MAISON DE LA DANSE, LYON.
Le courage simple d’un corps collectif
Porter sur scène des matériaux de l’enfance et de l’adolescence : se défaire de la complexité pour retrouver l’essentiel.
Traduzione in italiano
Il coraggio semplice del corpo collettivo
Portare in scena materiali dell’infanzia e dell’adolescenza: spogliarsi della complessità e tornare all’essenza.
Ritrovo in My Fierce Ignorant Step (2025) qualcosa che avevo già percepito in Mycelium (2023), presentato anch’esso alla Maison de la Danse di Lione: una scrittura capace di far emergere l’individuo proprio nel momento in cui sembra dissolverlo nel gruppo. Con questa nuova creazione, il coreografo greco Christos Papadopoulos prosegue la sua ricerca sul rapporto tra individualità e corpo collettivo.
È una ricerca che si manifesta innanzitutto nella composizione della scena. Anche in questo caso lo spazio è spoglio: sul fondale, un telo richiama la superficie grezza di un enorme muro di cemento. Dieci danzatori entrano sul palco senza musica, rivolti verso il pubblico e condividendo lo spazio senza ancora stabilire alcuna relazione gli uni con gli altri. Alcuni schiocchi accompagnano i primi movimenti: impulsi minimi del capo, articolazioni delle spalle e dei fianchi. I passi sono semplici, essenziali. Anche i costumi (Maria Panourgia), nei toni del grigio e del blu pavone, mantengono una linea minimale.
La struttura procede per accumulo. La traccia sonora si costruisce a partire da tocchi secchi, dapprima discreti e caldi, poi sempre più marcati, mentre il gesto coinvolge progressivamente il busto e le altre parti del corpo, ampliandosi e intensificandosi fino a integrare piccoli salti. Anche la musica di Kornilios Selamsis si arricchisce per stratificazioni successive: emergono suoni che evocano forse onde del mare, tasti di pianoforte, rintocchi di campane. Il passo rimane il vero materiale generatore della coreografia, una pulsazione regolare attorno alla quale i corpi si organizzano in formazioni morbide, che si dilatano e si ricompongono nello spazio quasi fossero essi stessi elementi della partitura musicale.
A un certo punto l’energia cambia. Il capo, che all’inizio compie piccoli movimenti quasi meccanici, comincia a disegnare rotazioni più ampie e angolari, mentre la camminata acquista una pulsazione più netta. Ogni gesto sembra legarsi a quello degli altri, in un flusso continuo in cui il movimento non conosce sospensione, ma viene anzi incanalato verso combinazioni più complesse. Rispetto a Mycelium, la dinamica appare meno estrema, ma conserva quella stessa attenzione alla trasformazione e alla continuità del gesto. Ed è la ricerca di un terreno comune che spinge i danzatori a esplorare lo spazio attraverso traiettorie geometriche, senza affidarsi ad alcuna narrazione.
Anche la relazione tra i corpi si modifica. Gli sguardi cominciano a percorrere gli altri interpreti in scena, mentre la respirazione, amplificata dai microfoni ad archetto, rende sempre più percepibile la presenza fisica dei danzatori. E l’unisono, pur rimanendo una componente fondamentale della scrittura, non coincide mai con un’uniformità assoluta: piccole variazioni di ritmo, di estensione o di qualità del gesto fanno emergere le singole presenze all’interno del corpo collettivo, in un crescendo di interazioni e di leggerezza.
Questa dinamica si estende alla dimensione sonora e luminosa della scena. La luce, inizialmente scarna e uniforme, si fa progressivamente più incisiva, fino a irrompere in lampi. La traccia di Selamsis si addensa a sua volta: ai tocchi legnosi dell’introduzione si sovrappongono nuovi timbri e percussioni più metalliche. Suono, luce e movimento finiscono così per condividere una stessa palpitazione, alimentando l’attesa di qualcosa che sta per accadere.
Ed è qui che prende forma il passo feroce e ignorante del titolo: il passo energico del gruppo, che nello stomping richiama il passo calcato della tradizione popolare e può fare affiorare memorie o associazioni inattese – i talloni che si incrociano, i saltelli di una giga, la compattezza di una haka māori, l’eco di una memoria musicale legata all’universo di Mikis Theodorakis.
Si avvertono intanto lontani scoppi di tuono e la tensione cresce, come se un’esplosione o un disvelamento potessero sorprendere la sala. Nel finale, la luce si accende in lampi, la danza si fa più libera, e due interpreti finiscono persino per prendersi per mano. Rimbalzi, slanci e gesti sempre più fisici attraversano uno spazio che sembra organizzarsi nel cuore del caos. In questo spazio essenziale, preservato, semplice e quasi naïf, si ritrova quella dimensione protetta evocata da Papadopoulos: un luogo in cui può riaffiorare la sicurezza un po’ arrogante e non addomesticata della giovinezza. E con essa, forse, il coraggio di credere ancora in un mondo migliore.
di Francesca Oddone, visto il 24 settembre 2026
L’articolo è pubblicato su Altrevelocità
Lo spettacolo è andato in scena
Maison de la Danse
8 Avenue Jean Mermoz, 69008 Lyon (FR)
23-25 settembre 2026
My Fierce Ignorant Step | Christos Papadopoulos
ideazione, coreografia Christos Papadopoulos |
collaborazione e interpretazione Themis Andreoulaki, Maria Bregianni, Amalia Kosma, Georgios Kotsifakis, Sotiria Koutsopetrou, Tasos Nikas, Spyros Ntogas, Ioanna Paraskevopoulou, Danae Pazirgiannidi, Adonis Vais |
drammaturgia Alexandros Mistriotis |
musiche originali Kornilios Selamsis |
scenografia Clio Boboti |
costumi Maria Panourgia |
luci Stefanos Drousiotis |
vocal coach Apostolis Psichramis |
credito fotografico Pinelopi Gerasimou per Onassis
Ringraziamenti Euripides Laskaridis, Sotiris Melanos e Filanthi Bougatsou.
produzione Onassis Stegi. coproduzione Théâtre de la Ville; Julidans; Romaeuropa Festival; Théâtre d’Orléans / Scène Nationale; Lac Lugano Arte e Cultura; December Dance Concertgebouw Brugge; One Dance Festival; Festival de Marseille; I Teatri di Reggio Emilia.
Je retrouve dans My Fierce Ignorant Step (2025) quelque chose que j’avais déjà perçu dans Mycelium (2023), également présenté à la Maison de la Danse de Lyon : une écriture qui fait émerger l’individu au moment même où elle semble le dissoudre dans le groupe. Avec cette nouvelle création, le chorégraphe grec Christos Papadopoulos poursuit sa recherche autour du rapport entre individualité et corps collectif.
Cette recherche se manifeste d’abord dans la composition de la scène. Ici encore, l’espace est dépouillé : au fond du plateau, une toile évoque la surface d’un immense mur de béton brut. Dix danseurs entrent en scène sans musique, tournés vers le public, partageant l’espace sans encore établir de relation entre eux. Quelques claquements accompagnent les premiers mouvements : de légères impulsions de la tête, des articulations des épaules et des hanches. Les pas sont simples, essentiels. Les costumes de Maria Panourgia, dans des nuances de gris et de bleu paon, suivent eux aussi une ligne minimaliste.
La structure procède par accumulation. La matière sonore se construit à partir de frappes brèves et chaudes, aux sonorités presque boisées, d’abord discrètes, puis de plus en plus marquées. Peu à peu, le geste gagne le buste et les autres parties du corps, s’amplifiant et s’intensifiant jusqu’à intégrer de petits sauts. La musique de Kornilios Selamsis s’enrichit elle aussi par strates successives : apparaissent des sons qui évoquent peut-être le mouvement des vagues, des touches de piano, des tintements de cloches. Dans cette trame rythmique, le pas demeure le véritable matériau générateur de la chorégraphie : une pulsation régulière autour de laquelle les corps s’organisent en formations souples, qui se déploient et se recomposent dans l’espace, comme s’ils constituaient eux-mêmes les éléments d’une partition musicale.
Puis, l’énergie change. La tête, qui au début effectue de petits mouvements presque mécaniques, se met à dessiner des rotations plus amples et anguleuses, tandis que la marche acquiert une pulsation plus nette. Chaque geste semble alors se prolonger dans celui des autres, dans un flux continu où le mouvement ne connaît pas de suspension et évolue sans cesse vers des combinaisons de plus en plus complexes. Par rapport à Mycélium, la dynamique semble moins extrême, tout en conservant la même attention portée à la transformation et à la continuité du geste. C’est la recherche d’un terrain commun qui conduit les danseurs à explorer l’espace, à travers des trajectoires géométriques, sans recourir à la narration. Comme le dit Christos Papadopoulos : «They keep fighting to find their common ground. »
La relation entre les corps évolue elle aussi. Les regards commencent à se tourner vers les autres interprètes, tandis que la respiration, amplifiée par les micros serre-tête, rend perceptible le souffle de chacun. Et si l’unisson demeure une composante essentielle de l’écriture, il ne se confond jamais avec une uniformité absolue : de légères variations de rythme, d’amplitude ou de qualité du geste font émerger les présences individuelles au sein du corps collectif, tandis que certaines voix se font entendre çà et là, dans un crescendo d’interactions et de légèreté.
Cette dynamique se prolonge dans la conception sonore et lumineuse de la scène. La lumière, d’abord sobre et uniforme, devient progressivement plus incisive, jusqu’à surgir en éclats. La matière sonore de Selamsis se densifie à son tour : aux frappes boisées du début viennent se superposer de nouveaux timbres et des percussions aux sonorités plus métalliques. Le son, la lumière et le mouvement finissent ainsi par partager une même pulsation, nourrissant l’attente de quelque chose sur le point de se produire.
C’est alors que prend forme le pas féroce et ignorant du titre : le pas énergique du groupe qui, dans le stomping, rappelle le pas marqué de certaines traditions populaires et peut faire surgir des souvenirs ou des associations inattendues – les talons qui se croisent, les petits sauts d’une gigue, la compacité d’un haka māori, l’écho d’une mémoire musicale liée à l’univers de Mikis Theodorakis.
Pendant ce temps, de lointains coups de tonnerre se font entendre et la tension monte, comme si une explosion ou une révélation pouvait surprendre la salle. Dans le final, la lumière éclate en flashes, la danse se libère, et deux interprètes finissent même par se prendre par la main. Rebondissements, élans et gestes de plus en plus physiques traversent un espace qui semble s’organiser au cœur du chaos. Dans cet espace essentiel, préservé, simple et presque naïf, on retrouve cette dimension protégée évoquée par Papadopoulos : un lieu où peut ressurgir l’assurance un peu arrogante et indomptée de la jeunesse. Et avec elle, le courage de croire que tout est encore possible.
par Francesca Oddone, vu le 24 septembre 2026
Article paru sur Altrevelocità
Le spectacle a eu lieu
Maison de la Danse
8 Avenue Jean Mermoz, 69008 Lyon (FR)
23-25 septembre 2026
My Fierce Ignorant Step | Christos Papadopoulos
conception, chorégraphie Christos Papadopoulos
collaboration et interprétation Themis Andreoulaki, Maria Bregianni, Amalia Kosma, Georgios Kotsifakis, Sotiria Koutsopetrou, Tasos Nikas, Spyros Ntogas, Ioanna Paraskevopoulou, Danae Pazirgiannidi, Adonis Vais
dramaturgie Alexandros Mistriotis
musique originale Kornilios Selamsis
décor Clio Boboti
costumes Maria Panourgia
lumières Stefanos Drousiotis
coach vocal Apostolis Psichramis
crédit photographique Pinelopi Gerasimou for Onassis
Remerciements Euripides Laskaridis, Sotiris Melanos et Filanthi Bougatsou.
Production Onassis Stegi. Coproduction Théâtre de la Ville ; Julidans ; Romaeuropa Festival ; Théâtre d’Orléans / Scène Nationale ; Lac Lugano Arte E Cultura ; December Dance Concertgebouw Brugge ; One Dance Festival ; Festival de Marseille ; I Teatri Di Reggio Emilia.
Soutenu par The Onassis Stegi Touring Program. Avec le soutien du ministère de la culture.
Avec le soutien de Dance Reflections by Van Cleef & Arpel.





