LES CÉLESTINS, LYON
Un discours vertigineux sur l’amour et le désamour
Une traversée des relations intimes, heurtées, abusives, interrompues : il s’agit de la reprise, par Joël Pommerat en 2024, de sa création de 2013, dans une dimension sensorielle immersive rendue encore plus radicale.
Traduzione in italiano
Discorso travolgente intorno all’amore e al disamore
Una messa a fuoco delle relazioni intime, singhiozzanti, abusanti, interrotte: è la ripresa di Joël Pommerat (2024) della sua creazione del 2013, in una dimensione sensoriale immersiva e ulteriormente radicalizzata
Il buio totale, il suono di un oboe. Rumore di passi. Sul palco, illuminata da un occhio di bue bianco, appare una donna di una certa età che sta in piedi rivolta verso la platea. Chiede il divorzio dal marito, per una semplice ragione: la mancanza d’amore. La voce femminile di un personaggio fuori campo interloquisce con lei nei panni del giudice. È la scena iniziale del puzzle composto da «venti frammenti di discorso intorno all’amore». Si tratta di venti ritagli di situazioni concrete, che rappresentano diversi tipi di relazione amorosa: nella coppia, nella famiglia, nel matrimonio, in ambito educativo. Tensioni, litigi, tradimenti, amnesia, malattia mentale, genitorialità, amore conteso, eccesso d’amore, ossessione. Ciascuna delle scene racchiude in sé più di uno stato d’animo e molteplici emozioni: angoscia, isteria, incomprensione, solitudine. Le comprime, le amplifica, fino a farle esplodere nella sala. Le sensazioni trasmesse allo spettatore sono reali, forti, nitide. L’idea dell’amore che viene messa in scena appare però fin da subito stereotipata, o semplicemente difettosa.
La scenografia di Éric Soyer è spoglia, buia, i vuoti tra gli attori fanno pensare a immensi buchi neri. Eppure, la scenografia è ciò che arriva prima di ogni cosa. L’impatto visivo è forte e stratificato, perché colpisce lo spettatore a più livelli. Sei videoproiettori a soffitto determinano la profondità della scena, la prospettiva e le linee di fuga sul pavimento. Si ha la sensazione che le luci siano la materia che riempie ed amplifica l’azione degli attori. E lo stesso si può dire del suono. La creazione luci di Eric Soyer e la ricerca sonora di Philippe Perrin sono atipiche e fondanti, accendono i gesti dei personaggi come dispositivi cinematografici. Da una parte il suono sottolinea i contrasti, gli strappi, le goffaggini e funziona come lente di ingrandimento sulla complessità di quanto viene rappresentato sul palco; il volume e gli effetti sonori aumentano man mano che l’intensità drammatica delle scene raggiunge l’apice. Dall’altra parte, la luce crea lo spazio scenico: taglia il luogo dell’azione, con neri intensi che fanno sparire ambienti e situazioni, e illumina i profili anziché i volti degli attori.
Gli attori sono gli stessi artisti che dodici anni fa hanno animato la prima versione di questa rappresentazione, nata come uno spettacolo bifronte. Al momento della creazione, lo spazio scenico corrispondeva a un lungo corridoio racchiuso tra due ali di pubblico, a sottolineare ulteriormente l’alterità, il décalage che può esistere tra diversi individui nell’osservazione di una stessa realtà. Oggi assistiamo allo spettacolo con i medesimi attori, ma una scenografia pensata per una visione frontale. Questo consente al regista e agli interpreti di sperimentare un nuovo rapporto con lo spazio e con il pubblico e di inserire alcuni espedienti ricorrenti, che operano la magia di questa pièce: una sfera specchiata, due automobili elettriche degli autoscontri, che si inseguono in un movimento silenzioso ma ritmato dalle luci intermittenti, il fumo a filo del suolo e, soprattutto, una performance canora che si muove in direzioni imprevedibili sulla musica originale di Antonin Leymarie. Ad eseguirla è un personaggio androgino, in un costume bianco scintillante, stile jumpsuit anni Settanta, con strass e paillettes, scollatura a V profonda e pantaloni a zampa di elefante. La sua presenza in diverse scene è caratterizzata da una voce profonda e gracchiante che emette suoni non appartenenti a nessuna lingua esistente. La comicità di alcune immagini e gli effetti sonori che accompagnano la rappresentazione hanno un ruolo di decostruzione del dramma e nello stesso tempo di collante tra le scene, che scorrono veloci, come un flusso continuo attraversato da un unico sguardo scenico, quello di Joël Pommerat.
Teatro all’italiana per definizione, il Théâtre des Célestins di Lione propone un ambiente raffinato ed elegante, propizio alla concentrazione sugli attori e sul testo. L’estetica coinvolgente della sua sala principale (la Grande Salle), con platea, palchi sovrapposti e loggione, distacca e mette in risalto la scenografia minimalista e sobria di questo spettacolo. Un’atmosfera confortevole per uno spettacolo dinamico, duro e controverso, che scuote il pubblico, lo interroga, e che lascia molte questioni irrisolte.
Unica perplessità: la scelta del regista e degli attori – con lui durante la scrittura scenica e l’improvvisazione creativa in fase di allestimento dello spettacolo – di portare in scena figure femminili assolutamente instabili, incerte, inette. Le donne di questo spettacolo sono talvolta delle sprovvedute, altre volte delle vittime. Hanno una bellissima energia emotiva, luminosa e intensa, che spesso rasenta la follia. Sono affascinanti nel loro incedere obliquo, traballante e insicuro sui tacchi. Ma restano, in ogni caso, perfettamente sprovviste di razionalità. Come se la forza di questi personaggi femminili risiedesse nel loro unico talento emotivo, nella caparbietà cieca, nell’affanno, nell’ostinazione. Questo può risultare a tratti fastidioso per lo spettatore, in una pièce che mostra l’intenzione di smantellare un’idea dell’amore da sempre stereotipata.
Elementi di pregio: la tematica intima, eppure universale; la scrittura scenografica e il concept artistico delle luci, che collocano i gesti degli attori all’interno di un pulviscolo luminoso molto denso, schiacciante, che è esso stesso materia scenica.
Limiti: la natura aperta e non univocamente interpretabile del testo; una drammaturgia altamente simbolica richiede una certa predisposizione a riflettere e a decifrare metafore e significati opachi.
di Francesca Oddone, visto il 9 gennaio 2025
Articolo pubblicato su L’Oca
Lo spettacolo è andato in scena
Les Célestins, Théâtre de Lyon
4, rue Charles Dullin 69002 Lyon (FR)
7-17 gennaio 2025
La Réunification des deux Corées | Joël Pommerat
creazione 2013
produzione Odéon – Théâtre de lʼEurope, Compagnie Louis Brouillard
coproduzione Théâtre National Wallonie-Bruxelles, Folkteatern – Göteborg, Teatro Stabile di Napoli, Théâtre français du Centre national des Arts du Canada – Ottawa, Châteauvallon-Liberté – Scène nationale, La Filature – Scène nationale de Mulhouse, les Théâtres de la Ville de Luxembourg, Le Parapluie – Centre des arts de rue – Aurillac in collaborazione con Teatrul National Radu Stanca – Sibiu. Con il sostegno del Programma Cultura dell’Unione Europea nell’ambito del progetto Cities on stage/Villes en scène e della Commissione Europea.
ripresa 2024
produzione Compagnie Louis Brouillard
interpreti Saadia Bentaïeb, Ella Benoît, Agnès Berthon, Yannick Choirat, Philippe Frécon, Ruth Olaizola, Marie Piemontese, Anne Rotger, David Sighicelli, Maxime Tshibangu
scenografia e luci Eric Soyer
assistenti alla regia Pierre-Yves Le Borgne, Garance Rivoal, Lucia Trotta
costumi Isabelle Deffin
creazione suono Philippe Perrin (2024), François Leymarie, Grégoire Leymarie (2012)
musica originale Antonin Leymarie
video Renaud Rubiano
direzione tecnica Emmanuel Abate
regia luci Aliénor Lebert, Gwendal Malard
regia scena Olivier Delachavonnery, Héloïse Fizet, Pierre-Yves Le Borgne
regia suono Yoann Blanchard
regia video Grégoire Chomel
realizzazione scenografia Thomas Ramon – ARTOM (2024), les Ateliers de l’Odéon – Théâtre de l’Europe con i tecnici della Compagnie Louis Brouillard e il team tecnico di Odéon – Théâtre de l’Europe (2012)
coproduzione Théâtre de la Porte Saint-Martin – Parigi, La Coursive – Scène nationale de La Rochelle, Les Célestins – Théâtre de Lyon, LʼEstive – Scène nationale de Foix et de lʼAriège, LʼAzimut – Pôle national cirque dʼAntony et de Châtenay-Malabry, Les Théâtres de Compiègne, Le Théâtre de Suresnes Jean Vilar, La Comète – Scène nationale de Châlons-en-Champagne. Azione finanziata dalla Regione Île-de-FranceLa Compagnie Louis Brouillard riceve il sostegno della DRAC Île-de-France e della Région Île-de-France.Joël Pommerat e la Compagnie Louis Brouillard sono associati al Théâtre Nanterre-Amandiers – CDN, a La Coursive – Scène nationale de La Rochelle e al Théâtre National Populaire – CDN Villeurbanne.
I testi di Joël Pommerat sono pubblicati da Actes Sud-Papiers.
Un estratto da Scène de la vie conjugale di Ingmar Bergman, tradotto da Lucie Albertini Guillevic e Carl Gustav Bjurströ ©Éditions Gallimard.
Le noir complet. Le son d’un hautbois. Un bruit de pas. Sur le plateau, éclairée par un faisceau blanc, apparaît une femme d’un certain âge, debout face à la salle. Elle demande le divorce à son mari pour une raison simple : elle ne l’aime plus. Une voix féminine hors champ lui répond dans le rôle du juge. C’est la scène d’ouverture d’une mosaïque de « vingt fragments de discours autour de l’amour ».
Il s’agit de vingt découpes de situations concrètes, qui donnent à voir différents types de relation amoureuse : dans le couple, dans la famille, dans le mariage, dans le cadre éducatif. Tensions, disputes, trahisons, amnésie, maladie mentale, parentalité, amour disputé, excès d’amour, obsession. Chaque scène contient plusieurs états affectifs à la fois, et une multiplicité d’émotions : angoisse, hystérie, incompréhension, solitude. Elle les comprime, puis les amplifie, jusqu’à les faire exploser dans la salle. Les sensations transmises au public sont réelles, fortes, nettes. Mais l’idée de l’amour qui s’y représente apparaît très vite comme stéréotypée, ou simplement défaillante.
La scénographie d’Éric Soyer est dépouillée, sombre, et les vides entre les corps évoquent d’immenses trous noirs. Pourtant, c’est la scénographie qui frappe d’abord. L’impact visuel est fort et stratifié, parce qu’il atteint le spectateur à plusieurs niveaux. Six vidéoprojecteurs suspendus au plafond déterminent la profondeur du plateau, sa perspective et les lignes de fuite sur le sol. On a la sensation que la lumière est la matière qui remplit et prolonge l’action des acteurs. Il en va de même pour le son. La création lumière d’Éric Soyer et la recherche sonore de Philippe Perrin sont atypiques et structurantes : elles embrasent les gestes des personnages comme dans un dispositif cinématographique. D’un côté, le son souligne les contrastes, les ruptures, les maladresses, et fonctionne comme une loupe sur la complexité de ce qui se joue sur scène ; le volume et les effets sonores augmentent à mesure que l’intensité dramatique atteint son point d’incandescence. De l’autre, la lumière fabrique l’espace scénique : elle tranche le lieu de l’action, avec des noirs profonds qui effacent décors et situations, et elle éclaire les profils plutôt que les visages des acteurs.
Douze ans plus tard, les mêmes interprètes retrouvent la pièce, qu’ils avaient portée à l’origine dans un dispositif bifrontal. L’espace scénique se déployait alors dans un long couloir encadré par deux rangées de spectateurs, afin de rendre plus sensible encore l’altérité, le décalage susceptible d’apparaître entre des individus confrontés à une même réalité. Cette fois, le spectacle se donne dans une scénographie pensée pour une vision frontale. Cela permet au metteur en scène et aux artistes d’expérimenter un nouveau rapport à l’espace et au public, et d’introduire plusieurs motifs récurrents, qui font la magie de cette pièce : une boule à facettes, deux voitures d’autos tamponneuses se poursuivant dans un mouvement silencieux mais rythmé par des lumières intermittentes, de la fumée rasante, et surtout une performance vocale qui se déplace dans des directions imprévisibles sur la musique originale d’Antonin Leymarie.
Cette performance est portée par une figure androgyne, dans un costume blanc scintillant, sorte de jumpsuit seventies orné de strass et de paillettes, avec un profond décolleté en V et un pantalon patte d’éléphant. Sa présence, dans plusieurs scènes, est caractérisée par une voix grave et râpeuse, qui émet des sons n’appartenant à aucune langue existante. La comédie de certaines images et les effets sonores qui accompagnent la représentation jouent à la fois un rôle de déconstruction du drame et de liant entre les scènes, qui se succèdent à vive allure, comme un flux continu traversé par un seul regard scénique : celui de Joël Pommerat.
Par définition, le Théâtre des Célestins de Lyon offre un écrin à l’italienne raffiné et élégant, propice à la concentration sur les acteurs et sur le texte. L’esthétique enveloppante de sa Grande Salle, avec son orchestre, sa corbeille, ses loges superposées et ses balcons, détache et met en valeur la scénographie minimaliste et sobre de ce spectacle. Un cadre feutré pour une pièce dynamique, dure et controversée, qui secoue le public, l’interroge, et laisse derrière elle de nombreuses questions en suspens.
La seule réserve tient au choix du metteur en scène et des interprètes — associés à l’écriture scénique et à l’improvisation créative lors du travail de plateau — de proposer des figures féminines absolument instables, incertaines, peu assurées. Les femmes de ce spectacle sont tantôt des ingénues, tantôt des victimes. Elles possèdent une énergie émotionnelle magnifique, lumineuse et intense, qui frôle souvent la folie. Elles fascinent par leur démarche oblique, vacillante et hésitante sur leurs talons. Mais elles restent, en toute circonstance, dépourvues de rationalité. Comme si la force de ces personnages féminins résidait uniquement dans leur talent émotionnel, dans leur entêtement aveugle, dans leur souffle court, dans leur obstination. Ce choix peut finir par agacer le spectateur, dans une pièce qui met à l’épreuve les stéréotypes du discours amoureux.
Éléments remarquables : la thématique intime et pourtant universelle ; l’écriture scénographique et le concept lumineux, qui inscrivent les gestes des acteurs dans un nuage de lumière dense, presque écrasant, qui devient lui-même matière scénique.
Réserves : la nature ouverte et fondamentalement équivoque du texte, associée à une dramaturgie très symbolique, exige du public une réelle disposition à la réflexion et au déchiffrage de métaphores et de significations opaques, au risque de laisser de côté les spectateurs moins enclins à cet effort d’interprétation.
Par Francesca Oddone, vu le 9 janvier 2025
Article paru sur L’Oca
Le spectacle a eu lieu
Les Célestins, Théâtre de Lyon
4, rue Charles Dullin 69002 Lyon (FR)
7-17 janvier 2025
La Réunification des deux Corées | Joël Pommerat
création 2013
production Odéon – Théâtre de lʼEurope, Compagnie Louis Brouillard
coproduction Théâtre National Wallonie-Bruxelles, Folkteatern – Göteborg, Teatro Stabile di Napoli – Naples, Théâtre français du Centre national des Arts du Canada – Ottawa, Châteauvallon-Liberté – Scène nationale, La Filature – Scène nationale de Mulhouse, les Théâtres de la Ville de Luxembourg, Le Parapluie – Centre des arts de rue – Aurillac en collaboration avec Teatrul National Radu Stanca – Sibiu
Avec le soutien du Programme Culture de l’Union européenne dans le cadre du projet Villes en scène/Cities on stage et de la Commission Européenne
reprise 2024
production Compagnie Louis Brouillard
coproduction Théâtre de la Porte Saint‑Martin – Paris, La Coursive – Scène nationale de La Rochelle, Les Célestins – Théâtre de Lyon, LʼEstive – Scène nationale de Foix et de l’Ariège, L’Azimut – Pôle national cirque d’Antony et de Châtenay-Malabry, Les Théâtres de Compiègne, Le Théâtre de Suresnes Jean Vilar, La Comète – Scène nationale de Châlons-en-Champagne
Action financée par la Région Île-de-France
La Compagnie Louis Brouillard reçoit le soutien de la DRAC Île-de-France et de la Région Île-de-France.
Joël Pommerat et la Compagnie Louis Brouillard sont associés au Théâtre Nanterre-Amandiers – CDN, à La Coursive – Scène nationale de La Rochelle et au Théâtre National Populaire – CDN Villeurbanne.
Les textes de Joël Pommerat sont édités chez Actes Sud-Papiers.
Un extrait de Scène de la vie conjugale d’Ingmar Bergman, dans la traduction de Lucie Albertini Guillevic et Carl Gustav Bjurströ ©Éditions Gallimard.
Remerciements à Julien Bellver, Gwendal Malard, Cici Olsson, Guillaume Rizzo. Joël Pommerat remercie Monique Pimouguet, Nathalie Dorion, Iman Kerroua, Élodie Subirade, Joséphine Duquesnoy, Maud Gentien, Élise Rochet, Anne-Marie Borée, Solène Dejean, Jérôme Garnier, Julien Desjardins, Frédéric Duten, Loïc Dauphin, Patrick Eisenbeis, Florent Masse et Luc Mouret pour leur généreuse contribution à la recréation d’espaces sensibles.



