicatezza

Costruire coreografie senza affidarsi alla narrazione

La stagione della danza 2026-2027 si apre, all’Opéra nazionale di Lione, con un dittico composto da Dance di Lucinda Childs, creazione del 1979 e ripresa dal Ballet de l’Opéra de Lyon, e HØPE, nuova creazione di Alessandro Sciarroni. La stagione proseguirà a novembre con Le Sacre du printemps e House, di Mats Ek e Sharon Eyal.

Nel buio della sala, la percezione dello spettatore viene avvolta dalla musica minimalista di Philip Glass e dalle immagini video di Sol LeWitt proiettate sul fondale, mentre i danzatori emergono lateralmente, a coppie, e attraversano orizzontalmente la scena, come un flusso continuo di corpi sincroni che disegnano traiettorie parallele. Salti, rotazioni e semplici passi: chassés, rimbalzi ed elementi geometrici si combinano e modificano continuamente le direzioni del corpo. Gli interpreti, nei costumi bianchi, lucidi e aderenti, vorticano sulla scena come fiocchi di neve.

Il film in bianco e nero, realizzato a partire dalla coreografia originale del 1979, si distacca presto dal fondale per essere proiettato su uno schermo trasparente collocato tra il pubblico e i danzatori, introducendo così un secondo piano visivo. Le immagini ripropongono gli stessi movimenti della coreografia, ma ripresi da diverse angolazioni e a diverse scale, e si sovrappongono ai corpi presenti sulla scena, come in un ologramma, moltiplicando le traiettorie e la percezione dello spazio. Le superfici a scacchiera, filmate in prospettiva, producono inoltre un’illusione ottica di profondità e inclinazione del piano, mentre i danzatori lo attraversano.

L’opera, originata nel clima della danza postmoderna americana e del minimalismo newyorkese – dopo l’esperienza di Lucinda Childs con il compositore Philip Glass e il regista Robert Wilson in Einstein on the Beach (1976) – è entrata nel repertorio dell’Opéra di Lione esattamente dieci anni fa. Alcuni degli artisti che la portano in scena oggi avevano già partecipato a quella prima ripresa. Tra loro Marco Merenda, oggi maître de ballet della compagnia insieme a Raúl Serrano Núñez. Si tratta di una coreografia astratta, ripetitiva e fortemente strutturata, fondata sul flusso, sulla variazione e sulla percezione dello spazio e composta attraverso una partitura grafica che organizza traiettorie, percorsi, diagonali, cerchi, combinazioni. È un’opera che richiede agli interpreti, alcuni dei quali compiono una cinquantina di entrate in scena nel corso della coreografia, un’estrema attenzione anche dietro le quinte e una dedizione assoluta al lavoro collettivo.

Le sequenze d’insieme sono interrotte da un solo più rallentato, che concentra gli stessi principi compositivi nel corpo di una sola danzatrice (Jacqueline Bâby, per la seconda distribuzione). Una scrittura precisa di elementi del linguaggio classico – déboulés, temps levé, jetés en tournant – sostiene e amplia progressivamente la struttura, mentre la traccia sonora accompagna il crescendo di ripetizioni e variazioni in una composizione sempre più articolata. È uno sciame morbido ed elegante che scivola sulla scena: non un nugolo di insetti luminosi, ma un insieme di corpi che si separano, si ricompongono e tornano a confluire nello spazio, provocando un’ebrezza delicata di pura danza.

La cerniera tra le due creazioni proposte all’Opéra di Lione mi sembra trovarsi in una domanda che le accomuna: come costruire una coreografia senza affidarsi alla narrazione? In Dance, la narrazione è assente: a prendere forma sono la geometria, la reiterazione e il rapporto tra corpi, musica e immagini. Dopo l’intervallo, Alessandro Sciarroni parte invece da una forma di danza immediatamente riconoscibile, il Two-Step legato all’immaginario country, e la porta verso una ricerca sul ritmo, sul gesto, sull’ascolto reciproco e sulla resistenza del corpo.

Il dispositivo scenico cambia radicalmente. Il plateau è un quadrato bianco quasi spoglio: la pista da ballo è contornata da flycase nere su ruote, mentre sul fondo compare la grande immagine fotografica di un bambino vestito da principe, con spada e corona. I danzatori sono inizialmente presenti ai margini dello spazio, in un atteggiamento conviviale, fatto di scambi e conversazioni, accompagnato da un brusio discreto.

Anche le prime note del pianoforte non entrano come una composizione già pienamente affermata. Il motivo musicale ripetuto e il movimento procedono insieme per accumulazione: un danzatore, poi due, poi quattro, fino all’intero gruppo. In seguito, il pianoforte lascerà spazio alla chitarra acustica, per finire con le voci di due interpreti, che entrano direttamente nella dimensione del ballo.

Il fatto che i danzatori si inseriscano uno per volta, con discrezione, ricalcando e facendo propria la gestualità dell’altro, contribuisce, insieme alla traccia sonora, a spostare l’attenzione dalla costumistica di Ettore Lombardi legata alla cultura cowboy – jeans, stivali, camicie con le frange, cinture e ovviamente cappelli western a tesa rialzata – verso la relazione che si costruisce tra i corpi.

La frenesia di Dance ha lasciato il posto a una situazione di calma, tanto più sorprendente in un contesto che richiama il ballo sociale. Sotto una luce morbida, il contatto e la connessione tra i danzatori emergono al di là del semplice materiale coreografico: una sequenza di passi scandita dal quick-quick slow-slow, in cui i corpi restano in relazione attraverso la presa e il trasferimento del peso.

Quando l’intero gruppo è ormai sulla scena, questa qualità non viene meno. Per tutta la durata della performance, i movimenti di coppia convivono con quelli del gruppo, che si forma, si ricompone e si disperde con estrema naturalezza. Ne risulta una presenza scenica pulita e distesa, attraversata da un’energia collettiva misurata, elegante e condivisa.

Nel dilatare le possibilità di una danza sociale, Alessandro Sciarroni, che ha rivolto parte della sua ricerca alle pratiche popolari, ne fa un materiale coreografico fondato sulla trasmissione del gesto. Sottraendolo al chiasso, senza privarlo della sua dimensione spontanea e collettiva, il coreografo italiano restituisce al gruppo la speranza di affermare il proprio potenziale con dolcezza ed empatia. Lasciando intravedere che la tradizione folk americana può essere una fonte di ispirazione, capace di assumere sulla scena una forma contemporanea, più intima e concettuale, Sciarroni ne cambia la qualità della presenza.

di Francesca Oddone, visto il 8 settembre 2026
Articolo pubblicato su Altrevelocità

Lo spettacolo è andato in scena
Opéra National de Lyon
1 Place de la Comédie, 69001 Lyon (FR)
05-10 settembre 2026

Icônes | Ballet de l’Opéra de Lyon

Dance (1979)

coreografia Lucinda Childs
musica Philip Glass
costumi A. Christina Giannini
luci Beverly Emmons
concezione originale del film Sol LeWitt
realizzazione del film 2016 Marie-Hélène Rebois
filmato Hélène Louvart, direttrice della fotografia; Anne Abeille, script; Jocelyne Ruiz, montaggio; Philippe Perrot, effetti/trucchi
ripresa produzione Opéra de Lyon
DANCE: © 1978 Dunvagen Music Publishers Incorporation

HØPE (2026)

coreografia Alessandro Sciarroni
assistente alla coreografia Elena Giannotti
insegnante di country line dance Guillaume Richard
assistente all’insegnante di country line dance Noémie Blanchard
musica Pere Jou & Aurora Bauzà
costumi Ettore Lombardi
luci Sébastien Lefèvre
produzione Opéra de Lyon

con il sostegno di Dance Reflections by Van Cleef & Arpels.

La saison de danse 2026-2027 s’ouvre, à l’Opéra national de Lyon, avec un diptyque composé de Dance de Lucinda Childs, créé en 1979 et repris par le Ballet de l’Opéra de Lyon, et de HØPE, nouvelle création d’Alessandro Sciarroni. La saison se poursuivra en novembre avec Le Sacre du printemps et House, de Mats Ek et Sharon Eyal.

Dans l’obscurité de la salle, la musique minimaliste de Philip Glass et les images vidéo de Sol LeWitt projetées sur le fond de scène saisissent le spectateur, tandis que les danseurs émergent latéralement, par deux, et traversent horizontalement la scène, comme un flux continu de corps synchrones dessinant des trajectoires parallèles. Sauts, rotations et pas : chassés, rebonds et éléments géométriques se combinent et déplacent sans cesse les axes du mouvement. Dans leurs costumes blancs, lumineux et ajustés, les interprètes tourbillonnent sur scène comme des flocons de neige.

Le film en noir et blanc, réalisé à partir de la chorégraphie originale de 1979, se détache rapidement du fond de scène pour être projeté sur un écran semi-transparent placé entre le public et les danseurs, introduisant ainsi un second plan visuel. Les images reprennent les mêmes mouvements que la chorégraphie, mais filmés sous différents angles et à différentes échelles, et se superposent aux corps présents sur scène, créant un effet d’hologramme et multipliant les trajectoires et la perception de l’espace. Les surfaces en damier, filmées en perspective, produisent en outre une illusion optique de profondeur et d’inclinaison du plan, tandis que les danseurs le traversent.

L’œuvre, née dans le contexte de la danse postmoderne américaine et du minimalisme new-yorkais – après l’expérience de Lucinda Childs avec le compositeur Philip Glass et le metteur en scène Robert Wilson dans Einstein on the Beach (1976) – est entrée au répertoire de l’Opéra de Lyon il y a exactement dix ans. Certains des artistes qui la portent aujourd’hui à la scène avaient déjà participé à cette première reprise. Parmi eux, Marco Merenda, aujourd’hui maître de ballet de la compagnie aux côtés de Raúl Serrano Núñez. Il s’agit d’une chorégraphie abstraite, répétitive et fortement structurée, fondée sur le flux, la variation et la perception de l’espace, et composée à partir d’une partition graphique qui organise trajectoires, parcours, diagonales, cercles et variations. L’œuvre exige des interprètes, dont certains effectuent pas moins d’une cinquantaine d’entrées en scène au cours de la chorégraphie, une vigilance constante jusque dans les coulisses et une implication totale dans le travail collectif.

Les séquences d’ensemble sont interrompues par un solo plus lent, qui concentre les mêmes principes de composition dans le corps d’une seule danseuse (Jacqueline Bâby, pour la deuxième distribution). Une écriture rigoureuse intégrant des éléments du code classique – déboulés, temps levé, jetés en tournant – soutient et déploie progressivement la structure, tandis que la musique accompagne le crescendo de répétitions et de variations autour des mêmes mouvements, au fil d’une composition toujours plus articulée.

C’est un essaim doux et élégant qui glisse sur scène : non pas une nuée d’insectes luisants, mais un ensemble de corps qui se séparent, se recomposent et se fondent à nouveau dans l’espace, provoquant une ivresse délicate de danse pure.

Ce qui fait le lien entre les deux créations proposées à l’Opéra de Lyon me semble tenir à une même question : comment construire une chorégraphie sans s’appuyer sur la narration ?

Dans Dance, la narration est absente : ce sont la géométrie, la réitération et les rapports entre les corps, la musique et les images qui construisent la chorégraphie. Après l’entracte, Alessandro Sciarroni part au contraire d’une forme de danse immédiatement reconnaissable, le Two-Step associé à l’imaginaire country, et l’oriente vers une recherche sur le rythme, le geste, l’écoute réciproque et la résistance du corps.

Le dispositif scénique change radicalement. Le plateau est un carré blanc presque dépouillé : la piste de danse est bordée de flight-case noirs sur roulettes, tandis qu’au fond apparaît la grande photographie d’un enfant vêtu en prince, avec une épée et une couronne. Les danseurs sont d’abord présents aux marges de l’espace, dans une attitude conviviale faite d’échanges et de conversations, accompagnée d’un brouhaha discret.

Même les premières notes du piano ne surgissent pas comme une composition pleinement affirmée. La musique et le mouvement avancent ensemble par accumulation : un danseur, puis deux, puis quatre, jusqu’à l’ensemble du groupe. Ensuite, le piano laissera place à la guitare acoustique, pour finir avec les voix de deux interprètes, qui se fondent à leur tour dans la danse.

Les danseurs rejoignent l’espace scénique un par un, avec discrétion, en reprenant la gestuelle de l’autre pour se l’approprier. Cette entrée progressive, associée à la musique, détourne peu à peu l’attention des costumes d’Ettore Lombardi, liés aux codes vestimentaires de l’univers western – jeans, santiags, chemises à franges, ceintures à grosses boucles et, bien sûr, chapeaux de cowboy – pour la porter vers la relation qui se construit entre les corps.

La frénésie de Dance a laissé place à un calme teinté de mélancolie, d’autant plus surprenant dans un contexte qui évoque la danse en ligne. Sous une lumière douce, le contact et la connexion entre les danseurs émergent au-delà du simple matériau chorégraphique : une séquence de pas scandée par le quick-quick slow-slow, dans laquelle les corps restent en relation par la prise et le transfert du poids.

Lorsque l’ensemble du groupe est désormais sur scène, cette qualité de relation demeure. Pendant toute la durée de la performance, les mouvements en duo coexistent avec ceux du groupe, qui se forme, se recompose et se disperse avec une grande fluidité. Il en résulte une présence scénique nette et détendue, traversée par une énergie collective mesurée, élégante et partagée.

En élargissant les possibilités d’une danse sociale, Alessandro Sciarroni, qui a consacré une partie de sa recherche aux pratiques populaires, en fait un matériau chorégraphique fondé sur la transmission du geste. En le soustrayant à l’effervescence des bals, sans le priver de sa dimension spontanée et collective, le chorégraphe italien redonne au groupe l’espoir de laisser pleinement exprimer son potentiel, avec douceur et empathie. Laissant entrevoir que la tradition folk américaine peut encore nourrir la création contemporaine, Sciarroni en déplace les codes pour lui donner une présence nouvelle, plus intime et conceptuelle.

Par Francesca Oddone, vu le 8 septembre 2026
Article paru sur Altrevelocità

Le spectacle a eu lieu
Opéra national de Lyon

1 Place de la Comédie, 69001 Lyon (FR)
05–10 septembre 2026

Icônes | Ballet de l’Opéra de Lyon

Dance (1979)
chorégraphie Lucinda Childs
musique Philip Glass
costumes A. Christina Giannini
lumières Beverly Emmons
conception originale du film Sol LeWitt
réalisation du film 2016 Marie-Hélène Reboi
film tourné à l’identique du film original avec les interprètes du Ballet de l’Opéra de Lyon par Hélène Louvart, directrice de la photographie, Anne Abeille, script, Jocelyne Ruiz, montage, Philippe Perrot, trucages
reprise production Opéra de Lyon
DANCE © 1978 Dunvagen Music Publishers Incorporation

HØPE (2026)
chorégraphie Alessandro Sciarroni
assistante à la chorégraphie Elena Giannotti
enseignant de country line dance Guillaume Richard
enseignante assistante country line dance Noémie Blanchard
musique Pere Jou & Aurora Bauzà
costumes Ettore Lombardi
lumières Sébastien Lefèvre
production Opéra de Lyon
avec le soutien de Dance Reflections by Van Cleef & Arpels

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